mercoledì 28 dicembre 2016

apprentice in death

New York, 2061.
I colpi arrivano veloci, silenziosi, con un'accuratezza mortale. In pochi secondi, tre persone vengono uccise sulla pista di pattinaggio di Central Park. Le vittime sono una giovane pattinatrice, un medico e un insegnante: tre vittime assolutamente casuali.

Il tenente Eve Dallas ha avuto a che fare con numerosi assassini negli anni passati nel dipartimento di polizia, ma nessuno come questo. Dopo aver verificato i video della sicurezza, diventa chiaro che le vittime sono state uccise da un cecchino con un fucile laser tattico, che poteva essere distantissimo al momento di premere il grilletto.
I luoghi da cui l'assassino può aver sparato sono molteplici, ma la lista delle persone con quella particolare abilità è però limitata: polizia, militari, killer professionisti.

Roarke, milionario marito di Eve, ha illimitate risorse a sua disposizione, e quando un software da lui creato porta Eve a individuare la location del cecchino, emerge un fatto sorprendente: il killer non era solo. C'erano due persone sul luogo da cui sono partiti gli spari, un uomo e una persona più giovane, un teenager. Qualcuno che segue le orme di un esperto nell'arte di uccidere. I due hanno un programma da seguire: Central Park è stato soltanto un riscaldamento.

Emerge subito che si tratta di padre e figlia: un ex militare ed ex poliziotto delle forze speciali, e la figlia quindicenne. Mentre un altro attacco del cecchino scuote la città nel suo cuore, a Times Square, Eve si rende conto che, sebbene tutti veniamo modellati anche dalle persone che ci circondano, ci sono anche coloro che nascono malvagi.
Il cecchino non è infatti l'uomo, finito nel gorgo delle droghe in seguito a un incidente in cui la sua seconda moglie perse la vita (e alcune delle vittime sono infatti collegate a quell'incidente), bensì la ragazzina, una vera e propria anima nera, in grado di agire anche da sola, e, anzi, con una sua lista personale di bersagli da eliminare (inclusi madre, patrigno e fratellino).

In questo titolo non c'è una vera e propria indagine per scoprire gli assassini di turno, poiché il tenente Dallas risale alla loro identità abbastanza presto. C'è quindi la caccia per prenderli, prima il padre e poi, in maniera più complicata, la ragazza. Roarke dà sempre una mano a Eve, e soprattutto alla divisione EDD, tanto che mi chiedo quando trovi mai il tempo di gestire le sue ramificate Roarke Industries. E' presente un momento di grande apprensione per Summerset, che era andato al Madison Square Garden per un concerto proprio quando la ragazzina killer decide di far fuori una ventina di persone innocenti anche là. Roarke e Eve si precipitano sulla scena col cuore in gola, ma per fortuna l'uomo non è stato ferito.

Mah, il libro non mi è dispiaciuto, però mi piacerebbe che ci fosse un pochino più di movimento nelle relazioni fra i personaggi. Ad esempio, anche stavolta, nonostante Eve fosse preoccupata per Summerset, non si è verificato alcun avvicinamento esplicito fra i due: ma dopo oltre due anni che vivi lì, che sai benissimo che quell'uomo è come se fosse il padre adottivo di tuo marito, e che ormai lo conosci, ecchediamine Eve, dacci un taglio a questa mini-guerra che portate avanti: mi sarei anche un po' stufata... L'unico cambiamento che si è avuto riguarda l'arredamento dell'ufficio casalingo di Eve, e ho paura che dovremo accontentarci di questa concessione da parte della Robb.

mercoledì 14 dicembre 2016

snowdrift

Nell'autunno 2016 la raccolta di novelle di Georgette Heyer "Pistols for two" (originariamente pubblicato nel 1960) è uscita con un nuovo titolo "Snowdrift and other stories" e con tre novelle giovanili, pubblicate insieme in forma di libro per la prima volta.

Due di queste tre storie vennero scritte per il Woman’s Journal negli anni Trenta, e la terza - Pursuit - per un'antologia della Croce Rossa.

Questioni d’onore, libertini e furfanti, affari di cuore che coinvolgono ereditiere, giovani fanciulle e scapoli d’oro; sentimento, intrighi, fughe e duelli all’alba: tutta la galanteria, le malvagità e l’eleganza di un’epoca – quella della Reggenza inglese - che la Heyer ha saputo far propria in maniera magistrale.

Di seguito una sintesi delle tre novelle nuove. Se vi interessano le altre undici, guardate il mio vecchio post.

Snowdrift and other stories

Pursuit - Due giovani scappano per andare a sposarsi a Gretna Green. Sulle loro tracce si getta il tutore della ragazza, accompagnato dalla governante, che però vede di buon occhio l'unione fra i due ragazzi. Finirà che la coppia più giovane rimarrà insieme, e per di più nascerà un'imprevedibile coppia fra i due più anziani.

Runaway Match - Una giovane ochetta diciottenne fugge insieme al suo altrettanto giovane amico d'infanzia. La coppia è intenzionata a sposarsi a Gretna Green, per evitare alla ragazza un matrimonio impostole dalla famiglia. In una locanda i due vengono raggiunti da un conte trentenne, che in pochissimo tempo fornisce al ragazzo tutta l'avventura che stava cercando - grazie al suo primo duello - e trasforma del tutto le intenzioni di fuga della ragazza.

Incident On Bath Road - Un giovane conte, ricco e un po' annoiato, soccorre lungo la strada per Bath un giovanotto appena rimasto coinvolto in un incidente alla corriera su cui stava viaggiando. Il conte si offre di accompagnarlo e i due si fermano in una locanda. Ma il giovanotto in questione è in realtà una fanciulla en travesti, che sta scappando di casa - e dal fratello - per evitare di dover sposare un uomo che non le piace.

sabato 3 dicembre 2016

dentro soffia il vento

In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile.

Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.

Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi.

Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato.

Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

Ritornando su un tema caro alla letteratura di ogni tempo – l’amore che dissolve il rapporto tra una comunità e il suo capro espiatorio – Francesca Diotallevi costruisce un romanzo che sorprende per la maturità della scrittura e la solidità della trama, un’opera che annuncia un nuovo talento della narrativa italiana.

venerdì 2 dicembre 2016

alberto angela a giovedìscienza

La Gioconda non è solo un quadro da ammirare. In realtà è un viaggio nella mente e nelle emozioni di Leonardo. È una porta che si spalanca su un luogo e su un’epoca indimenticabili: Firenze (ma anche Milano, Roma, Mantova, Urbino...) e il Rinascimento.
Sarà Monna Lisa stessa a “raccontarci” Leonardo, il genio che l’ha potuta pensare e realizzare, e che ci svelerà i segreti delle incredibili macchine e invenzioni (un palombaro, un paracadute, un robot!).
Ma che cosa sappiamo di lei? Chi è davvero questa donna misteriosa? Partendo da ogni dettaglio del quadro e ricostruendo le circostanze in cui Leonardo lo dipinse, Alberto Angela ci accompagna a scoprire che il volto della Gioconda non ha ciglia né sopracciglia, o che il segreto del paesaggio va ricercato nel nuovo tipo di prospettiva “aerea” ideato da Leonardo.


Ieri sera - lunedì 1 dicembre - Alberto Angela ha incontrato il pubblico torinese, nell'ambito di GiovedìScienza.
Il Teatro Colosseo è completamente pieno (1500 posti fra platea e galleria) già mezz'ora prima dell'orario previsto per l'inizio dell'incontro. Per fortuna io e la mia collega riusciamo a trovare due poltrone, anche se siamo in alto, a circa metà galleria.

Alberto Angela a Giovediscienza

La conferenza comincia verso le 17.55, con una breve introduzione di Piero Bianucci.
Nel preambolo Alberto Angela ricorda subito come il palco del Colosseo sia stato quello dove tenne la sua prima conferenza pubblica, sempre con Bianucci, molti anni fa. All'epoca avere la luce dei riflettori direttamente puntata in faccia equivaleva ad avere un senso di tranquillità, perché non si rendeva ben conto di avere davanti a sé tutto quel pubblico. Alberto chiede se per chi sta riprendendo via streaming l'evento è un problema se lui si alzasse dalla poltroncina e si mettesse a camminare sul palco. Così fa.
Alberto Angela Gli occhi della Gioconda

La Gioconda è stata una delle icone del Novecento. Nel suo ultimo libro “Gli occhi della Gioconda” Angela propone una delle ipotesi dello studioso Carlo Pedretti, ovvero che la Gioconda che noi conosciamo non sia Monna Lisa bensì un'altra donna. E grazie a questo dibattito sulla Gioconda, il libro ci permette di fare un viaggio nella mente e nell'epoca di Leonardo da Vinci.

A metà '500 il Vasari ne “Le Vite” intendeva riassumere il Rinascimento, un'epoca già conclusa ed irripetibile. In questo testo Vasari parla del ritratto di tale Lisa Gherardini, commissionato a Leonardo dal marito, il mercante Mastro Giocondo. Già potrebbe risultare strano che Leonardo facesse un quadro per un mercante, e non per un principe o un più alto personaggio. Ancor più strano pensare che la dama in questione doveva avere circa 15 anni, mentre il ritratto che noi oggi conosciamo non sembra affatto quello di una quindicenne.

Angela racconta poi che la Firenze del '500 è una città in decadenza. Leonardo realizza la Gioconda in questo contesto, volendo continuare la tradizione delle grandi opere.
Racconta anche dei cartoni preparatori da lui realizzati per la Battaglia di Anghiari, per i quali utilizzò la tecnica dell'encausto (si mescolavano pigmenti e cera, poi avvicinando dei bracieri caldi, la cera sgusciava fuori dai tratti, e usando un apposito panno il tutto diventava simile a marmo). Purtroppo il procedimento non funzionò bene, e il caldo dei bracieri rovinò tutta l'opera. Successivamente fu proprio Vasari a ricoprire la parete con dei nuovi affreschi. Che ne fu del lavoro di Leonardo? Venne coperto e distrutto, oppure il Vasari lo nascose con una sorta di intercapedine? Non si sa.

Alberto Angela a Giovediscienza

Gli occhi della Gioconda colpiscono in modo particolare, privi di ciglia e di sopracciglia, così come la bocca, risultato di una serie di passaggi semitrasparenti che rendono indefiniti i lineamenti. Leonardo usava una sua tecnica di sfumato, con strati successivi sul tratto originale. Inoltre pare che avesse una serie di taccuini su cui riportava tipologie di parti del volto, ad esempio aveva individuato 21 tipologie di nasi diversi, ed era in grado di disegnare i volti usando questi vari elementi anche a distanza di tempo. Ricordiamoci di questa cosa perché tornerà utile nelle conclusioni finali.
Leonardo fece anche approfonditi studi di fisiognomica, e dipingeva un po' come se fosse un fotografo.

A questo punto Angela passa in rassegna diversi quadri leonardeschi, mostrandone le slides. Sia nel “Ritratto di Ginevra de' Benci” sia nella “Dama con l'ermellino” Leonardo dava movimento al corpo, nel ritratto: la figura era spesso riprodotta di tre quarti.
Ci mostra poi il disegno preparatorio per il ritratto (di profilo) di Isabella d'Este, che insisteva con lui per farsi ritrarre. In realtà non è chiaro se un successivo quadro a colori sia mai stato realizzato.
Nella Belle Ferronière, anch'essa conservata al Louvre, il vestito è dello stesso stile di quello della Gioconda, con le maniche con larghi squarci da cui uscivano gli sbuffi della camicia. Le pieghe del vestito erano un segno della qualità dell'abito.
Angela continua mostrandoci il celeberrimo autoritratto a sanguigna di Leonardo, conservato proprio alla Biblioteca Reale di Torino.

Raffaello fu folgorato dalla Gioconda quando la vide, tanto da realizzare un quadro simile, come posa ed elementi. Copie molto simili della Gioconda, di altri autori, sono tuttora conservate al Prado e a San Pietroburgo. E ce n'è addirittura una, che ritrae effettivamente una ragazza giovane, che potrebbe essere una quindicenne, con fondale del tutto diverso (e che si trova attualmente in un caveau a Singapore).

Alberto Angela a Giovediscienza

Nel capitolo 4, “Sulle tracce di Leonardo”, Angela ci racconta come Leonardo fosse un figlio illegittimo. Il nonno paterno era notaio, e, contrario alla relazione del figlio con una contadina, trafficò per farla sposare a un contadino, e non al suo prezioso figlio. Il piccolo Leonardo visse un po' con il nonno paterno e un po' con la madre. A un certo punto torna il suo vero padre e a Leonardo venne impartita un'istruzione a Firenze. Il ragazzino faceva dei bellissimi disegni, e il padre si convinse a mandarlo a bottega dal Verrocchio (insieme a personaggi quali Botticelli, Perugino, Ghirlandaio). Ben presto l'allievo superò il maestro.
Una curiosità: sembra che il David della bottega del Verrocchio ritraesse Leonardo da giovane.

Anche della Vergine delle Rocce ne esistono due versioni, fatte entrambi da Leonardo (una conservata al Louvre e una alla National Gallery di Londra). Questo perché i frati che l'avevano commissionata erano disposti soltanto a pagare le spese vive dei pigmenti etc.. e non a pagarla a prezzo di mercato. Per cui Leonardo vendette il primo quadro a chi glielo pagava di più, e poi ne realizzò una seconda versione, senza perderci troppo tempo, per i monaci.

Le mani della Gioconda sono mani che parlano. Anch'esse sono sfumate, senza nervature in rilievo. Leonardo aveva compiuto approfonditi studi di anatomia, e ne è rimasta testimonianza nei suoi disegni.

Nel paesaggio che si intravede sullo sfondo della Gioconda vi sono una strada, un fiume e un ponte a più arcate. Potrebbe trattarsi del Ponte Buriano, sulla Cassia nei pressi di Arezzo, però le strutture rocciose riprodotte non combaciano con quel luogo, sembrano invece le gole di Prat'antico, vicino a Firenze. Nella Gioconda è molto evidente la prospettiva aerea usata da Leonardo: gli oggetti che stanno sullo sfondo sono sfumati, azzurrati in distanza, proprio per evidenziare lo “spessore dell'aria” - invece gli oggetti vicini sono in basso, colorati e nitidi.

La parte posteriore della Gioconda è una tavola di legno, non una tela. Sulla parte davanti, ci sono almeno mezzo milione di screpolature.
La Gioconda ha perso i suoi colori originali perché, quando si trovava nelle Collezioni Reali francesi, vennero messi vari strati di vernice. Adesso i colori sono piuttosto scuri, si sono incupiti. Qualche tempo fa, nel laboratorio di restauro di Aramengo, vicino ad Asti, la famiglia Nicola ha effettuato una pulitura digitale su un'immagine della Gioconda mostrando come doveva essere coi suoi colori originali, quando Leonardo la dipinse.

Leonardo trascorse i suoi ultimi anni in Francia, presso la corte di Francesco I. Portò con sé pochi quadri, fra cui il San Giovanni Battista, a cui era molto affezionato (il modello del quadro era stato il suo allievo, nonché amante, Salai). Prima di morire, Leonardo regalò questi suoi quadri a Salai, e fu poi quest'ultimo a venderli alla corona francese (la Gioconda per 12mila ducati).

E' stato in occasione del famoso furto avvenuto nel 1911 che la Gioconda conobbe un periodo di particolare fama. Sul finire dell'800 era comunque considerata un sex symbol per il suo sguardo seduttivo, mentre nel '900 cominciò ad essere oggetto di ironia e prese in giro da parte di vari artisti.

Alberto Angela a Giovediscienza

Per tirare le fila del discorso, chi è la Gioconda esposta oggi al Louvre? Leonardo fece il quadro su commissione di Francesco del Giocondo, come è stato detto al principio.
Ma che fine ha fatto questo primo quadro? Non esiste prova che sia avvenuto il pagamento. Giocondo non vi fa alcun riferimento nel suo testamento. E nemmeno nessuno fa mai riferimento alla Gioconda durante la vita di Leonardo.
Giuliano de Medici (uno dei figli di Lorenzo il Magnifico) aveva un'amante che morì di parto. Giuliano riconobbe il figlio, ed è possibile che abbia chiesto a Leonardo di fare un ritratto della donna morta (Leonardo l'aveva conosciuta tempo prima). Questa donna potrebbe essere quella ritratta nella tela oggi conservata al Louvre. D'altronde vi è anche una frase del segretario di un cardinale in visita all'anziano Leonardo presso la corte francese: “Leonardo ci ha mostrato una Gioconda commissionatagli da Giuliano”.
L'ipotesi indicata dal libro – e sostenuta dallo studioso Pedretti – è quindi che al Louvre non ci sarebbe Monna Lisa (la moglie di Francesco del Giocondo), bensì Pacifica Brandani, l'amante di Giuliano de Medici (e quindi, se vogliamo, Monna Pacifica).

Alberto Angela va avanti per oltre un'ora e mezza con la sua esposizione. Finisce verso le 19.20.
Non mi sono distratta neanche per un attimo, e l'avrei ascoltato ancora a lungo.