I pepparkakor sono dei profumatissimi biscotti speziati svedesi allo zenzero e cannella. Probabilmente li avrete già visti anche nella Bottega svedese dell'Ikea.
La scatola ritratta nelle foto arriva però direttamente dalla Svezia, apprezzato souvenir della mia amica Giuly che ci è stata, facendosi un bel giro. Sulla confezione non c'è nemmeno mezza parola scritta in inglese, per cui non ho modo di capire niente sugli ingredienti, se non basandomi sulla foto dello zenzero e della cannella, così me li sto mangiando "al buio", ah ah :-)
Però in giro ho trovato la ricetta, così quando terminerò la scatola potrò correre ai ripari.
O forse sarà meglio - viste le mie competenze culinarie - correre all'Ikea e comprarli là, sperando che siano buoni come quelli della scatola rossa.
Ingredienti:
- 520 gr. circa di farina
- 2 cucchiaini di zenzero macinato
- 1 cucchiaino di cannella macinata
- mezzo cucchiaino di chiodi di garofano macinati
- 2 cucchiaini di lievito per dolci
- 180 gr. di burro morbido
- 120 gr. di zucchero
- 50 gr. di zucchero semolato (chi mi spiega la differenza tra zucchero "semplice" e semolato?)
- 140 ml. di miele
- 180 ml. di acqua
- 1 cucchiaino di buccia d'arancia grattugiata
Scaldate l'acqua insieme al miele, lo zucchero e le spezie, e portate ad ebollizione.
Spegnete il fuoco, aggiungete il burro a pezzetti e mescolate fino a che non sia del tutto fuso.
In una ciotola capiente, versate la farina e il lievito, mescolate e aggiungete a filo il composto al miele ancora caldo. Mescolate bene finché l'impasto è omogeneo, coprite e conservate in frigorifero per una notte.
Staccate dei pezzi di impasto e stendeteli su un piatto leggermente infarinato (più fate i biscotti sottili e più verranno croccanti). Ritagliate i biscotti con un tagliabiscotto e disponeteli su una teglia ricoperta da carta da forno.
Fate cuocere a 170° per una decina di minuti e lasciate raffreddare su una griglia.
Conservateli poi in una scatola (se non ve li siete mangiati tutti).
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giovedì 19 gennaio 2017
giovedì 2 aprile 2015
haggis a colazione
Se nel corso dei vostri viaggi vi è capitato di passare per la Scozia, non potete non aver almeno sentito parlare dell'haggis. Io l'ho anche mangiato, più di una volta, e l'ho addirittura apprezzato.
Ma andiamo per ordine. L'haggis non è un dolce tipico, né un frutto esotico: nulla di così invitante. Si tratta di un piatto tradizionale scozzese, nato dalla cucina povera del passato che combinava gli avanzi. E' una specie di insaccato, che unisce interiora macinate di pecora, mescolate con carne, grasso, cipolle e farina d'avena, il sale e le spezie e le cuoce dentro uno stomaco di pecora. Una cosina leggera, insomma. Il tutto viene poi servito accompagnato da purè di patate (tatties) e purè di rape bianche (neeps).
Suppongo che i più schizzinosi a questo punto abbiano già abbandonato la lettura. Ai più impavidi racconto invece che io ho ordinato l'haggis un paio di volte quando sono stata in Scozia, in pub o taverne.
Quando sono in viaggio mi piace assaggiare i piatti tipici di un certo luogo, se questi mi incuriosiscono o mi ispirano. In questo caso la spinta è nata dalla curiosità: volevo vedere se l'haggis era davvero così terribile come poteva sembrare, oppure se tutto sommato era mangiabile. E si mangia, davvero, non è niente male... e anche se la porzione ritratta nella foto grande non sono riuscita a finirla tutta (buono è buono, ma è comunque un po' pesante, soprattutto se non vi si è abituati), non mi è per niente dispiaciuto.
Pensate che, in un b&b nei pressi di Inverness, la proprietaria è stata tanto gentile da farci assaggiare l'haggis casalingo fatto da lei (ci aveva chiesto il giorno prima se ci avrebbe fatto piacere), insieme al resto della classica Full Scottish, al tè e alle marmellate. Quindi una mattina mi sono "goduta" una mini-porzione di haggis anche a colazione, per la serie abbinamenti-strani...
giovedì 18 dicembre 2014
panini al salmone sotto la pioggia
Dicono che una delle città più piovose del mondo sia Bergen,
in Norvegia, e non ho motivo di dubitarne. Ci sono stata tre giorni e
ha piovuto in continuazione: per tutto il tempo non ho mai abbandonato
la giacchetta impermeabile e l'ombrello. Addirittura buona parte delle
cartoline ironizzano su questa peculiarità, quindi dev'essere un dato di
fatto incontrovertibile. Pare che la media annua di giornate piovose
sia 285!
Ma per fortuna Bergen è famosa anche per altri aspetti, fra cui uno è il caratteristico mercato del pesce, il Fisketorget, che si tiene nelle vicinanze del porto. Lo spazio del mercato non è molto ampio, ma le bancarelle sono alquanto pittoresche: i tendoni che le sovrastano sono rossi e contribuiscono a diffondere una tonalità rossa su tutto l'ambiente sottostante, sottolineata ancor di più dai colori dei pesci esposti sui banconi.
Ci sono moltissime varietà di pesci, principalmente salmoni e gamberetti (che in buona parte finiscono dentro a panini da asporto fatti direttamente sul momento), ma anche carne di balena, granchi, aringhe, e tanti altri a me sconosciuti. La Norvegia era l'unico paese al mondo (insieme al Giappone) ad esercitare ancora la caccia alla balena, quando ci sono stata, per cui qui la vendita della sua carne era consentita. La carne di balena ha un colore molto scuro, e un amico l'aveva comprata per assaggiarla. Io invece mi ero fatta prendere dagli scrupoli e non l'avevo fatto.
Le persone dietro ai banchi del Torget indossano tutte delle maxi salopette di gomma da pescatori, con degli alti stivaloni. E' un po' una babele, poiché parlano moltissime lingue diverse. Si tratta infatti principalmente di studenti (molti stranieri), che lavorano al mercato durante l'estate, per pagarsi gli studi.
Sulle bancarelle comunque non si trovano esclusivamente pesci, ma anche frutti, bacche, fiori oppure maglioni tipici, quelli belli spessi ricamati di lana. Giusto per non farsi mancare nulla, dato che il mercato è frequentatissimo dai turisti.
Ma per fortuna Bergen è famosa anche per altri aspetti, fra cui uno è il caratteristico mercato del pesce, il Fisketorget, che si tiene nelle vicinanze del porto. Lo spazio del mercato non è molto ampio, ma le bancarelle sono alquanto pittoresche: i tendoni che le sovrastano sono rossi e contribuiscono a diffondere una tonalità rossa su tutto l'ambiente sottostante, sottolineata ancor di più dai colori dei pesci esposti sui banconi.
Ci sono moltissime varietà di pesci, principalmente salmoni e gamberetti (che in buona parte finiscono dentro a panini da asporto fatti direttamente sul momento), ma anche carne di balena, granchi, aringhe, e tanti altri a me sconosciuti. La Norvegia era l'unico paese al mondo (insieme al Giappone) ad esercitare ancora la caccia alla balena, quando ci sono stata, per cui qui la vendita della sua carne era consentita. La carne di balena ha un colore molto scuro, e un amico l'aveva comprata per assaggiarla. Io invece mi ero fatta prendere dagli scrupoli e non l'avevo fatto.
Le persone dietro ai banchi del Torget indossano tutte delle maxi salopette di gomma da pescatori, con degli alti stivaloni. E' un po' una babele, poiché parlano moltissime lingue diverse. Si tratta infatti principalmente di studenti (molti stranieri), che lavorano al mercato durante l'estate, per pagarsi gli studi.
Sulle bancarelle comunque non si trovano esclusivamente pesci, ma anche frutti, bacche, fiori oppure maglioni tipici, quelli belli spessi ricamati di lana. Giusto per non farsi mancare nulla, dato che il mercato è frequentatissimo dai turisti.
mercoledì 27 novembre 2013
cioccolato a torino
Cioccola-Tò
Torino, piazza San Carlo
(22 novembre - 1 dicembre 2013)
Torino, piazza San Carlo
(22 novembre - 1 dicembre 2013)
Piazza San Carlo è invasa per una decina di giorni da gazebo e dolcissimi stand, tutti all'insegna del cioccolato. La kermesse è infatti dedicata al cioccolato in tutte le sue forme (e consistenze)...
Ci sono i laboratori dei maitres chocolatiers, gli stand che offrono degustazioni guidate e gratuite, gli incontri con scrittori che hanno narrato la cioccolata nelle loro opere, i percorsi guidati a spasso per la città, spettacoli di danza, e approfondimenti nei musei dedicati alla storia della degustazione della cioccolata.
E questo solo per cominciare: premi Gianduiotto, una Spalm Beach con le sedie sdraio nella piazza, il bicchierino di panna montata gratuita, laboratori con gli chef, il kebabbaro di cioccolato, le sculture di cioccolato, la Repubblica della Costa d'Avorio ospite speciale, il Chocostore dove si trovano tutti i gingilli e i gadget che non ti immagini... e tante altre golosità...
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mercoledì 25 luglio 2012
bretagna al burro
Nei vari bed&breakfast bretoni in cui sono stata durante la vacanza di inizio luglio, a colazione ho potuto spesso gustare i dolci tipici del posto, a volte fatti dalla proprietaria del b&b. Flan breton (con le prugne), gateau breton o kouignamann: dolci diversi con leggere variazioni fra loro, ma dove il burro la fa da padrone. Ovunque. Innegabilmente.
Mi chiedo quali siano i livelli di intasamento delle arterie dei francesi :-) Credetemi, non esagero: nelle innumerevoli biscotterie presenti nelle strade, era sufficiente passare davanti alla soglia aperta per essere investiti da un effluvio olfattivo burroso, sufficiente a farti salire il colesterolo sia quello buono sia quello cattivo. E lo dico nonostante, da piemontese, non sia del tutto estranea all'utilizzo del burro in cucina ;) ma i francesi vanno davvero oltre.
E se per caso doveste passare per Pont-Aven, sappiate che praticamente in ogni biscotteria ci sono assaggi gratis dei vari tipi di biscotti e dei loro gusti :-) (e le biscotterie sono ben numerose, nonostante il paesello non sia molto grande - ma è stato il posto che mi ha maggiormente stupito per la quantità di degustazioni gratuite, altrove non erano poi così diffuse...)
In un b&b nei pressi di Locronan abbiamo chiesto alla signora se ci poteva scrivere la ricetta della buona (e massiccia) torta che stavamo mangiando per colazione in quel momento. Traduco quanto ci ha scritto.

Ricetta del Gateau Breton
350 gr. di farina
250 gr. di zucchero
250 gr. di burro
6 uova
lievito 3/4 del sacchetto (la signora ha specificato levure alsacienne, ma dovrebbe trattarsi del lievito normale)
Disporre la farina a fontana, aggiungervi al centro lo zucchero e poi i tuorli dell'uovo. Mescolare con la punta delle dita i tuorli e lo zucchero, incorporandovi il burro (che non sia troppo duro), e poi aggiungervi la farina, fino a che sia assorbita completamente. Mettere il tutto in una teglia, dorare e punzecchiare la pasta con una forchetta. Cuocere in forno abbastanza caldo (175°) per circa tre quarti d'ora.
In quanto al burro, la signora non l'ha specificato sulla ricetta, ma ho il forte dubbio che si tratti del burro demi-salé, che in Bretagna si trova dappertutto. Non ho ancora fatto caso se in Italia sia facilmente reperibile, ma ho qualche dubbio... ed è probabile che in mancanza di questo ingrediente "fondamentale" il gusto risulti diverso.
Mi chiedo quali siano i livelli di intasamento delle arterie dei francesi :-) Credetemi, non esagero: nelle innumerevoli biscotterie presenti nelle strade, era sufficiente passare davanti alla soglia aperta per essere investiti da un effluvio olfattivo burroso, sufficiente a farti salire il colesterolo sia quello buono sia quello cattivo. E lo dico nonostante, da piemontese, non sia del tutto estranea all'utilizzo del burro in cucina ;) ma i francesi vanno davvero oltre.
E se per caso doveste passare per Pont-Aven, sappiate che praticamente in ogni biscotteria ci sono assaggi gratis dei vari tipi di biscotti e dei loro gusti :-) (e le biscotterie sono ben numerose, nonostante il paesello non sia molto grande - ma è stato il posto che mi ha maggiormente stupito per la quantità di degustazioni gratuite, altrove non erano poi così diffuse...)
In un b&b nei pressi di Locronan abbiamo chiesto alla signora se ci poteva scrivere la ricetta della buona (e massiccia) torta che stavamo mangiando per colazione in quel momento. Traduco quanto ci ha scritto.

Ricetta del Gateau Breton
350 gr. di farina
250 gr. di zucchero
250 gr. di burro
6 uova
lievito 3/4 del sacchetto (la signora ha specificato levure alsacienne, ma dovrebbe trattarsi del lievito normale)
Disporre la farina a fontana, aggiungervi al centro lo zucchero e poi i tuorli dell'uovo. Mescolare con la punta delle dita i tuorli e lo zucchero, incorporandovi il burro (che non sia troppo duro), e poi aggiungervi la farina, fino a che sia assorbita completamente. Mettere il tutto in una teglia, dorare e punzecchiare la pasta con una forchetta. Cuocere in forno abbastanza caldo (175°) per circa tre quarti d'ora.
In quanto al burro, la signora non l'ha specificato sulla ricetta, ma ho il forte dubbio che si tratti del burro demi-salé, che in Bretagna si trova dappertutto. Non ho ancora fatto caso se in Italia sia facilmente reperibile, ma ho qualche dubbio... ed è probabile che in mancanza di questo ingrediente "fondamentale" il gusto risulti diverso.
domenica 27 maggio 2012
grom, il gelato come una volta
Federico Grom - Guido Martinetti
GROM Storia di un'amicizia, qualche gelato e tanti fiori
Bompiani
Ricordo con chiarezza il mio primo gelato da Grom. Era la primavera del 2005 e una sera ci incontrammo, con un gruppo di amici, per cominciare a parlare delle vacanze estive. Ci trovammo in centro e finimmo in piazzetta Paleocapa per assaggiare questo gelato, il cui marchio era ormai sulla bocca di molti torinesi da diversi mesi. Io però non l'avevo ancora gustato, perché a quel tempo il negozietto era un po' fuori dai miei consueti itinerari (cosa che sarebbe radicalmente cambiata negli anni successivi).
Ricordo che rimasi molto colpita dalle persone in fila ordinata fuori dal negozio, in attesa del proprio turno, e ricordo che presi la mitica crema di Grom, quella crema amalgamata con tutte quelle briciolone di paste di meliga e granella di cioccolato: un vizio che successivamente mi sarei concessa più volte.
Sono passati sette anni da allora: a Torino i negozi Grom sono diventati cinque (quasi tutti in zona centro), ma soprattutto hanno aperto in buona parte d'Italia e sono arrivati addirittura a New York, Tokio, Parigi e Malibu, per un totale di oltre cinquanta punti vendita e circa 500 dipendenti. Nel 2007 i due soci hanno avviato Mura Mura, un'azienda agricola nella zona dell'Astigiano, nella quale coltivare in prima persona la frutta da usare per la produzione.
Più che la diffusione geografica, però, Grom è oggi sinonimo di prodotto di qualità, genuino, e fatto con cura, con materie prime di qualità assoluta, senza additivi chimici. Un sogno, un progetto portato avanti da due giovani amici: Federico Grom e Guido Martinetti.
Il percorso che ha portato questi due ragazzi, miei coetanei e miei concittadini, a ottenere un simile risultato mi ha sempre incuriosita. Ed è stato aspettandomi di conoscerlo un po' meglio, che ho preso in mano questo libro.
Ma non dimentichiamoci anche un plauso meritato a chi ha progettato la grafica e il packaging del volumetto, perché in epoca di ebook questo libro è riuscito ad affascinarmi esteticamente e a farsi comprare: la carta, la copertina, i disegni colorati, l'alternanza del color verde e vinaccia per rappresentare visivamente l'alternanza delle parole di Guido e di Federico, il segnalibro fatto come un fiordaliso (un fiore che cresce sui terreni puri, simbolo che ricorre più volte nel racconto).
La storia del progetto, anzi del sogno, Grom è spiegata direttamente da Guido e Federico (di cui devo anche notare le buone doti di scrittura, di entrambi). Nei primi capitoli si dilungano molto (e giustamente) sulle fasi iniziali, mentre più avanti la narrazione si fa più accelerata, concentrandosi soltanto sugli eventi salienti. Qua e là emerge come il sistema Italia non sia facile da affrontare, non per niente aprire un negozio a Roma è stato molto più lungo e difficile che aprirlo a New York o a Tokio, per tutta una serie di lacci e lacciuoli economici e di (mal) costume. Negli ultimi mesi il gruppo Illy ha acquisito una quota del 5% di Grom, infondendo ulteriore linfa e know-how alla giovane società, per aiutarla ad espandersi secondo i suoi valori e i suoi obiettivi.
Qual è la gioia più grande, a prestar fede alle parole dei due giovani imprenditori? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom. Un piacere genuino, meraviglioso ma passeggero, come la fioritura dell'albero di ciliegio.
Aggiornamento: 1 ottobre 2015
E' notizia di oggi che Grom è stata venduta al gruppo olandese Unilever.
Guido e Federico hanno monetizzato il sogno.
Ed è l'ennesima eccellenza torinese che se va altrove, nonché l'ennesimo marchio italiano che finisce in mani straniere...
GROM Storia di un'amicizia, qualche gelato e tanti fiori
Bompiani
Ricordo con chiarezza il mio primo gelato da Grom. Era la primavera del 2005 e una sera ci incontrammo, con un gruppo di amici, per cominciare a parlare delle vacanze estive. Ci trovammo in centro e finimmo in piazzetta Paleocapa per assaggiare questo gelato, il cui marchio era ormai sulla bocca di molti torinesi da diversi mesi. Io però non l'avevo ancora gustato, perché a quel tempo il negozietto era un po' fuori dai miei consueti itinerari (cosa che sarebbe radicalmente cambiata negli anni successivi).
Ricordo che rimasi molto colpita dalle persone in fila ordinata fuori dal negozio, in attesa del proprio turno, e ricordo che presi la mitica crema di Grom, quella crema amalgamata con tutte quelle briciolone di paste di meliga e granella di cioccolato: un vizio che successivamente mi sarei concessa più volte.
Sono passati sette anni da allora: a Torino i negozi Grom sono diventati cinque (quasi tutti in zona centro), ma soprattutto hanno aperto in buona parte d'Italia e sono arrivati addirittura a New York, Tokio, Parigi e Malibu, per un totale di oltre cinquanta punti vendita e circa 500 dipendenti. Nel 2007 i due soci hanno avviato Mura Mura, un'azienda agricola nella zona dell'Astigiano, nella quale coltivare in prima persona la frutta da usare per la produzione.
Più che la diffusione geografica, però, Grom è oggi sinonimo di prodotto di qualità, genuino, e fatto con cura, con materie prime di qualità assoluta, senza additivi chimici. Un sogno, un progetto portato avanti da due giovani amici: Federico Grom e Guido Martinetti.
Il percorso che ha portato questi due ragazzi, miei coetanei e miei concittadini, a ottenere un simile risultato mi ha sempre incuriosita. Ed è stato aspettandomi di conoscerlo un po' meglio, che ho preso in mano questo libro.
Ma non dimentichiamoci anche un plauso meritato a chi ha progettato la grafica e il packaging del volumetto, perché in epoca di ebook questo libro è riuscito ad affascinarmi esteticamente e a farsi comprare: la carta, la copertina, i disegni colorati, l'alternanza del color verde e vinaccia per rappresentare visivamente l'alternanza delle parole di Guido e di Federico, il segnalibro fatto come un fiordaliso (un fiore che cresce sui terreni puri, simbolo che ricorre più volte nel racconto).
La storia del progetto, anzi del sogno, Grom è spiegata direttamente da Guido e Federico (di cui devo anche notare le buone doti di scrittura, di entrambi). Nei primi capitoli si dilungano molto (e giustamente) sulle fasi iniziali, mentre più avanti la narrazione si fa più accelerata, concentrandosi soltanto sugli eventi salienti. Qua e là emerge come il sistema Italia non sia facile da affrontare, non per niente aprire un negozio a Roma è stato molto più lungo e difficile che aprirlo a New York o a Tokio, per tutta una serie di lacci e lacciuoli economici e di (mal) costume. Negli ultimi mesi il gruppo Illy ha acquisito una quota del 5% di Grom, infondendo ulteriore linfa e know-how alla giovane società, per aiutarla ad espandersi secondo i suoi valori e i suoi obiettivi.
Qual è la gioia più grande, a prestar fede alle parole dei due giovani imprenditori? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom. Un piacere genuino, meraviglioso ma passeggero, come la fioritura dell'albero di ciliegio.
Aggiornamento: 1 ottobre 2015
E' notizia di oggi che Grom è stata venduta al gruppo olandese Unilever.
Guido e Federico hanno monetizzato il sogno.
Ed è l'ennesima eccellenza torinese che se va altrove, nonché l'ennesimo marchio italiano che finisce in mani straniere...
martedì 14 giugno 2011
marmellate oltre confine
Mi chiedo quali arcane leggi di marketing abbiano fatto sì che in Italia la marmellata di rabarbaro non si trovi comunemente nei supermercati. Io amo la marmellata di rabarbaro, forse proprio perché di solito non si trova facilmente.
Ogni volta che mi trovo all'estero, tipicamente in Gran Bretagna o in Francia, approfitto delle semplici tappe al supermercato per comprarmene un vasetto, almeno uno (non posso ahimé comprarmene di più dato che poi c'è sempre la questione bagaglio, e non posso riempirmi lo zaino di vasetti fragili e pesanti). E lo pago una cifra ragionevole, esattamente come la marmellata di fragole o di albicocche, comunque di solito sempre meno di due euro.

Intendiamoci, non è che in Italia sia impossibile trovare questo tipo di marmellata. Solo che non la vendono al supermercato: bisogna ingegnarsi e cercarla nei negozietti che vendono specialità gastronomiche dal mondo. A Torino ne ho trovata, senza troppa fatica, in due negozi di questo tipo, dove importano tutta una serie di goloserie da vari paesi del mondo (compresi tè, biscotti vari e altre prelibatezze - fra cui anche la marmellata di zenzero inglese), e da Eataly, dove però si trattava di marmellata di rabarbaro fatta da produttori artigianali piemontesi.
Il problema però è il costo, perché in questi negozietti un vasettino da due etti e mezzo costa anche più di 7 euro. Diventa costoso garantirsi una fornitura regolare del prodotto.
Ora, io mi chiedo: perché noi italiani non abbiamo diritto di mangiare, a prezzi civili, la marmellata di rabarbaro? Perché non ce la propongono insieme a tutti gli altri gusti? Qualcuno ha mai fatto una ricerca di mercato che abbia stabilito che gli italiani la lascerebbero invenduta sugli scaffali?
Ci propongono addirittura la marmellata di arance (che a me non piace), amarognola e particolare, ma quella di rabarbaro no... com'è possibile?
Ogni volta che mi trovo all'estero, tipicamente in Gran Bretagna o in Francia, approfitto delle semplici tappe al supermercato per comprarmene un vasetto, almeno uno (non posso ahimé comprarmene di più dato che poi c'è sempre la questione bagaglio, e non posso riempirmi lo zaino di vasetti fragili e pesanti). E lo pago una cifra ragionevole, esattamente come la marmellata di fragole o di albicocche, comunque di solito sempre meno di due euro.

Intendiamoci, non è che in Italia sia impossibile trovare questo tipo di marmellata. Solo che non la vendono al supermercato: bisogna ingegnarsi e cercarla nei negozietti che vendono specialità gastronomiche dal mondo. A Torino ne ho trovata, senza troppa fatica, in due negozi di questo tipo, dove importano tutta una serie di goloserie da vari paesi del mondo (compresi tè, biscotti vari e altre prelibatezze - fra cui anche la marmellata di zenzero inglese), e da Eataly, dove però si trattava di marmellata di rabarbaro fatta da produttori artigianali piemontesi.
Il problema però è il costo, perché in questi negozietti un vasettino da due etti e mezzo costa anche più di 7 euro. Diventa costoso garantirsi una fornitura regolare del prodotto.
Ora, io mi chiedo: perché noi italiani non abbiamo diritto di mangiare, a prezzi civili, la marmellata di rabarbaro? Perché non ce la propongono insieme a tutti gli altri gusti? Qualcuno ha mai fatto una ricerca di mercato che abbia stabilito che gli italiani la lascerebbero invenduta sugli scaffali?
Ci propongono addirittura la marmellata di arance (che a me non piace), amarognola e particolare, ma quella di rabarbaro no... com'è possibile?
lunedì 27 settembre 2010
la doggie bag

La Doggie bag (letteralmente sacchetto per il cane) è una buona abitudine contro gli sprechi, molto comune negli USA, ma poco diffusa qui da noi. In pratica si tratta di portarsi a casa gli avanzi del pasto al ristorante, ufficialmente per darli al cane di casa (ma in alcuni casi non ci sarebbe nulla di male nell'utilizzarli per noi stessi).
Purtroppo in Italia - a causa di condizionamenti culturali - questo fenomeno viene visto come imbarazzante e poco di classe da parte di alcuni snob, ma secondo la mia opinione si tratta invece di una pratica più che lecita e, anzi, molto positiva, sia per le nostre finanze che per la sostenibilità ambientale.
In effetti la quantità di cibo che i ristoranti buttano via è veramente notevole, e si tratta di uno spreco di cibo di buona qualità. Dato che si tratta di cibo che comunque abbiamo già pagato, perché buttarlo e sprecarlo quando invece potremmo portarlo a casa ai nostri amici pelosoni? Inoltre mi sembra che rappresenti anche un segno di rispetto verso il cibo, molto più di quanto non sia limitarsi a spiluccare svogliatamente una portata e buttare nell'immondizia tutto quanto resta nel piatto.
Negli Stati Uniti non si pongono tutti questi problemi, e la doggie bag è un'abitudine consolidata. Chiedere la doggie bag al ristorante è una cosa normalissima e lo fanno tutti, gente comune e persone famose.
Io non vado spessissimo a mangiare pranzi luculliani al ristorante (intendo quelli "corposi", tipo feste o matrimoni, dove giocoforza si finisce per fare gli avanzi), ma nell'ultimo paio d'anni, quando è successo, io e mia madre abbiamo sempre fatto il "pacchettino" da portare alla cagnolona, a cui hanno spesso contribuito con entusiasmo anche gli altri commensali seduti al nostro tavolo - pacchettino che in genere viene spezzettato in 3-4 pasti. Mia madre ci tiene sempre a giustificarsi con i vari camerieri che passano, nonché con le persone che ci hanno invitato - invece io lo farei senza sentirmi in dovere di spiegare la cosa a Tizio e Sempronio - ma devo dire che sinora non abbiamo ancora visto nessuno che storcesse apertamente il naso.
venerdì 5 marzo 2010
cioccolato per strada
Ciokemotion!
In via Lagrange, Torino (dal 4 all'8 marzo)
Una passeggiata in via Lagrange in questi giorni è accompagnata da un incredibile profumo di cioccolata, che pervade tutta la via. Ci sono i gazebo di numerosi negozi e aziende produttrici di cioccolato, animazioni e laboratori cioccolatosi, e la mostra con sculture di cioccolato ricavate da blocchi di 50 kg. Resistere agli assaggi e agli acquisti è praticamente impossibile...


Queste sculture di cioccolato sono davvero sorprendenti. Viste da lontano sembrano normali sculture di legno: il colore è lo stesso, e anche avvicinandosi il dubbio rimane. Le ho osservate da vicinissimo, e soltanto il profumo paradisiaco mi ha convinto della loro vera "natura".
In via Lagrange, Torino (dal 4 all'8 marzo)
Una passeggiata in via Lagrange in questi giorni è accompagnata da un incredibile profumo di cioccolata, che pervade tutta la via. Ci sono i gazebo di numerosi negozi e aziende produttrici di cioccolato, animazioni e laboratori cioccolatosi, e la mostra con sculture di cioccolato ricavate da blocchi di 50 kg. Resistere agli assaggi e agli acquisti è praticamente impossibile...


Queste sculture di cioccolato sono davvero sorprendenti. Viste da lontano sembrano normali sculture di legno: il colore è lo stesso, e anche avvicinandosi il dubbio rimane. Le ho osservate da vicinissimo, e soltanto il profumo paradisiaco mi ha convinto della loro vera "natura".
lunedì 11 gennaio 2010
la bagna cauda
Sono reduce da una domenica dedicata alla bagna cauda :-) Il piatto è sempre buonissimo, ma essendo un po' pesante quest'oggi il mio stomaco ne sta ancora risentendo un po'.
Per chi non lo sapesse, la bagna cauda è uno dei piatti tipici piemontesi più diffusi e presenti nella tradizione culinaria della regione. I suoi ingredienti sono molto semplici, e sono memoria di un tempo in cui era uno dei pochi piatti facilmente accessibili alla gente del popolo.
L'ingrediente fondamentale è rappresentato dalle acciughe, che nei secoli passati arrivavano dalla Provenza passando per le Alpi Marittime.

Ricetta per 4 persone
Ingredienti
- 80 gr. burro
- 6 spicchi d'aglio tritato fine
- 250 gr. olio di oliva
- 200 gr. acciughe sotto sale sciacquate e senza lische
Opzionali
- 100 ml di panna fresca
- 4-5 noci
Usate un tegame di terracotta di circa 15 cm di diametro dotato di manico, su un fornelletto a spirito, in modo che il contenuto resti caldissimo, ma non arrivi a bollitura.
Sciogliete il burro nel tegame, unitevi l'aglio e lasciatelo cuocere per 15 minuti circa su fiamma bassissima, non deve imbiondire. Aggiungete l'olio e proseguite la cottura a calore molto dolce per 10 minuti. Spezzettate le acciughe e aggiungetele alla salsa, senza mai farla bollire, che va fatta cuocere per altri 30-40 minuti.
Molti usano aggiungere 100 ml di panna fresca 10-15 minuti prima del termine di cottura, per ammorbidire il gusto finale della bagna cauda.
Un'altra aggiunta opzionale è quella di 4-5 noci tritate (che servono ad evocare il gusto dell'olio di noci, che si usava una volta al posto di quello di oliva - in Piemonte naturalmente erano più comuni le noci che non gli ulivi!).
Nella bagna cauda si intingono verdure crude di vari tipi: cardi, gambi di sedano, foglie tenere di cavolo verza, cimette di cavolfiore, rape, carote, topinambour, ravanelli, peperoni crudi o arrostiti divisi a fette.
Per chi non lo sapesse, la bagna cauda è uno dei piatti tipici piemontesi più diffusi e presenti nella tradizione culinaria della regione. I suoi ingredienti sono molto semplici, e sono memoria di un tempo in cui era uno dei pochi piatti facilmente accessibili alla gente del popolo.
L'ingrediente fondamentale è rappresentato dalle acciughe, che nei secoli passati arrivavano dalla Provenza passando per le Alpi Marittime.

Ricetta per 4 persone
Ingredienti
- 80 gr. burro
- 6 spicchi d'aglio tritato fine
- 250 gr. olio di oliva
- 200 gr. acciughe sotto sale sciacquate e senza lische
Opzionali
- 100 ml di panna fresca
- 4-5 noci
Usate un tegame di terracotta di circa 15 cm di diametro dotato di manico, su un fornelletto a spirito, in modo che il contenuto resti caldissimo, ma non arrivi a bollitura.
Sciogliete il burro nel tegame, unitevi l'aglio e lasciatelo cuocere per 15 minuti circa su fiamma bassissima, non deve imbiondire. Aggiungete l'olio e proseguite la cottura a calore molto dolce per 10 minuti. Spezzettate le acciughe e aggiungetele alla salsa, senza mai farla bollire, che va fatta cuocere per altri 30-40 minuti.
Molti usano aggiungere 100 ml di panna fresca 10-15 minuti prima del termine di cottura, per ammorbidire il gusto finale della bagna cauda.
Un'altra aggiunta opzionale è quella di 4-5 noci tritate (che servono ad evocare il gusto dell'olio di noci, che si usava una volta al posto di quello di oliva - in Piemonte naturalmente erano più comuni le noci che non gli ulivi!).
Nella bagna cauda si intingono verdure crude di vari tipi: cardi, gambi di sedano, foglie tenere di cavolo verza, cimette di cavolfiore, rape, carote, topinambour, ravanelli, peperoni crudi o arrostiti divisi a fette.
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sabato 28 novembre 2009
torta al limone
La mia amica Fra mi ha dato la ricetta della sua squisita torta al limone. Lei è una cuoca davvero "spettacolosa", io arrivo a malapena a cucinare la frittata e la minestrina... ma ci ho comunque provato, e questo è il risultato (anche se esteticamente non eccelso, io ne sono comunque MOLTO fiera) ;-)

Condivido qui la ricetta:
Pan di spagna
200 gr di farina
200 gr di zucchero
4 uova intere
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito
1 bicchiere piccolo di olio di semi
1 buccia grattuggiata di un limone
il succo di due limoni spremuti
Sbattere le uova intere con la buccia grattuggiata del limone e lo zucchero.
Aggiungere l'olio ed amalgamare bene.
Aggiungere il lievito, la farina e la fecola continuando a girare il composto sempre in un verso per evitare di smontare le uova.
Alla fine prima di versare il composto in una teglia imburrata e nfarinata (consiglio, usate la carta forno che così vi risparrmiate tanti problemi e non si imburra nulla e sarà molto meno calorica), aggiungete il succo dei due limoni spremuti, il composto diventerà subito spumoso.
Mentre state preparando il composto dovete accendere il forno a 180° in modo da infornare con il forno già caldo, per circa 35 minuti.
Lasciare raffreddare e intanto preparate la crema.
Crema al limone
300 gr di acqua
180/200 gr di zucchero
il succo di 2 limoni e la buccia grattuggiata di uno
2 tuorli d'uovo
50 gr di fecola di patate
In una pentola versare l'acqua, aggiungere lo zucchero e scioglierlo prima di inserire i tuorli, e poi il succo del limone e la buccia grattuggiata ed infine la fecola.
Evitate che si facciano i grumi con la fecola, usate un colino.
A questo punto si mette sul fuoco e si comincia a girare... appena comincia ad addensare chiudete il fornello, perchè il composto continuerà ad addensare anche dopo che il fuoco sarà spento.
Apenna vedete che sta addensando... è un attimo.
Poi tagliate il pan di spagna raffreddato, bagnatelo con acqua e succo di limone e zucchero, spalmateci la crema di limone.
Sopra se non ci mettete dello zucchero a velo ci mettete la crema o vicerversa.

Condivido qui la ricetta:
Pan di spagna
200 gr di farina
200 gr di zucchero
4 uova intere
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito
1 bicchiere piccolo di olio di semi
1 buccia grattuggiata di un limone
il succo di due limoni spremuti
Sbattere le uova intere con la buccia grattuggiata del limone e lo zucchero.
Aggiungere l'olio ed amalgamare bene.
Aggiungere il lievito, la farina e la fecola continuando a girare il composto sempre in un verso per evitare di smontare le uova.
Alla fine prima di versare il composto in una teglia imburrata e nfarinata (consiglio, usate la carta forno che così vi risparrmiate tanti problemi e non si imburra nulla e sarà molto meno calorica), aggiungete il succo dei due limoni spremuti, il composto diventerà subito spumoso.
Mentre state preparando il composto dovete accendere il forno a 180° in modo da infornare con il forno già caldo, per circa 35 minuti.
Lasciare raffreddare e intanto preparate la crema.
Crema al limone
300 gr di acqua
180/200 gr di zucchero
il succo di 2 limoni e la buccia grattuggiata di uno
2 tuorli d'uovo
50 gr di fecola di patate
In una pentola versare l'acqua, aggiungere lo zucchero e scioglierlo prima di inserire i tuorli, e poi il succo del limone e la buccia grattuggiata ed infine la fecola.
Evitate che si facciano i grumi con la fecola, usate un colino.
A questo punto si mette sul fuoco e si comincia a girare... appena comincia ad addensare chiudete il fornello, perchè il composto continuerà ad addensare anche dopo che il fuoco sarà spento.
Apenna vedete che sta addensando... è un attimo.
Poi tagliate il pan di spagna raffreddato, bagnatelo con acqua e succo di limone e zucchero, spalmateci la crema di limone.
Sopra se non ci mettete dello zucchero a velo ci mettete la crema o vicerversa.
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