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sabato 28 gennaio 2017
meme libri 2016
Come d'abitudine, a inizio del nuovo anno arriva un post riepilogativo delle letture dell'anno precedente. Non che debba interessare a qualcuno in particolare, ma serve a me come punto della situazione.
Quanti libri hai letto nel 2016?
Quest'anno sono 69 (e grazie al caro Goodreads che mi dà una mano nel conteggio).
Quanti erano fiction e quanti no?
Almeno una quarantina erano fiction, titolo più titolo meno...
Il miglior libro letto?
Ne indico tre. Innanzitutto "L'usignolo" di Kristin Hannah e "Tutta la luce che non vediamo" di Anthony Doerr, entrambi, per coincidenza, ambientati negli anni della seconda guerra mondiale, in Francia. E poi ho apprezzato molto anche "Dentro soffia il vento" della giovane Francesca Diotallevi. Se dovessi indicare soltanto un titolo probabilmente direi "L'usignolo", perché è stato quello che mi ha tenuta sospesa sino alla fine.
E il più brutto?
Non mi è piaciuto "Una città o l'altra" di Bill Bryson, e infatti l'ho mollato dopo un paio di capitoli. E' stato deludente perché mi è sembrato pieno di lamentele basate su luoghi comuni, e questo mi ha stupito poiché ritenevo che Bryson, essendo uno scrittore di viaggio, fosse dotato di imparzialità e apertura mentale.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "L'amuleto d'ambra" e "Il ritorno" della Gabaldon, per rinfrescarmi la memoria subito prima della serie televisiva (e poter valutare bene le differenze).
Quanti libri scritti da autori italiani?
16.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Rovescio la questione, 17 erano libri "di carta", il resto ebook.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse uno dei due romanzi di Sylvia Thorpe, ma non so di preciso se risale agli anni Sessanta o Settanta.
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libri
lunedì 16 gennaio 2017
every breath you take
Judith McNaught, Every breath you take, Ballantine Books, 2006
Gli ingredienti dei libri della McNaught sono sempre gli stessi: lui ricco e potente, lei giovane e tendenzialmente innocente, spesso c'è un cane fra i comprimari, e poi - immancabile - c'è il grande fraintendimento, un misunderstanding che tiene lontani i due protagonisti prima di arrivare al lieto fine.
E anche stavolta è così, ma per amore dei vecchi tempi (la McNaught è una fra le prime autrici romance che ho letto da ragazzina) avrei anche potuto passarci sopra e dare un voto più alto al libro, invece di attribuirgli tre stelline su cinque. Però non lo faccio, perché dopo una prima metà del libro che ho trovato molto buona, la seconda metà mi ha delusa.
A partire dai tempi della narrazione: la prima metà racconta lo svolgimento di due soli giorni nella vicenda, la seconda invece mette l'acceleratore e arriva quasi a tre anni dopo, in maniera poco armonica e sbilanciata.
Senza contare che il grande fraintendimento è davvero idiota e futile (sarebbe bastata una telefonata per evitarlo: è impossibile pensare che al giorno d'oggi, e anche nell'anno 2005 in cui è stato pubblicato il libro, due che stanno insieme per due giorni non si scambino i rispettivi numeri di cellulare) e trascinato troppo a lungo.
Sembra quasi che le due metà della storia siano state scritte da due mani diverse, o che la seconda metà sia stata scritta in maniera più sciolta giusto perché c'era bisogno di finire il libro. E nemmeno la parte thriller è ben amalgata col resto.
Gli ingredienti dei libri della McNaught sono sempre gli stessi: lui ricco e potente, lei giovane e tendenzialmente innocente, spesso c'è un cane fra i comprimari, e poi - immancabile - c'è il grande fraintendimento, un misunderstanding che tiene lontani i due protagonisti prima di arrivare al lieto fine.
E anche stavolta è così, ma per amore dei vecchi tempi (la McNaught è una fra le prime autrici romance che ho letto da ragazzina) avrei anche potuto passarci sopra e dare un voto più alto al libro, invece di attribuirgli tre stelline su cinque. Però non lo faccio, perché dopo una prima metà del libro che ho trovato molto buona, la seconda metà mi ha delusa.
A partire dai tempi della narrazione: la prima metà racconta lo svolgimento di due soli giorni nella vicenda, la seconda invece mette l'acceleratore e arriva quasi a tre anni dopo, in maniera poco armonica e sbilanciata.
Senza contare che il grande fraintendimento è davvero idiota e futile (sarebbe bastata una telefonata per evitarlo: è impossibile pensare che al giorno d'oggi, e anche nell'anno 2005 in cui è stato pubblicato il libro, due che stanno insieme per due giorni non si scambino i rispettivi numeri di cellulare) e trascinato troppo a lungo.
Sembra quasi che le due metà della storia siano state scritte da due mani diverse, o che la seconda metà sia stata scritta in maniera più sciolta giusto perché c'era bisogno di finire il libro. E nemmeno la parte thriller è ben amalgata col resto.
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libri
mercoledì 28 dicembre 2016
apprentice in death
New York, 2061.
I colpi arrivano veloci, silenziosi, con un'accuratezza mortale. In pochi secondi, tre persone vengono uccise sulla pista di pattinaggio di Central Park. Le vittime sono una giovane pattinatrice, un medico e un insegnante: tre vittime assolutamente casuali.
Il tenente Eve Dallas ha avuto a che fare con numerosi assassini negli anni passati nel dipartimento di polizia, ma nessuno come questo. Dopo aver verificato i video della sicurezza, diventa chiaro che le vittime sono state uccise da un cecchino con un fucile laser tattico, che poteva essere distantissimo al momento di premere il grilletto.
I luoghi da cui l'assassino può aver sparato sono molteplici, ma la lista delle persone con quella particolare abilità è però limitata: polizia, militari, killer professionisti.
Roarke, milionario marito di Eve, ha illimitate risorse a sua disposizione, e quando un software da lui creato porta Eve a individuare la location del cecchino, emerge un fatto sorprendente: il killer non era solo. C'erano due persone sul luogo da cui sono partiti gli spari, un uomo e una persona più giovane, un teenager. Qualcuno che segue le orme di un esperto nell'arte di uccidere. I due hanno un programma da seguire: Central Park è stato soltanto un riscaldamento.
Emerge subito che si tratta di padre e figlia: un ex militare ed ex poliziotto delle forze speciali, e la figlia quindicenne. Mentre un altro attacco del cecchino scuote la città nel suo cuore, a Times Square, Eve si rende conto che, sebbene tutti veniamo modellati anche dalle persone che ci circondano, ci sono anche coloro che nascono malvagi.
Il cecchino non è infatti l'uomo, finito nel gorgo delle droghe in seguito a un incidente in cui la sua seconda moglie perse la vita (e alcune delle vittime sono infatti collegate a quell'incidente), bensì la ragazzina, una vera e propria anima nera, in grado di agire anche da sola, e, anzi, con una sua lista personale di bersagli da eliminare (inclusi madre, patrigno e fratellino).
In questo titolo non c'è una vera e propria indagine per scoprire gli assassini di turno, poiché il tenente Dallas risale alla loro identità abbastanza presto. C'è quindi la caccia per prenderli, prima il padre e poi, in maniera più complicata, la ragazza. Roarke dà sempre una mano a Eve, e soprattutto alla divisione EDD, tanto che mi chiedo quando trovi mai il tempo di gestire le sue ramificate Roarke Industries. E' presente un momento di grande apprensione per Summerset, che era andato al Madison Square Garden per un concerto proprio quando la ragazzina killer decide di far fuori una ventina di persone innocenti anche là. Roarke e Eve si precipitano sulla scena col cuore in gola, ma per fortuna l'uomo non è stato ferito.
Mah, il libro non mi è dispiaciuto, però mi piacerebbe che ci fosse un pochino più di movimento nelle relazioni fra i personaggi. Ad esempio, anche stavolta, nonostante Eve fosse preoccupata per Summerset, non si è verificato alcun avvicinamento esplicito fra i due: ma dopo oltre due anni che vivi lì, che sai benissimo che quell'uomo è come se fosse il padre adottivo di tuo marito, e che ormai lo conosci, ecchediamine Eve, dacci un taglio a questa mini-guerra che portate avanti: mi sarei anche un po' stufata... L'unico cambiamento che si è avuto riguarda l'arredamento dell'ufficio casalingo di Eve, e ho paura che dovremo accontentarci di questa concessione da parte della Robb.
I colpi arrivano veloci, silenziosi, con un'accuratezza mortale. In pochi secondi, tre persone vengono uccise sulla pista di pattinaggio di Central Park. Le vittime sono una giovane pattinatrice, un medico e un insegnante: tre vittime assolutamente casuali.
Il tenente Eve Dallas ha avuto a che fare con numerosi assassini negli anni passati nel dipartimento di polizia, ma nessuno come questo. Dopo aver verificato i video della sicurezza, diventa chiaro che le vittime sono state uccise da un cecchino con un fucile laser tattico, che poteva essere distantissimo al momento di premere il grilletto.
I luoghi da cui l'assassino può aver sparato sono molteplici, ma la lista delle persone con quella particolare abilità è però limitata: polizia, militari, killer professionisti.
Roarke, milionario marito di Eve, ha illimitate risorse a sua disposizione, e quando un software da lui creato porta Eve a individuare la location del cecchino, emerge un fatto sorprendente: il killer non era solo. C'erano due persone sul luogo da cui sono partiti gli spari, un uomo e una persona più giovane, un teenager. Qualcuno che segue le orme di un esperto nell'arte di uccidere. I due hanno un programma da seguire: Central Park è stato soltanto un riscaldamento.
Emerge subito che si tratta di padre e figlia: un ex militare ed ex poliziotto delle forze speciali, e la figlia quindicenne. Mentre un altro attacco del cecchino scuote la città nel suo cuore, a Times Square, Eve si rende conto che, sebbene tutti veniamo modellati anche dalle persone che ci circondano, ci sono anche coloro che nascono malvagi.
Il cecchino non è infatti l'uomo, finito nel gorgo delle droghe in seguito a un incidente in cui la sua seconda moglie perse la vita (e alcune delle vittime sono infatti collegate a quell'incidente), bensì la ragazzina, una vera e propria anima nera, in grado di agire anche da sola, e, anzi, con una sua lista personale di bersagli da eliminare (inclusi madre, patrigno e fratellino).
In questo titolo non c'è una vera e propria indagine per scoprire gli assassini di turno, poiché il tenente Dallas risale alla loro identità abbastanza presto. C'è quindi la caccia per prenderli, prima il padre e poi, in maniera più complicata, la ragazza. Roarke dà sempre una mano a Eve, e soprattutto alla divisione EDD, tanto che mi chiedo quando trovi mai il tempo di gestire le sue ramificate Roarke Industries. E' presente un momento di grande apprensione per Summerset, che era andato al Madison Square Garden per un concerto proprio quando la ragazzina killer decide di far fuori una ventina di persone innocenti anche là. Roarke e Eve si precipitano sulla scena col cuore in gola, ma per fortuna l'uomo non è stato ferito.
Mah, il libro non mi è dispiaciuto, però mi piacerebbe che ci fosse un pochino più di movimento nelle relazioni fra i personaggi. Ad esempio, anche stavolta, nonostante Eve fosse preoccupata per Summerset, non si è verificato alcun avvicinamento esplicito fra i due: ma dopo oltre due anni che vivi lì, che sai benissimo che quell'uomo è come se fosse il padre adottivo di tuo marito, e che ormai lo conosci, ecchediamine Eve, dacci un taglio a questa mini-guerra che portate avanti: mi sarei anche un po' stufata... L'unico cambiamento che si è avuto riguarda l'arredamento dell'ufficio casalingo di Eve, e ho paura che dovremo accontentarci di questa concessione da parte della Robb.
mercoledì 14 dicembre 2016
snowdrift
Nell'autunno 2016 la raccolta di novelle di Georgette Heyer "Pistols for two" (originariamente pubblicato nel 1960) è uscita con un nuovo titolo "Snowdrift and other stories" e con tre novelle giovanili, pubblicate insieme in forma di libro per la prima volta.
Due di queste tre storie vennero scritte per il Woman’s Journal negli anni Trenta, e la terza - Pursuit - per un'antologia della Croce Rossa.
Questioni d’onore, libertini e furfanti, affari di cuore che coinvolgono ereditiere, giovani fanciulle e scapoli d’oro; sentimento, intrighi, fughe e duelli all’alba: tutta la galanteria, le malvagità e l’eleganza di un’epoca – quella della Reggenza inglese - che la Heyer ha saputo far propria in maniera magistrale.
Di seguito una sintesi delle tre novelle nuove. Se vi interessano le altre undici, guardate il mio vecchio post.
Pursuit - Due giovani scappano per andare a sposarsi a Gretna Green. Sulle loro tracce si getta il tutore della ragazza, accompagnato dalla governante, che però vede di buon occhio l'unione fra i due ragazzi. Finirà che la coppia più giovane rimarrà insieme, e per di più nascerà un'imprevedibile coppia fra i due più anziani.
Runaway Match - Una giovane ochetta diciottenne fugge insieme al suo altrettanto giovane amico d'infanzia. La coppia è intenzionata a sposarsi a Gretna Green, per evitare alla ragazza un matrimonio impostole dalla famiglia. In una locanda i due vengono raggiunti da un conte trentenne, che in pochissimo tempo fornisce al ragazzo tutta l'avventura che stava cercando - grazie al suo primo duello - e trasforma del tutto le intenzioni di fuga della ragazza.
Incident On Bath Road - Un giovane conte, ricco e un po' annoiato, soccorre lungo la strada per Bath un giovanotto appena rimasto coinvolto in un incidente alla corriera su cui stava viaggiando. Il conte si offre di accompagnarlo e i due si fermano in una locanda. Ma il giovanotto in questione è in realtà una fanciulla en travesti, che sta scappando di casa - e dal fratello - per evitare di dover sposare un uomo che non le piace.
Due di queste tre storie vennero scritte per il Woman’s Journal negli anni Trenta, e la terza - Pursuit - per un'antologia della Croce Rossa.
Questioni d’onore, libertini e furfanti, affari di cuore che coinvolgono ereditiere, giovani fanciulle e scapoli d’oro; sentimento, intrighi, fughe e duelli all’alba: tutta la galanteria, le malvagità e l’eleganza di un’epoca – quella della Reggenza inglese - che la Heyer ha saputo far propria in maniera magistrale.
Di seguito una sintesi delle tre novelle nuove. Se vi interessano le altre undici, guardate il mio vecchio post.
Pursuit - Due giovani scappano per andare a sposarsi a Gretna Green. Sulle loro tracce si getta il tutore della ragazza, accompagnato dalla governante, che però vede di buon occhio l'unione fra i due ragazzi. Finirà che la coppia più giovane rimarrà insieme, e per di più nascerà un'imprevedibile coppia fra i due più anziani.
Runaway Match - Una giovane ochetta diciottenne fugge insieme al suo altrettanto giovane amico d'infanzia. La coppia è intenzionata a sposarsi a Gretna Green, per evitare alla ragazza un matrimonio impostole dalla famiglia. In una locanda i due vengono raggiunti da un conte trentenne, che in pochissimo tempo fornisce al ragazzo tutta l'avventura che stava cercando - grazie al suo primo duello - e trasforma del tutto le intenzioni di fuga della ragazza.
Incident On Bath Road - Un giovane conte, ricco e un po' annoiato, soccorre lungo la strada per Bath un giovanotto appena rimasto coinvolto in un incidente alla corriera su cui stava viaggiando. Il conte si offre di accompagnarlo e i due si fermano in una locanda. Ma il giovanotto in questione è in realtà una fanciulla en travesti, che sta scappando di casa - e dal fratello - per evitare di dover sposare un uomo che non le piace.
sabato 3 dicembre 2016
dentro soffia il vento
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della
Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case
affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto
campanile.
Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.
Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi.
Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato.
Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.
Ritornando su un tema caro alla letteratura di ogni tempo – l’amore che dissolve il rapporto tra una comunità e il suo capro espiatorio – Francesca Diotallevi costruisce un romanzo che sorprende per la maturità della scrittura e la solidità della trama, un’opera che annuncia un nuovo talento della narrativa italiana.
Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.
Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi.
Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato.
Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.
Ritornando su un tema caro alla letteratura di ogni tempo – l’amore che dissolve il rapporto tra una comunità e il suo capro espiatorio – Francesca Diotallevi costruisce un romanzo che sorprende per la maturità della scrittura e la solidità della trama, un’opera che annuncia un nuovo talento della narrativa italiana.
venerdì 2 dicembre 2016
alberto angela a giovedìscienza
La Gioconda non è solo un quadro da ammirare. In realtà è un viaggio nella mente e nelle emozioni di Leonardo. È una porta che si spalanca su un luogo e su un’epoca indimenticabili: Firenze (ma anche Milano, Roma, Mantova, Urbino...) e il Rinascimento.
Sarà Monna Lisa stessa a “raccontarci” Leonardo, il genio che l’ha potuta pensare e realizzare, e che ci svelerà i segreti delle incredibili macchine e invenzioni (un palombaro, un paracadute, un robot!).
Ma che cosa sappiamo di lei? Chi è davvero questa donna misteriosa? Partendo da ogni dettaglio del quadro e ricostruendo le circostanze in cui Leonardo lo dipinse, Alberto Angela ci accompagna a scoprire che il volto della Gioconda non ha ciglia né sopracciglia, o che il segreto del paesaggio va ricercato nel nuovo tipo di prospettiva “aerea” ideato da Leonardo.
Sarà Monna Lisa stessa a “raccontarci” Leonardo, il genio che l’ha potuta pensare e realizzare, e che ci svelerà i segreti delle incredibili macchine e invenzioni (un palombaro, un paracadute, un robot!).
Ma che cosa sappiamo di lei? Chi è davvero questa donna misteriosa? Partendo da ogni dettaglio del quadro e ricostruendo le circostanze in cui Leonardo lo dipinse, Alberto Angela ci accompagna a scoprire che il volto della Gioconda non ha ciglia né sopracciglia, o che il segreto del paesaggio va ricercato nel nuovo tipo di prospettiva “aerea” ideato da Leonardo.
Ieri sera - lunedì 1 dicembre - Alberto Angela ha incontrato il pubblico torinese, nell'ambito di GiovedìScienza.
Il Teatro Colosseo è completamente pieno (1500 posti fra platea e galleria) già mezz'ora prima dell'orario previsto per l'inizio dell'incontro. Per fortuna io e la mia collega riusciamo a trovare due poltrone, anche se siamo in alto, a circa metà galleria.
Il Teatro Colosseo è completamente pieno (1500 posti fra platea e galleria) già mezz'ora prima dell'orario previsto per l'inizio dell'incontro. Per fortuna io e la mia collega riusciamo a trovare due poltrone, anche se siamo in alto, a circa metà galleria.

La conferenza comincia verso le 17.55,
con una breve introduzione di Piero Bianucci.
Nel preambolo Alberto Angela
ricorda subito come il palco del Colosseo sia stato quello dove tenne
la sua prima conferenza pubblica, sempre con Bianucci, molti anni fa.
All'epoca avere la luce dei riflettori direttamente puntata in faccia
equivaleva ad avere un senso di tranquillità, perché non si rendeva
ben conto di avere davanti a sé tutto quel pubblico. Alberto chiede
se per chi sta riprendendo via streaming l'evento è un problema se
lui si alzasse dalla poltroncina e si mettesse a camminare sul palco.
Così fa.
La Gioconda è stata una delle icone
del Novecento. Nel suo ultimo libro “Gli occhi della Gioconda” Angela
propone una delle ipotesi dello studioso Carlo Pedretti, ovvero che
la Gioconda che noi conosciamo non sia Monna Lisa bensì un'altra
donna. E grazie a questo dibattito sulla Gioconda, il libro ci permette di fare un viaggio nella mente e nell'epoca di Leonardo da Vinci.
A metà '500 il Vasari ne “Le Vite”
intendeva riassumere il Rinascimento, un'epoca già conclusa ed
irripetibile. In questo testo Vasari parla del ritratto di tale Lisa
Gherardini, commissionato a Leonardo dal marito, il mercante Mastro
Giocondo. Già potrebbe risultare strano che Leonardo facesse un
quadro per un mercante, e non per un principe o un più alto
personaggio. Ancor più strano pensare che la dama in questione
doveva avere circa 15 anni, mentre il ritratto che noi oggi
conosciamo non sembra affatto quello di una quindicenne.
Angela racconta poi che la Firenze
del '500 è una città in decadenza. Leonardo realizza la Gioconda in
questo contesto, volendo continuare la tradizione delle grandi opere.
Racconta anche dei cartoni preparatori da lui realizzati per la Battaglia di Anghiari, per i quali utilizzò la tecnica dell'encausto (si mescolavano pigmenti e cera, poi avvicinando dei bracieri caldi, la cera sgusciava fuori dai tratti, e usando un apposito panno il tutto diventava simile a marmo). Purtroppo il procedimento non funzionò bene, e il caldo dei bracieri rovinò tutta l'opera. Successivamente fu proprio Vasari a ricoprire la parete con dei nuovi affreschi. Che ne fu del lavoro di Leonardo? Venne coperto e distrutto, oppure il Vasari lo nascose con una sorta di intercapedine? Non si sa.
Racconta anche dei cartoni preparatori da lui realizzati per la Battaglia di Anghiari, per i quali utilizzò la tecnica dell'encausto (si mescolavano pigmenti e cera, poi avvicinando dei bracieri caldi, la cera sgusciava fuori dai tratti, e usando un apposito panno il tutto diventava simile a marmo). Purtroppo il procedimento non funzionò bene, e il caldo dei bracieri rovinò tutta l'opera. Successivamente fu proprio Vasari a ricoprire la parete con dei nuovi affreschi. Che ne fu del lavoro di Leonardo? Venne coperto e distrutto, oppure il Vasari lo nascose con una sorta di intercapedine? Non si sa.
Gli occhi della Gioconda colpiscono in
modo particolare, privi di ciglia e di sopracciglia, così come la
bocca, risultato di una serie di passaggi semitrasparenti che rendono
indefiniti i lineamenti. Leonardo usava una sua tecnica di sfumato,
con strati successivi sul tratto originale. Inoltre pare che avesse
una serie di taccuini su cui riportava tipologie di parti del volto,
ad esempio aveva individuato 21 tipologie di nasi diversi, ed era in
grado di disegnare i volti usando questi vari elementi anche a
distanza di tempo. Ricordiamoci di questa cosa perché tornerà utile
nelle conclusioni finali.
Leonardo fece anche approfonditi studi di fisiognomica, e dipingeva un po' come se fosse un fotografo.
Leonardo fece anche approfonditi studi di fisiognomica, e dipingeva un po' come se fosse un fotografo.
A questo punto Angela passa in rassegna
diversi quadri leonardeschi, mostrandone le slides. Sia nel “Ritratto di Ginevra de' Benci” sia nella “Dama con l'ermellino” Leonardo
dava movimento al corpo, nel ritratto: la figura era spesso
riprodotta di tre quarti.
Ci mostra poi il disegno preparatorio per il ritratto (di profilo) di Isabella d'Este, che insisteva con lui per farsi ritrarre. In realtà non è chiaro se un successivo quadro a colori sia mai stato realizzato.
Ci mostra poi il disegno preparatorio per il ritratto (di profilo) di Isabella d'Este, che insisteva con lui per farsi ritrarre. In realtà non è chiaro se un successivo quadro a colori sia mai stato realizzato.
Nella Belle Ferronière, anch'essa
conservata al Louvre, il vestito è dello stesso stile di quello
della Gioconda, con le maniche con larghi squarci da cui uscivano gli
sbuffi della camicia. Le pieghe del vestito erano un segno della
qualità dell'abito.
Angela continua mostrandoci il
celeberrimo autoritratto a sanguigna di Leonardo, conservato proprio
alla Biblioteca Reale di Torino.
Raffaello fu folgorato dalla Gioconda
quando la vide, tanto da realizzare un quadro simile, come posa ed
elementi. Copie molto simili della Gioconda, di altri autori, sono
tuttora conservate al Prado e a San Pietroburgo. E ce n'è
addirittura una, che ritrae effettivamente una ragazza giovane, che
potrebbe essere una quindicenne, con fondale del tutto diverso (e che
si trova attualmente in un caveau a Singapore).
Nel capitolo 4, “Sulle tracce di
Leonardo”, Angela ci racconta come Leonardo fosse un figlio
illegittimo. Il nonno paterno era notaio, e, contrario alla relazione
del figlio con una contadina, trafficò per farla sposare a un
contadino, e non al suo prezioso figlio. Il piccolo Leonardo visse un
po' con il nonno paterno e un po' con la madre. A un certo punto
torna il suo vero padre e a Leonardo venne impartita un'istruzione a
Firenze. Il ragazzino faceva dei bellissimi disegni, e il padre si
convinse a mandarlo a bottega dal Verrocchio (insieme a personaggi
quali Botticelli, Perugino, Ghirlandaio). Ben presto l'allievo superò
il maestro.
Una curiosità: sembra che il David della bottega del Verrocchio ritraesse Leonardo da giovane.
Una curiosità: sembra che il David della bottega del Verrocchio ritraesse Leonardo da giovane.
Anche della Vergine delle Rocce ne
esistono due versioni, fatte entrambi da Leonardo (una conservata al
Louvre e una alla National Gallery di Londra). Questo perché i frati
che l'avevano commissionata erano disposti soltanto a pagare le
spese vive dei pigmenti etc.. e non a pagarla a prezzo di mercato.
Per cui Leonardo vendette il primo quadro a chi glielo pagava di più,
e poi ne realizzò una seconda versione, senza perderci troppo tempo,
per i monaci.
Le mani della Gioconda sono mani che
parlano. Anch'esse sono sfumate, senza nervature in rilievo. Leonardo
aveva compiuto approfonditi studi di anatomia, e ne è rimasta
testimonianza nei suoi disegni.
Nel paesaggio che si intravede sullo
sfondo della Gioconda vi sono una strada, un fiume e un ponte a più
arcate. Potrebbe trattarsi del Ponte Buriano, sulla Cassia nei pressi
di Arezzo, però le strutture rocciose riprodotte non combaciano con
quel luogo, sembrano invece le gole di Prat'antico, vicino a Firenze.
Nella Gioconda è molto evidente la prospettiva aerea usata da
Leonardo: gli oggetti che stanno sullo sfondo sono sfumati, azzurrati
in distanza, proprio per evidenziare lo “spessore dell'aria” -
invece gli oggetti vicini sono in basso, colorati e nitidi.
La parte posteriore della Gioconda è
una tavola di legno, non una tela. Sulla parte davanti, ci sono
almeno mezzo milione di screpolature.
La Gioconda ha perso i suoi colori originali perché, quando si trovava nelle Collezioni Reali francesi, vennero messi vari strati di vernice. Adesso i colori sono piuttosto scuri, si sono incupiti. Qualche tempo fa, nel laboratorio di restauro di Aramengo, vicino ad Asti, la famiglia Nicola ha effettuato una pulitura digitale su un'immagine della Gioconda mostrando come doveva essere coi suoi colori originali, quando Leonardo la dipinse.
La Gioconda ha perso i suoi colori originali perché, quando si trovava nelle Collezioni Reali francesi, vennero messi vari strati di vernice. Adesso i colori sono piuttosto scuri, si sono incupiti. Qualche tempo fa, nel laboratorio di restauro di Aramengo, vicino ad Asti, la famiglia Nicola ha effettuato una pulitura digitale su un'immagine della Gioconda mostrando come doveva essere coi suoi colori originali, quando Leonardo la dipinse.
Leonardo trascorse i suoi ultimi anni
in Francia, presso la corte di Francesco I. Portò con sé pochi
quadri, fra cui il San Giovanni Battista, a cui era molto affezionato
(il modello del quadro era stato il suo allievo, nonché
amante, Salai). Prima di morire, Leonardo regalò questi suoi quadri a
Salai, e fu poi quest'ultimo a venderli alla corona francese (la Gioconda per 12mila
ducati).
E' stato in occasione del famoso furto
avvenuto nel 1911 che la Gioconda conobbe un periodo di particolare
fama. Sul finire dell'800 era comunque considerata un sex symbol per
il suo sguardo seduttivo, mentre nel '900 cominciò ad essere oggetto
di ironia e prese in giro da parte di vari artisti.
Per tirare le fila del discorso, chi è
la Gioconda esposta oggi al Louvre? Leonardo fece il quadro su
commissione di Francesco del Giocondo, come è stato detto al
principio.
Ma che fine ha fatto questo primo
quadro? Non esiste prova che sia avvenuto il pagamento. Giocondo non
vi fa alcun riferimento nel suo testamento. E nemmeno nessuno fa mai
riferimento alla Gioconda durante la vita di Leonardo.
Giuliano de Medici (uno dei figli di
Lorenzo il Magnifico) aveva un'amante che morì di parto. Giuliano
riconobbe il figlio, ed è possibile che abbia chiesto a Leonardo di
fare un ritratto della donna morta (Leonardo l'aveva conosciuta tempo
prima). Questa donna potrebbe essere quella ritratta nella tela oggi
conservata al Louvre. D'altronde vi è anche una frase del segretario
di un cardinale in visita all'anziano Leonardo presso la corte
francese: “Leonardo ci ha mostrato un ritratto di dama commissionatagli da
Giuliano”.
L'ipotesi indicata dal libro – e
sostenuta dallo studioso Pedretti – è quindi che al Louvre non ci
sarebbe Monna Lisa (la moglie di Francesco del Giocondo), bensì
Pacifica Brandani, l'amante di Giuliano de Medici (e quindi, se vogliamo, Monna Pacifica).
Alberto Angela va avanti per
oltre un'ora e mezza con la sua esposizione. Finisce verso le 19.20.
Non mi sono distratta neanche per un attimo, e l'avrei ascoltato ancora a lungo.
Non mi sono distratta neanche per un attimo, e l'avrei ascoltato ancora a lungo.
martedì 29 novembre 2016
il giardino dei segreti
Kate Morton, Il giardino dei segreti
Nel 1913 Hugh, responsabile del porto australiano di Maryborough, trova sulla banchina una bambina di quattro anni abbandonata, scesa da una nave appena giunta dall'Inghilterra.
La bimba non ricorda il suo nome e non ha alcun segno identificativo, soltanto una piccola valigina bianca contenente qualche vestito e un libro di fiabe scritto da una certa Eliza Makepeace, l'Autrice.
Hugh e sua moglie non hanno figli (ci sono stati diversi aborti nel corso degli anni del loro matrimonio), per cui decidono di tenere con sé la bimba, che chiamano Nell, e di crescerla come propria.
A 21 anni Nell è fidanzata ed è totalmente inconsapevole delle proprie origini. Quando Hugh le confessa la verità, l'equilibrio e le certezze di Nell vanno in pezzi, ma i tempi difficili e la seconda guerra mondiale non le permettono di esplorare le sue vere radici sino al 1975, finché si reca a Londra.
Qui viene a conoscenza della storia di Rose, la malaticcia cugina di Eliza, figlia di Lord Linus Mountrachet e di sua moglie, Lady Adeline, di bassa estrazione sociale. L'amata sorella di Mountrachet, Georgiana, aveva gettato scandalo sulla propria famiglia fuggendo a Londra per vivere nella miseria insieme a un marinaio, che poi era improvvisamente scomparso.
Eliza Makepeace era la loro figlia, ospitata dallo zio Linus dopo la morte di Georgiana e riportata a Blackhurst, la malinconica tenuta dei Mountrachet in Cornovaglia.
Nel 1975 Blackhurst è divenuta un hotel, e Nell, parlando con vari abitanti del posto, riesce a risalire al fatto che i propri genitori fossero proprio Rose e suo marito, il pittore Nathaniel Walker - anche se ufficialmente la loro unica figlia risultava essere morta proprio a quattro anni.
La ricerca di Nell si interrompe a questo punto, ma dopo la sua morte, nel 2005, tocca a sua nipote Cassandra riprendere in mano le fila della storia, e recarsi in Cornovaglia per scoprire davvero la verità relativa alle origini di Nell - legate intimamente a un piccolo cottage comprato da sua nonna proprio nel 1975 - e mettere insieme tutte le tessere ancora mancanti del puzzle.
La struttura del romanzo è piuttosto intricata. Ci sono infiniti salti temporali avanti e indietro, uno per ciascun capitolo, e all'inizio ho trovato questa cosa molto pesante. Non che non avessi mai letto libri che adottavano questo espediente, ma qui la Morton lo ha davvero portato agli eccessi, secondo me. Ci sono stati diversi punti in cui avevo difficoltà a ricordarmi se una certa cosa era stata scoperta da Nell oppure da Cassandra, e in quale contesto era stata presentata per la prima volta.
Però capisco il motivo per cui l'autrice ha adottato questa modalità di narrazione, intersecando diversi piani e diverse voci.
L'utilizzo del simbolismo delle fiabe, e una finta pista che suggerisce la possibilità di un incesto creano una boscaglia di indizi fitta e impenetrabile proprio come il giardino cresciuto ed incolto di Eliza, e il labirinto di Blackhurst.
Un puzzle un po' torbido, ma la rivelazione finale coglie abbastanza di sorpresa, anche se verso i capitoli finali restava effettivamente l'unica strada che poteva essere stata percorsa dagli eventi. Posso dire che alla fine ci ero arrivata. Come avrebbe detto Sherlock Holmes, una volta eliminato l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev'essere la verità.
Nel 1913 Hugh, responsabile del porto australiano di Maryborough, trova sulla banchina una bambina di quattro anni abbandonata, scesa da una nave appena giunta dall'Inghilterra.
La bimba non ricorda il suo nome e non ha alcun segno identificativo, soltanto una piccola valigina bianca contenente qualche vestito e un libro di fiabe scritto da una certa Eliza Makepeace, l'Autrice.
Hugh e sua moglie non hanno figli (ci sono stati diversi aborti nel corso degli anni del loro matrimonio), per cui decidono di tenere con sé la bimba, che chiamano Nell, e di crescerla come propria.
A 21 anni Nell è fidanzata ed è totalmente inconsapevole delle proprie origini. Quando Hugh le confessa la verità, l'equilibrio e le certezze di Nell vanno in pezzi, ma i tempi difficili e la seconda guerra mondiale non le permettono di esplorare le sue vere radici sino al 1975, finché si reca a Londra.
Qui viene a conoscenza della storia di Rose, la malaticcia cugina di Eliza, figlia di Lord Linus Mountrachet e di sua moglie, Lady Adeline, di bassa estrazione sociale. L'amata sorella di Mountrachet, Georgiana, aveva gettato scandalo sulla propria famiglia fuggendo a Londra per vivere nella miseria insieme a un marinaio, che poi era improvvisamente scomparso.
Eliza Makepeace era la loro figlia, ospitata dallo zio Linus dopo la morte di Georgiana e riportata a Blackhurst, la malinconica tenuta dei Mountrachet in Cornovaglia.
Nel 1975 Blackhurst è divenuta un hotel, e Nell, parlando con vari abitanti del posto, riesce a risalire al fatto che i propri genitori fossero proprio Rose e suo marito, il pittore Nathaniel Walker - anche se ufficialmente la loro unica figlia risultava essere morta proprio a quattro anni.
La ricerca di Nell si interrompe a questo punto, ma dopo la sua morte, nel 2005, tocca a sua nipote Cassandra riprendere in mano le fila della storia, e recarsi in Cornovaglia per scoprire davvero la verità relativa alle origini di Nell - legate intimamente a un piccolo cottage comprato da sua nonna proprio nel 1975 - e mettere insieme tutte le tessere ancora mancanti del puzzle.
La struttura del romanzo è piuttosto intricata. Ci sono infiniti salti temporali avanti e indietro, uno per ciascun capitolo, e all'inizio ho trovato questa cosa molto pesante. Non che non avessi mai letto libri che adottavano questo espediente, ma qui la Morton lo ha davvero portato agli eccessi, secondo me. Ci sono stati diversi punti in cui avevo difficoltà a ricordarmi se una certa cosa era stata scoperta da Nell oppure da Cassandra, e in quale contesto era stata presentata per la prima volta.
Però capisco il motivo per cui l'autrice ha adottato questa modalità di narrazione, intersecando diversi piani e diverse voci.
L'utilizzo del simbolismo delle fiabe, e una finta pista che suggerisce la possibilità di un incesto creano una boscaglia di indizi fitta e impenetrabile proprio come il giardino cresciuto ed incolto di Eliza, e il labirinto di Blackhurst.
Un puzzle un po' torbido, ma la rivelazione finale coglie abbastanza di sorpresa, anche se verso i capitoli finali restava effettivamente l'unica strada che poteva essere stata percorsa dagli eventi. Posso dire che alla fine ci ero arrivata. Come avrebbe detto Sherlock Holmes, una volta eliminato l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev'essere la verità.
lunedì 28 novembre 2016
un po' di follia in primavera
Questo libro ha continuato a guardarmi dalla mensola per due mesi di fila, supplicandomi di leggerlo. E lo scorso weekend l'ho finalmente esaudito, finendolo in due giorni, vista la sua scarsa lunghezza.
Infatti, nonostante le 290 pagine dichiarate, l'interlinea e la dimensione del carattere sono molto larghe, rendendo di fatto quest'ultimo capitolo delle avventure di Alice Allevi molto più breve dei precedenti.
Aver visto la serie televisiva ovviamente ha interferito con la mia raffigurazione mentale dei personaggi. Soprattutto nelle prime pagine.
Poi però, visto che a parte Claudio il casting dei personaggi principal aveva del tutto cozzato contro le mie aspettative, me ne sono fortunatamente liberata (senza neanche troppa difficoltà) e sono tornata alle mie precedenti immagini mentali.
Alice, in particolare, ha di nuovo assunto il volto della stessa autrice. So bene che il personaggio non è biografico, né tantomeno l'alter ego della Gazzola, però io me la sono sempre immaginata come lei, sin dal principio, quando vidi la sua foto sul risvolto della terza di copertina. E da lettrice sono libera di farlo.
Ma torniamo al libro. Alice è agli sgoccioli del suo percorso di specializzazione e riceve anche una proposta di matrimonio da parte di Arthur, che nel frattempo aveva accettato un lavoro in parte stanziale a Roma. Peccato che nessuna data si concretizzi mai, e anzi ritorni la costante del distacco durante le sue trasferte mediorientali.
E una volta scoperto che il suo fidanzato si è sentito fortemente attratto verso una collega giordana, la rottura fra loro si fa inevitabile.
In tutta questa situazione Claudio è sempre lui, sempre lo stesso, lancia frecciatine ad Alice ricordandole quella famosa notte a Taormina, quanto lui ci pensi e quanto ci tenga a lei. Però quando la nonna di Alice ha un ictus, Arthur sta già andando via, ed è Claudio ad esserle vicino in ospedale.
Alice termina finalmente la specializzazione, discutendo la tesi. Apparentemente la sua esperienza in Istituto è finita. Però si prospettano due posti disponibili per un master l'anno successivo, ed è la stessa professoressa Wally a dire ad Alice che la vedrebbe adatta per la posizione. Anche Claudio la spinge in quella direzione.
Cosa succederà ora? La Gazzola ha annunciato sulla propria pagina Facebook di aver cominciato il libro nuovo, il titolo successivo a questo, quindi sappiamo che ce ne sarà ancora almeno uno. Credo - e non penso di sbagliare - che una delle borse di studio finirà ad Alice, e che quindi la ritroveremo ancora in Istituto, non più specializzanda e auspicabilmente un po' meno imbranata. Spero tanto che il capitolo Arthur sia definitivamente chiuso, e che magari quello di Claudio diventi possibile.
Infatti, nonostante le 290 pagine dichiarate, l'interlinea e la dimensione del carattere sono molto larghe, rendendo di fatto quest'ultimo capitolo delle avventure di Alice Allevi molto più breve dei precedenti.
Aver visto la serie televisiva ovviamente ha interferito con la mia raffigurazione mentale dei personaggi. Soprattutto nelle prime pagine.
Poi però, visto che a parte Claudio il casting dei personaggi principal aveva del tutto cozzato contro le mie aspettative, me ne sono fortunatamente liberata (senza neanche troppa difficoltà) e sono tornata alle mie precedenti immagini mentali.
Alice, in particolare, ha di nuovo assunto il volto della stessa autrice. So bene che il personaggio non è biografico, né tantomeno l'alter ego della Gazzola, però io me la sono sempre immaginata come lei, sin dal principio, quando vidi la sua foto sul risvolto della terza di copertina. E da lettrice sono libera di farlo.
Ma torniamo al libro. Alice è agli sgoccioli del suo percorso di specializzazione e riceve anche una proposta di matrimonio da parte di Arthur, che nel frattempo aveva accettato un lavoro in parte stanziale a Roma. Peccato che nessuna data si concretizzi mai, e anzi ritorni la costante del distacco durante le sue trasferte mediorientali.
E una volta scoperto che il suo fidanzato si è sentito fortemente attratto verso una collega giordana, la rottura fra loro si fa inevitabile.
In tutta questa situazione Claudio è sempre lui, sempre lo stesso, lancia frecciatine ad Alice ricordandole quella famosa notte a Taormina, quanto lui ci pensi e quanto ci tenga a lei. Però quando la nonna di Alice ha un ictus, Arthur sta già andando via, ed è Claudio ad esserle vicino in ospedale.
Alice termina finalmente la specializzazione, discutendo la tesi. Apparentemente la sua esperienza in Istituto è finita. Però si prospettano due posti disponibili per un master l'anno successivo, ed è la stessa professoressa Wally a dire ad Alice che la vedrebbe adatta per la posizione. Anche Claudio la spinge in quella direzione.
Cosa succederà ora? La Gazzola ha annunciato sulla propria pagina Facebook di aver cominciato il libro nuovo, il titolo successivo a questo, quindi sappiamo che ce ne sarà ancora almeno uno. Credo - e non penso di sbagliare - che una delle borse di studio finirà ad Alice, e che quindi la ritroveremo ancora in Istituto, non più specializzanda e auspicabilmente un po' meno imbranata. Spero tanto che il capitolo Arthur sia definitivamente chiuso, e che magari quello di Claudio diventi possibile.
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lunedì 21 novembre 2016
le novelle di diana gabaldon
Diana Gabaldon, Seven stones to stand or fall
Diana Gabaldon ha confermato che il nuovo libro della serie Outlander, intitolato "Go tell the bees that I am gone" NON uscirà nel corso del 2017.
La scrittrice trova strano che la gente chieda insistentemente ai propri autori quando faranno uscire i loro prossimi libri. Eh, forse perché in certi casi (ad esempio i suoi, e quelli di un suo amico, tale George R.R. Martin) passano letteralmente anni fra un volume e l'altro?
Mi sembra un'affermazione dettata almeno in parte da falsa modestia...
Ad ogni modo, la Gabaldon ha però annunciato che il prossimo 27 giugno uscirà una raccolta di novelle legate al mondo di Outlander, dal titolo "Seven stones to stand or fall".
Ovviamente l'uscita è relativa al mercato statunitense (non si parla di quello italiano).
La raccolta comprende 7 novelle, di cui 5 già pubblicate nel passato in varie antologie, e 2 inedite.
A proposito del nostro mercato, al momento mi sembra che soltanto "Virgins" sia stata pubblicata in italiano (nella raccolta G. R. R. Martin - G. R. Dozois, "La ragazza nello specchio e nuove storie di donne pericolose", Mondadori, 2015)
Nell'ordine, le storie contenute nel nuovo volume sono le seguenti:
THE CUSTOM OF THE ARMY
"All things considered, it was probably the fault of the electric eel."
Nel quale l'incontro di Lord John Grey con la suddetta anguilla (per tacere di un belligerante poeta e del dottor John Hunter - un vero chirurgo, conosciuto per i suoi grandi contributi alla medicina, ma ai suoi tempi conosciuto in maniera più informale come il "ladro di corpi") lo porta ad essere mandato nel selvaggio Canada (piuttosto selvaggio all'epoca), dove raggiunge il generale James Wolfe, fa sesso su una spiaggia (anche se non col generale Wolfe), respinge attacchi degli Indiani (anche se non necessariamente di tutti gli Indiani...) e (fra le altre cose) scala una ripida scogliera durante la notte insieme a diversi Scottish Highlanders, per attaccare la cittadella di Quebec.
THE SPACE BETWEEN
“He still didn’t know why the frog hadn’t killed him.”
Nel quale il conte di St. Germain esplora i misteri dell'universo. Nel frattempo, un addolorato Michael Murray (figlio di mezzo di Jenny e Ian Murray) ritorna ai suoi affari parigini legati al vino, dopo la morte di suo padre (e la morte, avvenuta ancor prima, della sua giovane moglie). Durante il viaggio gli viene assegnata la custodia di Joan MacKimmie (sorella più giovane di Marsali, e figlia di Laoghaire), una giovane donna che sta recandosi in un convento francese, nella speranza di zittire le voci nella propria testa. E poi c'è Mastro Raymond...
A PLAGUE OF ZOMBIES
“There was a snake on the drawing-room table. A small snake, but still. Lord John Grey wondered whether to say anything about it.”
Nel quale Lord John viene mandato in Giamaica, con l'incarico di sedare una ribellione di schiavi. Serpenti e schiavi sono la parte minore, e quando il governatore dell'isola viene tornato morto nel proprio letto, parzialmente rosicchiato, Lord John si ritrova egli stesso il governatore militare provvisorio della Giamaica. Si ritrova anche in mezzo a qualcosa di molto più spaventoso che una rivolta di schiavi, qualcosa che deve affrontare da solo, a piedi nudi e senza armi, in una buia caverna dove lo sgocciolio dell'acqua nasconde pericolosi sussurri.
A LEAF ON THE WIND OF ALL HALLOWS
“It was two weeks yet to Hallowe’en, but the gremlins were already at work.”
Nel quale i folletti nel motore del suo Spitfire atterranno temporaneamente il capitano Jerry MacKenzie, ma le difficoltà meccaniche e le mitragliatrici tedesche sono nulla al confronto di ciò che lo aspetta in un cerchio di pietre del Northumbria. Questa è la storia dei genitori di Roger MacKenzie, Jerry e Dolly: una storia che Roger non ha mai saputo.
VIRGINS
“Ian Murray knew from the moment he saw his best friend’s face that something terrible had happened. The fact that he was seeing Jamie Fraser’s face at all was evidence enough of that, never mind the look of the man.”
Nel quale seguiamo le avventure del diciannovenne Jamie Fraser e del suo migliore amico Ian Murray, di vent'anni, come giovani mercenari nella Francia del 1740. Nessuno dei due giovanotti ha mai ucciso un uomo o portato a letto una donna, ed entrambi sono piuttosto preoccupati di finire all'inferno. Le possibilità di fare tutte e tre queste cose aumentano di molto quando vengono ingaggiati per scortare una giovane sposa ebrea e la preziosissima Torah che ne rappresenta la dote da Bordeaux a Parigi, e lungo la strada trovano molto di più di quello che avevano concordato.
E queste ultime due sono quelle inedite.
A FUGITIVE GREEN
“Minnie Rennie had secrets. Some were for sale and some were strictly her own. She touched the bosom of her dress and glanced toward the lattice-work door at the rear of the shop. Still closed, the blue curtains behind it drawn firmly shut.”
Nel quale una diciassettenne apprendista mercante di libri rari viene mandata da Parigi in Inghilterra da suo padre, per ottenere incunaboli e libri medievali di devozione - nonché qualsiasi tipo di segreto legato a intrighi politici o finanziari possa incontrare nel frattempo. Durante questi affari, però, Minnie incontra Harold Grey (il fratello più grande di Lord John), recentemente vedovo (e squilibrato in modo preoccupante) e Duca di Pardloe, e le cose finiscono fuori controllo.
BESIEGED
“ Lord John Gray dipped a finger gingerly into the little stone pot, withdrew it, glistening, and sniffed cautiously.
“Jesus!”
“Yes, me lord. That’s what I said.” His valet, Tom Byrd, face carefully averted, put the lid back on the pot. “Was you to rub yourself with _that_ stuff, you’d be drawing flies in their hundreds, same as if you were summat that was dead. _Long_ dead,” he added, and muffled the pot in a napkin for additional protection.
“Well, in justice,” Grey said dubiously, “I suppose the whale _is_ long dead.” He looked at the far wall of his office. There were a number of flies resting along the wainscoting, as usual, fat and black as currants against the white plaster. Sure enough, a couple of them had already risen into the air, circling lazily toward the pot of whale oil. “Where did you get that stuff?”
Nel quale Lord John, pregustando un rientro a casa in Inghilterra dopo il suo breve compito di governatore militare della Giamaica, si ritrova invece sulla strada per Cuba, dove la marina inglese sta predisponendo l'assedio all'Avana, e dove la duchessa madre di Parloe (e madre di John) è ospite (e potenziale ostaggio) del governatore Juan de Prado.
Diana Gabaldon ha confermato che il nuovo libro della serie Outlander, intitolato "Go tell the bees that I am gone" NON uscirà nel corso del 2017.
La scrittrice trova strano che la gente chieda insistentemente ai propri autori quando faranno uscire i loro prossimi libri. Eh, forse perché in certi casi (ad esempio i suoi, e quelli di un suo amico, tale George R.R. Martin) passano letteralmente anni fra un volume e l'altro?
Mi sembra un'affermazione dettata almeno in parte da falsa modestia...
Ad ogni modo, la Gabaldon ha però annunciato che il prossimo 27 giugno uscirà una raccolta di novelle legate al mondo di Outlander, dal titolo "Seven stones to stand or fall".
Ovviamente l'uscita è relativa al mercato statunitense (non si parla di quello italiano).
La raccolta comprende 7 novelle, di cui 5 già pubblicate nel passato in varie antologie, e 2 inedite.
A proposito del nostro mercato, al momento mi sembra che soltanto "Virgins" sia stata pubblicata in italiano (nella raccolta G. R. R. Martin - G. R. Dozois, "La ragazza nello specchio e nuove storie di donne pericolose", Mondadori, 2015)
Nell'ordine, le storie contenute nel nuovo volume sono le seguenti:
THE CUSTOM OF THE ARMY
"All things considered, it was probably the fault of the electric eel."
Nel quale l'incontro di Lord John Grey con la suddetta anguilla (per tacere di un belligerante poeta e del dottor John Hunter - un vero chirurgo, conosciuto per i suoi grandi contributi alla medicina, ma ai suoi tempi conosciuto in maniera più informale come il "ladro di corpi") lo porta ad essere mandato nel selvaggio Canada (piuttosto selvaggio all'epoca), dove raggiunge il generale James Wolfe, fa sesso su una spiaggia (anche se non col generale Wolfe), respinge attacchi degli Indiani (anche se non necessariamente di tutti gli Indiani...) e (fra le altre cose) scala una ripida scogliera durante la notte insieme a diversi Scottish Highlanders, per attaccare la cittadella di Quebec.
THE SPACE BETWEEN
“He still didn’t know why the frog hadn’t killed him.”
Nel quale il conte di St. Germain esplora i misteri dell'universo. Nel frattempo, un addolorato Michael Murray (figlio di mezzo di Jenny e Ian Murray) ritorna ai suoi affari parigini legati al vino, dopo la morte di suo padre (e la morte, avvenuta ancor prima, della sua giovane moglie). Durante il viaggio gli viene assegnata la custodia di Joan MacKimmie (sorella più giovane di Marsali, e figlia di Laoghaire), una giovane donna che sta recandosi in un convento francese, nella speranza di zittire le voci nella propria testa. E poi c'è Mastro Raymond...
A PLAGUE OF ZOMBIES
“There was a snake on the drawing-room table. A small snake, but still. Lord John Grey wondered whether to say anything about it.”
Nel quale Lord John viene mandato in Giamaica, con l'incarico di sedare una ribellione di schiavi. Serpenti e schiavi sono la parte minore, e quando il governatore dell'isola viene tornato morto nel proprio letto, parzialmente rosicchiato, Lord John si ritrova egli stesso il governatore militare provvisorio della Giamaica. Si ritrova anche in mezzo a qualcosa di molto più spaventoso che una rivolta di schiavi, qualcosa che deve affrontare da solo, a piedi nudi e senza armi, in una buia caverna dove lo sgocciolio dell'acqua nasconde pericolosi sussurri.
A LEAF ON THE WIND OF ALL HALLOWS
“It was two weeks yet to Hallowe’en, but the gremlins were already at work.”
Nel quale i folletti nel motore del suo Spitfire atterranno temporaneamente il capitano Jerry MacKenzie, ma le difficoltà meccaniche e le mitragliatrici tedesche sono nulla al confronto di ciò che lo aspetta in un cerchio di pietre del Northumbria. Questa è la storia dei genitori di Roger MacKenzie, Jerry e Dolly: una storia che Roger non ha mai saputo.
VIRGINS
“Ian Murray knew from the moment he saw his best friend’s face that something terrible had happened. The fact that he was seeing Jamie Fraser’s face at all was evidence enough of that, never mind the look of the man.”
Nel quale seguiamo le avventure del diciannovenne Jamie Fraser e del suo migliore amico Ian Murray, di vent'anni, come giovani mercenari nella Francia del 1740. Nessuno dei due giovanotti ha mai ucciso un uomo o portato a letto una donna, ed entrambi sono piuttosto preoccupati di finire all'inferno. Le possibilità di fare tutte e tre queste cose aumentano di molto quando vengono ingaggiati per scortare una giovane sposa ebrea e la preziosissima Torah che ne rappresenta la dote da Bordeaux a Parigi, e lungo la strada trovano molto di più di quello che avevano concordato.
E queste ultime due sono quelle inedite.
A FUGITIVE GREEN
“Minnie Rennie had secrets. Some were for sale and some were strictly her own. She touched the bosom of her dress and glanced toward the lattice-work door at the rear of the shop. Still closed, the blue curtains behind it drawn firmly shut.”
Nel quale una diciassettenne apprendista mercante di libri rari viene mandata da Parigi in Inghilterra da suo padre, per ottenere incunaboli e libri medievali di devozione - nonché qualsiasi tipo di segreto legato a intrighi politici o finanziari possa incontrare nel frattempo. Durante questi affari, però, Minnie incontra Harold Grey (il fratello più grande di Lord John), recentemente vedovo (e squilibrato in modo preoccupante) e Duca di Pardloe, e le cose finiscono fuori controllo.
BESIEGED
“ Lord John Gray dipped a finger gingerly into the little stone pot, withdrew it, glistening, and sniffed cautiously.
“Jesus!”
“Yes, me lord. That’s what I said.” His valet, Tom Byrd, face carefully averted, put the lid back on the pot. “Was you to rub yourself with _that_ stuff, you’d be drawing flies in their hundreds, same as if you were summat that was dead. _Long_ dead,” he added, and muffled the pot in a napkin for additional protection.
“Well, in justice,” Grey said dubiously, “I suppose the whale _is_ long dead.” He looked at the far wall of his office. There were a number of flies resting along the wainscoting, as usual, fat and black as currants against the white plaster. Sure enough, a couple of them had already risen into the air, circling lazily toward the pot of whale oil. “Where did you get that stuff?”
Nel quale Lord John, pregustando un rientro a casa in Inghilterra dopo il suo breve compito di governatore militare della Giamaica, si ritrova invece sulla strada per Cuba, dove la marina inglese sta predisponendo l'assedio all'Avana, e dove la duchessa madre di Parloe (e madre di John) è ospite (e potenziale ostaggio) del governatore Juan de Prado.
lunedì 7 novembre 2016
tutta la luce che non vediamo
Anthony Doerr, Tutta la luce che non vediamoÈ il 1934, a Parigi, quando a Marie-Laure, una bambina di sei anni con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, viene diagnosticata una malattia degenerativa: sarà cieca per il resto della vita. Ne ha dodici quando i nazisti occupano la città, costringendo lei e il padre a trovare rifugio tra le mura di Saint-Malo, nella casa vicino al mare del prozio. Attraverso le imposte azzurre sempre chiuse, perché così impone la guerra, le arriva fragorosa l'eco delle onde che sbattono contro i bastioni. Qui, Marie-Laure dovrà imparare a sopravvivere a un nuovo tipo di buio.
In quello stesso anno, in un orfanotrofio della Germania nazista vive Werner, un ragazzino con i capelli candidi come la neve e una curiosità esuberante per il mondo. Quando per caso mette le mani su una vecchia radio, scopre di avere un talento naturale per costruire e riparare questi strumenti di fondamentale importanza per le tattiche di guerra, un dono che si trasformerà nel suo lasciapassare per accedere all'accademia della Gioventù hitleriana, e poi partire in missione per localizzare i partigiani. Sempre più conscio del costo in vite umane del suo operato, Werner si addentra nel cuore del conflitto.
Due mesi dopo il D-Day che ha liberato la Francia, ma non ancora la cittadina fortificata di Saint-Malo, i destini opposti di Werner e Marie-Laure convergono e si sfiorano in una limpida bolla di luce.
Il libro è impostato a mo' di puzzle, con capitoli brevi e molto numerosi: sembra quasi di "leggere" i fotogrammi di una storia. A me questa particolarità è piaciuta molto, e ha contribuito fortemente a stimolare la lettura. Di solito scelgo di mettere in pausa la lettura alla fine di un capitolo, e visto che qui i capitoletti erano molto brevi, continuavo a dirmi massì, ne leggo ancora uno prima di chiudere, e andavo avanti così per delle mezzore...
C'è un'alternanza di piani temporali e un andare avanti e indietro cronologicamente per blocchi di capitoli. Onestamente io non ho avuto problemi e non ho trovato difficoltà ad orientarmi - è stato tutto chiaro - però ho visto da commenti sparsi che alcuni lettori si sono trovati un po' spiazzati (e allora vorrei vedere queste persone alle prese col libro che sto leggendo adesso: quello sì che salta avanti-indietro di decenni ad ogni capitolo).
La storia del diamante maledetto, che aveva reso immortale un principe ma aveva provocato la morte delle persone vicine a lui, si interseca con la storia di Marie-Laure e di suo padre, ed è altrettanto intrigante, ma alla fine si stempera un po' e perde di interesse.
Comunque un libro che mi è piaciuto veramente molto (e poi apprezzo particolarmente le ambientazioni in luoghi dove sono stata), anche se ho avuto un po' di delusione nella parte finale. Non che mi aspettassi un lieto fine, men che meno un destino comune per Marie-Laure e Werner, però ho avvertito un leggero senso di desolazione e rimpianto.
La morte di Werner mi è sembrata particolarmente inutile, dato che non è dipesa né da un atto eroico, né da un suo sacrificio per salvare altre persone. Una pura scelta narrativa, mentre invece avrebbe potuto salvarsi anche lui come il suo compagno della Wermacht.
martedì 18 ottobre 2016
l'allieva: la serie tv
La serie televisiva basata sui romanzi de "L'allieva" di Alessia Gazzola non è ancora finita - mancano ancora due settimane - ma ormai io un'idea me la sono fatta. E purtroppo sono abbastanza delusa.
La serie si ispira solo ai primi tre volumi (Sindrome da cuore in sospeso, L'allieva, Un segreto non è per sempre), e non a tutti i libri finora pubblicati. Vedendo le puntate ci si accorge però che i casi di omicidio raccontati sono ovviamente di più (1 puntata lunga da due ore + altre 10 da un'ora, trasmesse accorpate), e sono stati scritti appositamente per la televisione.
La Gazzola ha supervisionato le sceneggiature, in linea teorica, ma non le ha comunque scritte lei.
Ma il problema con la serie, per quanto mi concerne, non è quello.
Che cosa non mi sta piacendo?
- Innanzitutto la protagonista principale. Alessandra Mastronardi non mi piace nel ruolo, non è davvero la "mia" Alice dei libri. Non mi piace fisicamente, non mi piacciono il viso, i capelli, il modo in cui si veste (o la vestono). Le scarpe che porta non sono quelle che indosserebbe l'Alice dei libri.
E non mi piace il suo modo di recitare, il suo sguardo perso, la sua voce e nemmeno i suoi silenzi quando si trova interpellata dalla Wally o dal Supremo.
Boccio sia l'attrice che la interpreta, sia il modo in cui hanno sceneggiato Alice Allevi. Mentre l'Alice dei libri è imbranata ma simpatica (e ti trovi a solidarizzare con lei), sto trovando quella della tv quasi odiosa, talmente viene dipinta come stordita, come se vivesse in continuazione su una nuvoletta rosa. Sembra una vispa Teresa in un istituto di medicina legale: niente di più fuori posto!
- Poi Dario Aita nel ruolo di Arthur è una roba senza senso, completamente diverso rispetto a quello dipinto nelle pagine della Gazzola. Siamo lontani anni luce, ma proprio in un'altra galassia...
Dove sono la sua britishness, il suo coraggio e il suo idealismo?
Dov'è il suo accento inglese, dov'è il suo "Elis"???
Ricordo benissimo che leggendo i primi libri, anch'io oscillavo continuamente fra team Claudio e team Arthur (solo più avanti avrei fatto una scelta), perché come Alice non riuscivo a decidere quale preferivo. Questo avveniva perché anche l'Arthur narrato dalla Gazzola era affascinante e pieno di qualità, invece qui nella serie non mi è mai passato per la mente di poterlo nemmeno considerare, questo Arthur.
Già quando uscirono le notizie sul casting, oltre un anno fa, ero delusissima per la scelta di Aita, e purtroppo non mi sono ricreduta nemmeno dopo averlo visto al lavoro. Ma evidentemente la famiglia Aita è andata per la maggiore, anche perché un altro Aita (il fratello Emanuele) interpreta il ruolo di Paolone.
- Questo è un dettaglio, ma va ad aggiungersi al resto. Anche la nonna non è lei (ovvero non è quella che mi sono sempre raffigurata mentalmente), non con quei capelli rossi e quella corporatura robusta. Per me Marzia Ubaldi rimarrà sempre la balia di Elisa di Rivombrosa; potrà fare qualsiasi ruolo, ma io continuerò a vedermela sempre con quegli abiti di scena.
- Anche l'ispettore mi trasmette un'impressione molto diversa dai libri. Sino ad ora sembra sempre che accolga i suggerimenti investigativi di Alice come se le facesse un grande favore, sfottendola anche un po'... Nei libri invece mi sembrava che fosse molto più cordiale, gentile e disponibile nei suoi confronti.
C'è qualcosa di cui invece sono soddisfatta?
- Claudio è l'unico su cui non ho obiezioni. Mi piace, lo adoro, e Lino Guanciale lo impersona come me l'ero sempre raffigurato. Un CC perfetto, a mio parere.
(Ah, sì, se non l'avevate capito: alla fine, nel corso della lettura io ho scelto il team Claudio.)
La serie si ispira solo ai primi tre volumi (Sindrome da cuore in sospeso, L'allieva, Un segreto non è per sempre), e non a tutti i libri finora pubblicati. Vedendo le puntate ci si accorge però che i casi di omicidio raccontati sono ovviamente di più (1 puntata lunga da due ore + altre 10 da un'ora, trasmesse accorpate), e sono stati scritti appositamente per la televisione.
La Gazzola ha supervisionato le sceneggiature, in linea teorica, ma non le ha comunque scritte lei.
Ma il problema con la serie, per quanto mi concerne, non è quello.
Che cosa non mi sta piacendo?
- Innanzitutto la protagonista principale. Alessandra Mastronardi non mi piace nel ruolo, non è davvero la "mia" Alice dei libri. Non mi piace fisicamente, non mi piacciono il viso, i capelli, il modo in cui si veste (o la vestono). Le scarpe che porta non sono quelle che indosserebbe l'Alice dei libri.
E non mi piace il suo modo di recitare, il suo sguardo perso, la sua voce e nemmeno i suoi silenzi quando si trova interpellata dalla Wally o dal Supremo.
Boccio sia l'attrice che la interpreta, sia il modo in cui hanno sceneggiato Alice Allevi. Mentre l'Alice dei libri è imbranata ma simpatica (e ti trovi a solidarizzare con lei), sto trovando quella della tv quasi odiosa, talmente viene dipinta come stordita, come se vivesse in continuazione su una nuvoletta rosa. Sembra una vispa Teresa in un istituto di medicina legale: niente di più fuori posto!
- Poi Dario Aita nel ruolo di Arthur è una roba senza senso, completamente diverso rispetto a quello dipinto nelle pagine della Gazzola. Siamo lontani anni luce, ma proprio in un'altra galassia...
Dove sono la sua britishness, il suo coraggio e il suo idealismo?
Dov'è il suo accento inglese, dov'è il suo "Elis"???
Ricordo benissimo che leggendo i primi libri, anch'io oscillavo continuamente fra team Claudio e team Arthur (solo più avanti avrei fatto una scelta), perché come Alice non riuscivo a decidere quale preferivo. Questo avveniva perché anche l'Arthur narrato dalla Gazzola era affascinante e pieno di qualità, invece qui nella serie non mi è mai passato per la mente di poterlo nemmeno considerare, questo Arthur.
Già quando uscirono le notizie sul casting, oltre un anno fa, ero delusissima per la scelta di Aita, e purtroppo non mi sono ricreduta nemmeno dopo averlo visto al lavoro. Ma evidentemente la famiglia Aita è andata per la maggiore, anche perché un altro Aita (il fratello Emanuele) interpreta il ruolo di Paolone.
- Questo è un dettaglio, ma va ad aggiungersi al resto. Anche la nonna non è lei (ovvero non è quella che mi sono sempre raffigurata mentalmente), non con quei capelli rossi e quella corporatura robusta. Per me Marzia Ubaldi rimarrà sempre la balia di Elisa di Rivombrosa; potrà fare qualsiasi ruolo, ma io continuerò a vedermela sempre con quegli abiti di scena.
- Anche l'ispettore mi trasmette un'impressione molto diversa dai libri. Sino ad ora sembra sempre che accolga i suggerimenti investigativi di Alice come se le facesse un grande favore, sfottendola anche un po'... Nei libri invece mi sembrava che fosse molto più cordiale, gentile e disponibile nei suoi confronti.
C'è qualcosa di cui invece sono soddisfatta?
- Claudio è l'unico su cui non ho obiezioni. Mi piace, lo adoro, e Lino Guanciale lo impersona come me l'ero sempre raffigurato. Un CC perfetto, a mio parere.
(Ah, sì, se non l'avevate capito: alla fine, nel corso della lettura io ho scelto il team Claudio.)
mercoledì 21 settembre 2016
brotherhood in death
Dennis, il marito della dottoressa Mira, si trova di fronte a due spiacevoli sorprese. Innanzitutto viene a sapere che suo cugino Edward sta incontrando a sua insaputa un agente immobiliare per vendere la casa ereditata dal loro vecchio nonno nel West Village, nonostante la promessa che era stata fatta di tenere l'immobile in famiglia.
Poi, quando l'uomo si reca alla casa per discutere di questa cosa con Edward, lo vede legato ad una sedia e viene subito ferito in testa da un oggetto contundente, perdendo conoscenza.
Ma per fortuna la dottoressa Charlotte Mira, profiler della polizia di New York, è una buona amica del tenente Eve Dallas. Dennis spiega a Eve che l'ultima cosa che ha visto è stata Edward legato ad una sedia, ammaccato e sanguinante. Una volta ripresosi dalla botta in testa, il cugino era sparito. E purtroppo non sono rimasti molti indizi: il sangue è stato ripulito e le registrazioni della videosorveglianza sono state portate via.
Edward Mira è stato un avvocato, un giudice ed ex-senatore, e come tale si è relazionato con persone importanti, ha incrociato la propria strada con molti criminali, e si è fatto molti nemici. Grazie all'aiuto del distintivo (e di suo marito, il miliardario Roarke) il tenente Eve Dallas intende far luce sugli affari sporchi del senatore Mira, e sui motivi oscuri che sembrano star dietro alla scomparsa dell'uomo. Purtroppo ben presto il cadavere del senatore viene ritrovato impiccato e seviziato, proprio nella casa vuota dalla quale era sparito. Evidentemente l'assassino è riuscito a passare sotto al naso della polizia.
E proprio quando nessuno se lo aspetta, un altro uomo importante, anch'egli vecchio amico del senatore Mira, viene trovato assassinato con le stesse modalità.
Già all'inizio delle indagini, Eve sospetta che la causa sia da ricercare nel passato dei due, nella cerchia delle amicizie che i due avevano stretto a partire dagli anni dell'università a Yale. Ed Eve sospetta anche che, viste le modalità delle uccisioni, il movente sia da ricercarsi nella vendetta di stampo sessuale, probabilmente da parte di una o più donne.
Emerge così una squallida e triste vicenda iniziata a Yale quasi cinquant'anni prima, dove una cerchia di sei amici, capitanata da Edward Mira, abusava di giovani donne dopo averle drogate, cancellandone poi la memoria. I brutali omicidi sarebbero quindi semplicemente le vendette da parte di alcune vittime, riunitesi in un gruppo. E i due uomini già uccisi non sono gli unici che facevano parte della cerchia di Yale...
Allora: questo nuovo episodio delle avventure di Eve Dallas (è il 43esimo, ormai mi perdo...) mi è piaciuto più degli ultimi. Se non altro, il dilemma riguardante il quanto fosse giusto che le vittime si facessero giustizia da sole, per le traumatiche violenze a cui erano state esposte, non è di poco conto. E' naturale essere portati a solidarizzare più con le donne coinvolte - in questo caso le assassine - che non con gli uomini uccisi - vittime in questo caso, ma in passato colpevoli di ripetuti atti di cruda violenza.
E anche Eve ne è coinvolta, dato che anche nel suo passato c'era una storia di questo tipo. Addirittura poi parla apertamente di ciò che le è successo, prima con Peabody e poi con Dennis Mira, una cosa che la Eve dei primi libri non avrebbe mai fatto. Mai e poi mai! Che il nostro tenente stia maturando? Durante il suo racconto a Peabody accenna a quale sia stata per lei l'importanza di darsi uno scopo nella vita grazie alla carriera in polizia, di quanto sia stato importante ottenere i gradi di tenente, e di quanto saranno importanti quelli di capitano, suo prossimo obiettivo.
Peccato però che soltanto pochi libri fa (equivalenti a nemmeno 2-3 mesi, nello svolgersi della narrazione) sia stata proprio lei, Eve, a rifiutare il passaggio al grado superiore, che il comandante Whitney le aveva detto essere pronto. Forse la Robb non se n'è più ricordata o forse non è stata attenta a ciò che ha scritto.
Già dai primi momenti dell'investigazione Eve ha l'intuizione che la porta ad individuare i nomi delle colpevoli (anche se non ancora di tutte quante le complici), per cui la dinamica dell'indagine non si muove alla ricerca dei colpevoli, bensì diviene una lotta contro il tempo per evitare che anche gli altri uomini vengano uccisi, e per cercare di incastrare le donne del gruppo.
Poi, quando l'uomo si reca alla casa per discutere di questa cosa con Edward, lo vede legato ad una sedia e viene subito ferito in testa da un oggetto contundente, perdendo conoscenza.
Ma per fortuna la dottoressa Charlotte Mira, profiler della polizia di New York, è una buona amica del tenente Eve Dallas. Dennis spiega a Eve che l'ultima cosa che ha visto è stata Edward legato ad una sedia, ammaccato e sanguinante. Una volta ripresosi dalla botta in testa, il cugino era sparito. E purtroppo non sono rimasti molti indizi: il sangue è stato ripulito e le registrazioni della videosorveglianza sono state portate via.
Edward Mira è stato un avvocato, un giudice ed ex-senatore, e come tale si è relazionato con persone importanti, ha incrociato la propria strada con molti criminali, e si è fatto molti nemici. Grazie all'aiuto del distintivo (e di suo marito, il miliardario Roarke) il tenente Eve Dallas intende far luce sugli affari sporchi del senatore Mira, e sui motivi oscuri che sembrano star dietro alla scomparsa dell'uomo. Purtroppo ben presto il cadavere del senatore viene ritrovato impiccato e seviziato, proprio nella casa vuota dalla quale era sparito. Evidentemente l'assassino è riuscito a passare sotto al naso della polizia.
E proprio quando nessuno se lo aspetta, un altro uomo importante, anch'egli vecchio amico del senatore Mira, viene trovato assassinato con le stesse modalità.
Già all'inizio delle indagini, Eve sospetta che la causa sia da ricercare nel passato dei due, nella cerchia delle amicizie che i due avevano stretto a partire dagli anni dell'università a Yale. Ed Eve sospetta anche che, viste le modalità delle uccisioni, il movente sia da ricercarsi nella vendetta di stampo sessuale, probabilmente da parte di una o più donne.
Emerge così una squallida e triste vicenda iniziata a Yale quasi cinquant'anni prima, dove una cerchia di sei amici, capitanata da Edward Mira, abusava di giovani donne dopo averle drogate, cancellandone poi la memoria. I brutali omicidi sarebbero quindi semplicemente le vendette da parte di alcune vittime, riunitesi in un gruppo. E i due uomini già uccisi non sono gli unici che facevano parte della cerchia di Yale...
Allora: questo nuovo episodio delle avventure di Eve Dallas (è il 43esimo, ormai mi perdo...) mi è piaciuto più degli ultimi. Se non altro, il dilemma riguardante il quanto fosse giusto che le vittime si facessero giustizia da sole, per le traumatiche violenze a cui erano state esposte, non è di poco conto. E' naturale essere portati a solidarizzare più con le donne coinvolte - in questo caso le assassine - che non con gli uomini uccisi - vittime in questo caso, ma in passato colpevoli di ripetuti atti di cruda violenza.
E anche Eve ne è coinvolta, dato che anche nel suo passato c'era una storia di questo tipo. Addirittura poi parla apertamente di ciò che le è successo, prima con Peabody e poi con Dennis Mira, una cosa che la Eve dei primi libri non avrebbe mai fatto. Mai e poi mai! Che il nostro tenente stia maturando? Durante il suo racconto a Peabody accenna a quale sia stata per lei l'importanza di darsi uno scopo nella vita grazie alla carriera in polizia, di quanto sia stato importante ottenere i gradi di tenente, e di quanto saranno importanti quelli di capitano, suo prossimo obiettivo.
Peccato però che soltanto pochi libri fa (equivalenti a nemmeno 2-3 mesi, nello svolgersi della narrazione) sia stata proprio lei, Eve, a rifiutare il passaggio al grado superiore, che il comandante Whitney le aveva detto essere pronto. Forse la Robb non se n'è più ricordata o forse non è stata attenta a ciò che ha scritto.
Già dai primi momenti dell'investigazione Eve ha l'intuizione che la porta ad individuare i nomi delle colpevoli (anche se non ancora di tutte quante le complici), per cui la dinamica dell'indagine non si muove alla ricerca dei colpevoli, bensì diviene una lotta contro il tempo per evitare che anche gli altri uomini vengano uccisi, e per cercare di incastrare le donne del gruppo.
martedì 20 settembre 2016
l'ultima carezza
L'ultima carezza
di Catherine Guillebaud
Elliot Edizioni
Il suo nome è Mastic des Feux Mignons. Da parte di padre discende da Ian du Bec-Etoile e, da parte di madre, da Ceenzo Vitoune de la Mutinerie. È un setter inglese, nato il 17 aprile del 1994. Secondo la tradizione di famiglia, Lei lo ha immediatamente ribattezzato non appena arrivato nella sua nuova casa e così è diventato Joyce, in ricordo di chi sappiamo, patronimico scelto anni prima per il suo predecessore, irlandese anche lui. Tra Lei e lui è subito nata una storia d’amore.
Una storia vissuta attraverso la casa, l’alternarsi delle stagioni, dei piccoli gesti ripetuti all’infinito, che poco a poco tessono, nel susseguirsi dei giorni, la trama di una famiglia e di una vita, tutto raccontato attraverso lo sguardo di un cane pieno di gioia, sentimento, intelligenza e ironia. Scritto con eleganza e delicatezza di stile, è l’omaggio tenero, pieno di profonda empatia nei confronti degli animali che ci osservano e ci amano senza riserve.
E' un racconto delicato, narrato in prima persona (!) da Joyce, un ormai vecchio setter inglese di quattordici anni, che - arrivato alla fine dei propri giorni - narra della sua vita come Cane di casa.
La sua famiglia vive in una casa da favola, immersa in un grande parco, non troppo lontano da Parigi. Joyce non è l'unico animale a condividere l'esistenza con Lei, lui e le due sorelle, ormai cresciute: nel corso degli anni vi sono stati gatti - uno dei quali, l'altrettanto anziano Opium, è tuttora suo migliore amico - cagne, e cavalli. Una vita da gentiluomo (pardon, gentil-cane) di campagna, insomma, nella quale c'è stato un periodo difficile causato dalle pecore della fattoria vicina, ma che per il resto è stata sempre felice.
Saggio e divertente, Joyce rivela tutto l'amore, la dedizione e la fedeltà che ha sempre portato ai suoi padroni (soprattutto a Lei).
Chi ha posseduto un cane sarà toccato da questa storia, e vi troverà molte scene vere e vissute. Non ci sono grandi avvenimenti, ma la semplice quotidianità dell'esistenza con un animale domestico, vista però con gli occhi del pelosone.
di Catherine Guillebaud
Elliot Edizioni
Il suo nome è Mastic des Feux Mignons. Da parte di padre discende da Ian du Bec-Etoile e, da parte di madre, da Ceenzo Vitoune de la Mutinerie. È un setter inglese, nato il 17 aprile del 1994. Secondo la tradizione di famiglia, Lei lo ha immediatamente ribattezzato non appena arrivato nella sua nuova casa e così è diventato Joyce, in ricordo di chi sappiamo, patronimico scelto anni prima per il suo predecessore, irlandese anche lui. Tra Lei e lui è subito nata una storia d’amore.
Una storia vissuta attraverso la casa, l’alternarsi delle stagioni, dei piccoli gesti ripetuti all’infinito, che poco a poco tessono, nel susseguirsi dei giorni, la trama di una famiglia e di una vita, tutto raccontato attraverso lo sguardo di un cane pieno di gioia, sentimento, intelligenza e ironia. Scritto con eleganza e delicatezza di stile, è l’omaggio tenero, pieno di profonda empatia nei confronti degli animali che ci osservano e ci amano senza riserve.
E' un racconto delicato, narrato in prima persona (!) da Joyce, un ormai vecchio setter inglese di quattordici anni, che - arrivato alla fine dei propri giorni - narra della sua vita come Cane di casa.
La sua famiglia vive in una casa da favola, immersa in un grande parco, non troppo lontano da Parigi. Joyce non è l'unico animale a condividere l'esistenza con Lei, lui e le due sorelle, ormai cresciute: nel corso degli anni vi sono stati gatti - uno dei quali, l'altrettanto anziano Opium, è tuttora suo migliore amico - cagne, e cavalli. Una vita da gentiluomo (pardon, gentil-cane) di campagna, insomma, nella quale c'è stato un periodo difficile causato dalle pecore della fattoria vicina, ma che per il resto è stata sempre felice.
Saggio e divertente, Joyce rivela tutto l'amore, la dedizione e la fedeltà che ha sempre portato ai suoi padroni (soprattutto a Lei).
Chi ha posseduto un cane sarà toccato da questa storia, e vi troverà molte scene vere e vissute. Non ci sono grandi avvenimenti, ma la semplice quotidianità dell'esistenza con un animale domestico, vista però con gli occhi del pelosone.
sabato 6 agosto 2016
non è la fine del mondo
Alessia Gazzola, Non è la fine del mondo ovvero La tenace stagista ovvero Una favola d'oggi
Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre).
Residenza: Roma. Per il momento – ma solo per il momento – insieme alla madre.
Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia sempre quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo della zitella, solo l’allergia ai gatti.
Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo.
Avvilita e depressa, dopo molti colloqui fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove finisce per essere presa come assistente. E così tutto cambia.
Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista.
Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov’è, in quel piccolo paradiso di tulle e colori pastello? E perché il famoso scrittore che aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica per il suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell’affascinante produttore che per qualche ragione continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?
La trama del libro è tutta qua, e parte da una situazione comunissima al giorno d'oggi: un lavoro e un'esistenza precaria. Ma lungi dall'avere toni drammatici, i romanzi della Gazzola sono intelligenti, deliziosi e sbarazzini.
Dopo la serie dedicata ad Alice Allevi, questo è il primo "esperimento" con cui la Gazzola si cimenta con tematiche e un personaggio diversi, più vicine all'ironia e alla commedia - d'altronde aveva già espresso questo suo desiderio in un'intervista dell'anno scorso.
Emma mi è piaciuta, così come tutte le figure di contorno, delineate intorno a lei: sia il suo nucleo familiare, sia la signora del negozio di vestiti per bambini, Osvaldo incluso. Ben tratteggiati, con soave delicatezza.
Forse avrei preferito un finale più preciso e "concluso", ma facciamo finta che, anche se l'autrice non ce l'ha detto esplicitamente, ci sia una vera relazione a distanza tra Pietro ed Emma, che magari si potrà trasformare a breve in qualcosa di più "vicino". Sulla falsariga di un romanzo regency, ci immaginiamo che ci sia per forza un lieto fine classico.
Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre).
Residenza: Roma. Per il momento – ma solo per il momento – insieme alla madre.
Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia sempre quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo della zitella, solo l’allergia ai gatti.
Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo.
Avvilita e depressa, dopo molti colloqui fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove finisce per essere presa come assistente. E così tutto cambia.
Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista.
Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov’è, in quel piccolo paradiso di tulle e colori pastello? E perché il famoso scrittore che aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica per il suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell’affascinante produttore che per qualche ragione continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?
La trama del libro è tutta qua, e parte da una situazione comunissima al giorno d'oggi: un lavoro e un'esistenza precaria. Ma lungi dall'avere toni drammatici, i romanzi della Gazzola sono intelligenti, deliziosi e sbarazzini.
Dopo la serie dedicata ad Alice Allevi, questo è il primo "esperimento" con cui la Gazzola si cimenta con tematiche e un personaggio diversi, più vicine all'ironia e alla commedia - d'altronde aveva già espresso questo suo desiderio in un'intervista dell'anno scorso.
Emma mi è piaciuta, così come tutte le figure di contorno, delineate intorno a lei: sia il suo nucleo familiare, sia la signora del negozio di vestiti per bambini, Osvaldo incluso. Ben tratteggiati, con soave delicatezza.
Forse avrei preferito un finale più preciso e "concluso", ma facciamo finta che, anche se l'autrice non ce l'ha detto esplicitamente, ci sia una vera relazione a distanza tra Pietro ed Emma, che magari si potrà trasformare a breve in qualcosa di più "vicino". Sulla falsariga di un romanzo regency, ci immaginiamo che ci sia per forza un lieto fine classico.
mercoledì 15 giugno 2016
elisabetta, l'ultima regina
Il 10 dicembre del 1936 Edoardo VIII rinuncia al trono d’Inghilterra per amore dell’americana Wallis Simpson. Il nuovo sovrano è suo fratello “Bertie”, Giorgio VI, padre di Elisabetta e Margaret. In quei giorni la piccola Margaret, che ha solo sei anni, chiede alla sorella maggiore: «Questo significa che poi diventerai regina anche tu?». «Suppongo di sì», risponde Elisabetta, improvvisamente molto seria. E Margaret commenta, candida: «Povera te». Quasi ottant’anni dopo, il 9 settembre 2015, la regina Elisabetta II ha superato il record del regno di Vittoria, durato 63 anni e 217 giorni, divenendo il sovrano che ha regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna.
Vittorio Sabadin racconta la straordinaria vita di Elisabetta: la lunga storia d’amore con Filippo di Grecia, dal loro primo incontro, a bordo dello yacht reale, quando lui era soltanto un giovane allievo ufficiale della Marina e lei aveva appena tredici anni, sino ai festeggiamenti per le loro nozze di diamante (unici reali nella storia inglese a raggiungere il traguardo); il complesso rapporto con il figlio Carlo e con “la principessa del popolo”, Diana; le relazioni, non sempre facili, con i capi di Stato stranieri e con i premier inglesi – memorabili i contrasti con Margaret Thatcher e Tony Blair.
Una biografia curiosa e documentata, che intreccia con abilità i grandi eventi storici e gli aneddoti più intimi e personali, restituendo un ritratto spesso sorprendente della Regina: Sabadin ci rivela risvolti inediti della ben nota passione di Elisabetta per i cavalli e i cani corgi, ci spiega i segreti del suo inconfondibile stile e ci conduce persino a bordo del Britannia, l’amato Royal Yacht su cui la Regina ha trascorso molti dei suoi rari momenti di riposo.
Ultima rappresentante di un modo di concepire la regalità come servizio e dovere, fortemente convinta dell’imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta divisione tra la sfera pubblica e istituzionale e quella privata, Elisabetta II è riuscita a diventare nel tempo un’icona per generazioni distanti e molto diverse tra loro: nessuno, per quanti secoli possa ancora durare la monarchia britannica, sarà più come Elisabetta, l’ultima regina.
In concomitanza con i festeggiamenti per i 90 anni della Regina Elisabetta (e i 95 del principe Filippo) ho letto in maniera alquanto scorrevole quest'ennesima biografia della sovrana. La coincidenza non è stata voluta, me ne sono resa conto soltanto mentre leggevo. Il libro è abbastanza recente, è uscito soltanto l'anno scorso, ma non bisogna aspettarsi niente di sostanzialmente nuovo. Visto che la regina non concede mai interviste, ciò che viene scritto su di lei si basa sulle scarse fonti disponibili.
Ad ogni modo quello che ho apprezzato molto del libro è che non vira mai sul gossip, ma resta ancorato a un'atmosfera sobria. I capitoli di cui si compone il libro sono abbastanza sganciati fra loro, e nonostante rispettino l'ordine cronologico degli avvenimenti, potrebbero addirittura essere letti in maniera autonoma senza provocare difficoltà. A volte si divaga forse un po' troppo su storie terze, come quella di Edoardo VIII e Wallis Simpson, Diana e Carlo... ma anche queste, in fondo, appartengono alla biografia di Elisabetta, e quindi è opportuno citarle.
Leggendo, si viene portati a rivalutare le figure di Carlo e del principe Filippo, che anni di gossip ci hanno sempre ritratto come fedifraghi insensibili e vecchi babbioni, mentre forse avrebbero meritato di essere trattati diversamente. E forse le figure che i media ci hanno sempre presentato sotto una luce dorata (come Diana) non lo meritavano poi troppo...
Forse, come pare sostenere l'ultimo capitolo, Elisabetta sarà davvero "l'ultima regina" della Gran Bretagna. Viene ipotizzato che Carlo, quando sarà finalmente re, apporterà cambiamenti importanti alla Corona, cambiamenti che, insieme allo spirito dei tempi che soffia, forse le daranno uno scossone quasi letale, o comunque molto grave. Vedremo. Anche se non mi stupirei di avere almeno ancora un intero altro decennio "elisabettiano" (la Queen Mother Elizabeth superò brillamente il traguardo dei cent'anni, e si dice che il sangue non sia acqua).
mercoledì 27 aprile 2016
l'usignolo
La narrazione comincia negli Stati Uniti, anni Novanta, con un'anziana signora, malata, che sta lasciando la propria casa per l'ultima volta per essere accompagnata dal figlio Julian in una casa di riposo. Il suo stato d'animo è di tranquilla rassegnazione, ma di fronte a scatole di vecchi cimeli tornano a farsi strada i ricordi.
L'ambientazione passa in Francia, primi anni Quaranta. Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Vianne non avrebbe mai creduto che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma in breve tempo si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti (vicino a Carriveau c'è un aeroporto militare).
Ora che la Francia e il suo villaggio sono stati invasi, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: un capitano tedesco alloggia da lei. Da quel momento ogni suo movimento diventa difficile, e lei e sua figlia Sophie sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, Vianne si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime.
Isabelle Rossignol, la sorella più giovane di Vianne, è una diciottenne ribelle - appena buttata fuori dall'ennesimo collegio - in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Il padre di Vianne e Isabelle, che vive a Parigi, è rimasto vedovo anni prima, non ha molto tempo da dedicare alle figlie, e anzi sembra particolarmente distaccato nei loro riguardi: dopo la morte della moglie sembra essere diventato un'altra persona.
Mentre Isabelle sta lasciando Parigi insieme a migliaia di persone, per scappare dai tedeschi in avanzata nella capitale e andare dalla sorella, incontra il misterioso Gaëtan, un giovane partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti.
Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro.
L'autrice, sorretta da una documentazione molto accurata, si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà.
Il libro ha ricevuto recensioni entusiaste su Goodreads ("Choice Award 2015" dei lettori nella categoria Historical fiction) e su Amazon. Premetto che ormai io diffido come la peste dei libri incensati su vari siti, o sui cataloghi degli editori: il più delle volte si tratta di giudizi fatti a tavolino, semplicemente per vendere. Però la trama di questo libro mi attirava, mi attirava tanto, e non mi sono per niente pentita di averlo cominciato. Già dall'inizio mi ha presa, mi ha coinvolta a più livelli: durante la lettura mi sembrava davvero di essere dentro alle pagine, di star "vedendo" la storia da vicino, e ogni volta che lo posavo non vedevo l'ora di riprenderlo per andare avanti e vedere cosa succedeva.
Ti chiedi ben presto chi sia la signora conosciuta in apertura del libro: dev'essere sicuramente una delle figure femminili raccontate. Potrebbe essere Vianne, oppure Isabelle, o addirittura Sophie. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi di voi deciderà di leggere L'usignolo. La sorpresa (e lo choc) per me è stato Julian.
Per cui stavolta i giudizi stra-positivi sul romanzo sono veramente meritati. Il libro secondo me è bellissimo. Le vicende raccontate sono drammatiche (e quando pensi che la guerra si avvicini quasi alla fine, gli eventi per le sorelle Rossignol precipitano ulteriormente). Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.
L'ambientazione passa in Francia, primi anni Quaranta. Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Vianne non avrebbe mai creduto che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma in breve tempo si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti (vicino a Carriveau c'è un aeroporto militare).
Ora che la Francia e il suo villaggio sono stati invasi, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: un capitano tedesco alloggia da lei. Da quel momento ogni suo movimento diventa difficile, e lei e sua figlia Sophie sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, Vianne si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime.
Isabelle Rossignol, la sorella più giovane di Vianne, è una diciottenne ribelle - appena buttata fuori dall'ennesimo collegio - in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Il padre di Vianne e Isabelle, che vive a Parigi, è rimasto vedovo anni prima, non ha molto tempo da dedicare alle figlie, e anzi sembra particolarmente distaccato nei loro riguardi: dopo la morte della moglie sembra essere diventato un'altra persona.
Mentre Isabelle sta lasciando Parigi insieme a migliaia di persone, per scappare dai tedeschi in avanzata nella capitale e andare dalla sorella, incontra il misterioso Gaëtan, un giovane partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti.
Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro.
L'autrice, sorretta da una documentazione molto accurata, si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà.
Il libro ha ricevuto recensioni entusiaste su Goodreads ("Choice Award 2015" dei lettori nella categoria Historical fiction) e su Amazon. Premetto che ormai io diffido come la peste dei libri incensati su vari siti, o sui cataloghi degli editori: il più delle volte si tratta di giudizi fatti a tavolino, semplicemente per vendere. Però la trama di questo libro mi attirava, mi attirava tanto, e non mi sono per niente pentita di averlo cominciato. Già dall'inizio mi ha presa, mi ha coinvolta a più livelli: durante la lettura mi sembrava davvero di essere dentro alle pagine, di star "vedendo" la storia da vicino, e ogni volta che lo posavo non vedevo l'ora di riprenderlo per andare avanti e vedere cosa succedeva.
Ti chiedi ben presto chi sia la signora conosciuta in apertura del libro: dev'essere sicuramente una delle figure femminili raccontate. Potrebbe essere Vianne, oppure Isabelle, o addirittura Sophie. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi di voi deciderà di leggere L'usignolo. La sorpresa (e lo choc) per me è stato Julian.
Per cui stavolta i giudizi stra-positivi sul romanzo sono veramente meritati. Il libro secondo me è bellissimo. Le vicende raccontate sono drammatiche (e quando pensi che la guerra si avvicini quasi alla fine, gli eventi per le sorelle Rossignol precipitano ulteriormente). Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.
domenica 10 aprile 2016
the painter's daughter
Sophie Dupont, figlia di un ritrattista, aiuta il padre nel suo studio, tenendo celati alla gente i propri lavori. Lo studio si trova in una piccola cittadina nel Devonshire, e spesso Sophie si trova a passeggiare per i sentieri della scogliera lungo la costa, un luogo molto popolare fra gli artisti e i poeti. E' proprio qui che Sophie incontra l'affascinante Wesley Overtree, il primo uomo a dirle che è bella.
Il capitano Stephen Overtree invece è abituato a prendersi in carico i doveri lasciati perdere dal fratello. A casa in licenza, viene inviato a recuperare Wesley. Sapendo che suo fratello ha affittato un cottage da un amico, il capitano si reca nel Devonshire e incontra miss Dupont, la figlia del pittore. La riconosce immediatamente da un ritratto in miniatura che porta con sé - una delle opere fatte (e abbandonate) dal fratello.
Ma il suo senso di felicità si spegne quando si rende conto che Wesley ha lasciato miss Dupont in attesa di un figlio, e se n'è andato in Italia in cerca di una nuova musa. Dato che Stephen ha intenzione di fare qualcosa di utile con la propria vita, propone a Sophie di sposarlo. Non le offre amore, e nemmeno un futuro insieme (è infatti convinto che, a causa di un'oscura predizione, sia destinato a morire presto in battaglia), ma può salvarla dallo scandalo. Se morirà in battaglia, lei sarà una vedova rispettabile, con la protezione della famiglia di lui.
Alla disperata ricerca di una via per sfuggire alla propria infelice situazione, Sophie acconsente a sposare quello straniero, e a viaggiare con lui verso la tenuta della sua famiglia. Ma a Overtree Hall, i suoi problemi saranno soltanto al principio.
Si pentirà di aver sposato il capitano Overtree, quando Wesley, pentito, farà ritorno? Oppure si troverà combattuta tra il padre del suo bambino e il suo crescente affetto per il marito che conosceva a malapena, e che nel frattempo è stato richiamato in servizio e si trova a Waterloo?
Il capitano Stephen Overtree invece è abituato a prendersi in carico i doveri lasciati perdere dal fratello. A casa in licenza, viene inviato a recuperare Wesley. Sapendo che suo fratello ha affittato un cottage da un amico, il capitano si reca nel Devonshire e incontra miss Dupont, la figlia del pittore. La riconosce immediatamente da un ritratto in miniatura che porta con sé - una delle opere fatte (e abbandonate) dal fratello.
Ma il suo senso di felicità si spegne quando si rende conto che Wesley ha lasciato miss Dupont in attesa di un figlio, e se n'è andato in Italia in cerca di una nuova musa. Dato che Stephen ha intenzione di fare qualcosa di utile con la propria vita, propone a Sophie di sposarlo. Non le offre amore, e nemmeno un futuro insieme (è infatti convinto che, a causa di un'oscura predizione, sia destinato a morire presto in battaglia), ma può salvarla dallo scandalo. Se morirà in battaglia, lei sarà una vedova rispettabile, con la protezione della famiglia di lui.
Alla disperata ricerca di una via per sfuggire alla propria infelice situazione, Sophie acconsente a sposare quello straniero, e a viaggiare con lui verso la tenuta della sua famiglia. Ma a Overtree Hall, i suoi problemi saranno soltanto al principio.
Si pentirà di aver sposato il capitano Overtree, quando Wesley, pentito, farà ritorno? Oppure si troverà combattuta tra il padre del suo bambino e il suo crescente affetto per il marito che conosceva a malapena, e che nel frattempo è stato richiamato in servizio e si trova a Waterloo?
venerdì 11 marzo 2016
meme libri 2015
Ogni anno si fa più grande il ritardo con cui arrivo a postare questo breve riepilogo delle mie letture nell'anno precedente. E per fortuna esiste Goodreads, altrimenti sarei persa...
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
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libri
domenica 24 gennaio 2016
il métro parigino
Clive Lamming, Métro insolite, Parigramme
Libro molto interessante, pieno di curiosità sul métro parigino. Pur da semplice turista, con ormai diversi viaggi a Parigi all'attivo, son riuscita ad apprezzare in pieno il ricco volumetto.
Ci ho ritrovato approfondimenti su aspetti che avevano colpito la mia attenzione (come le stazioni "artistiche", prime fra tutte Louvre e Arts et Métiers), ma anche informazioni storiche e su figure che non sapevo fossero esistite in passato (come ad esempio i punctionnieurs, gli omini o le signorine che ti vidimavano il biglietto prima di farti accedere alla banchina).
Grazie alle numerose fotografie, anche d'epoca, sono riuscita a farmi un'idea di come doveva essere la rete del metrò un secolo fa.
Poi avevo anche una curiosità personale, perché mio nonno aveva vissuto un paio d'anni a Parigi, da giovane, negli anni Venti, e avevo un vago ricordo, di quando ero piccola, di lui che raccontava di aver lavorato come operaio nella costruzione di ponti o simili, in un'attività che era stata ben retribuita anche perché piuttosto pericolosa, da svolgersi in cassoni sott'acqua.
Purtroppo adesso che avrei avuto piacere di approfondire con lui tanti racconti della sua vita, non posso farlo, perché mio nonno non c'è più da tempo... Ma nel libro penso di aver individuato la linea ai cui lavori può aver partecipato anche lui, perché anche se i tunnel di collegamento del metrò fra la rive gauche e la rive droite erano stati già quasi tutti realizzati nei primi due decenni del Novecento, nella seconda metà degli anni Venti ne hanno costruito ancora uno, e credo proprio che sia quello a cui mio nonno ha lavorato, poiché gli scarsi ricordi che ho dei suoi racconti combaciano con quanto ho letto.
Sono rimasta davvero sorpresa nel constatare quanto (poco) tempo abbiano impiegato, fra 1898 e 1900, a costruire la prima linea e le varie diramazioni del metrò, che già da subito avevano progettato. Naturalmente i parigini di inizio secolo non disponevano delle "talpe" meccaniche odierne (usate per la realizzazione dei tunnel), ma facevano ancora largo uso di "braccia".
Mi viene da piangere quando penso ai progressi da lumaca dell'unica linea di metro della mia città, Torino. Da 10 anni che è attiva siamo sempre fermi ai soliti 13 km, e tutta la fuffa giornalistica che parla di prosecuzioni della linea, da entrambi i lati, oppure della progettazione della fantomatica linea numero 2, mi sembrano sempre fantascienza.
In 15-20 anni i parigini di inizio secolo scorso si erano costruiti praticamente tutto il reseau cittadino (certo non quello attuale con oltre 200 km di tracciati, ma vedendo le vecchie mappe e andando a spanne direi almeno un buon 50% di quello che poi sarebbe diventato).
Perché qui nella Torino post 2000 sembra impossibile quello che facevano addirittura all'epoca dei nostri bisnonni? E che altrove fanno tranquillamente - ad esempio ogni volta che vado a Milano noto che hanno cambiato il nome dei capolinea, perché nel frattempo hanno esteso il tracciato di una o due stazioni. Perché qui a Torino non si può o non si riesce a fare? Suppongo che l'amministrazione comunale abbia le sue buone colpe.
Libro molto interessante, pieno di curiosità sul métro parigino. Pur da semplice turista, con ormai diversi viaggi a Parigi all'attivo, son riuscita ad apprezzare in pieno il ricco volumetto.
Ci ho ritrovato approfondimenti su aspetti che avevano colpito la mia attenzione (come le stazioni "artistiche", prime fra tutte Louvre e Arts et Métiers), ma anche informazioni storiche e su figure che non sapevo fossero esistite in passato (come ad esempio i punctionnieurs, gli omini o le signorine che ti vidimavano il biglietto prima di farti accedere alla banchina).
Grazie alle numerose fotografie, anche d'epoca, sono riuscita a farmi un'idea di come doveva essere la rete del metrò un secolo fa.
Poi avevo anche una curiosità personale, perché mio nonno aveva vissuto un paio d'anni a Parigi, da giovane, negli anni Venti, e avevo un vago ricordo, di quando ero piccola, di lui che raccontava di aver lavorato come operaio nella costruzione di ponti o simili, in un'attività che era stata ben retribuita anche perché piuttosto pericolosa, da svolgersi in cassoni sott'acqua.
Purtroppo adesso che avrei avuto piacere di approfondire con lui tanti racconti della sua vita, non posso farlo, perché mio nonno non c'è più da tempo... Ma nel libro penso di aver individuato la linea ai cui lavori può aver partecipato anche lui, perché anche se i tunnel di collegamento del metrò fra la rive gauche e la rive droite erano stati già quasi tutti realizzati nei primi due decenni del Novecento, nella seconda metà degli anni Venti ne hanno costruito ancora uno, e credo proprio che sia quello a cui mio nonno ha lavorato, poiché gli scarsi ricordi che ho dei suoi racconti combaciano con quanto ho letto.
Sono rimasta davvero sorpresa nel constatare quanto (poco) tempo abbiano impiegato, fra 1898 e 1900, a costruire la prima linea e le varie diramazioni del metrò, che già da subito avevano progettato. Naturalmente i parigini di inizio secolo non disponevano delle "talpe" meccaniche odierne (usate per la realizzazione dei tunnel), ma facevano ancora largo uso di "braccia".
Mi viene da piangere quando penso ai progressi da lumaca dell'unica linea di metro della mia città, Torino. Da 10 anni che è attiva siamo sempre fermi ai soliti 13 km, e tutta la fuffa giornalistica che parla di prosecuzioni della linea, da entrambi i lati, oppure della progettazione della fantomatica linea numero 2, mi sembrano sempre fantascienza.
In 15-20 anni i parigini di inizio secolo scorso si erano costruiti praticamente tutto il reseau cittadino (certo non quello attuale con oltre 200 km di tracciati, ma vedendo le vecchie mappe e andando a spanne direi almeno un buon 50% di quello che poi sarebbe diventato).
Perché qui nella Torino post 2000 sembra impossibile quello che facevano addirittura all'epoca dei nostri bisnonni? E che altrove fanno tranquillamente - ad esempio ogni volta che vado a Milano noto che hanno cambiato il nome dei capolinea, perché nel frattempo hanno esteso il tracciato di una o due stazioni. Perché qui a Torino non si può o non si riesce a fare? Suppongo che l'amministrazione comunale abbia le sue buone colpe.
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| Rete del métro di Parigi nel 1918, dopo appena vent'anni dall'inizio dei lavori |
venerdì 8 gennaio 2016
madame royale
Susan Nagel, Marie-Therèse, child of Terror: the fate of Marie Antoinette's daughter
Cosa ne fu dei figli di Maria Antonietta e Luigi XVI?
Ciò che sapevo è che la figlia maggiore - Madame Royale - era sopravvissuta, ma non avevo approfondito che cosa che le fosse successo dopo gli anni di prigionia al Temple.
In questo libro l'autrice lo racconta, cominciando da "molto prima". Quasi tutta la prima metà del libro è dedicata a Maria Antonietta e Luigi XVI, a partire dall'epoca del loro matrimonio, passando attraverso i loro anni di regno e arrivando al 1789, al rapido crollo dell'Ancien Regime, all'imprigionamento di tutta la famiglia reale, e alle esecuzioni dei due sovrani nel 1793. Sin qui la vicenda che sommariamente conoscevo.
La storia di Marie-Therese-Charlotte viene raccontata da lì in poi, da quando viene rilasciata dal Temple dopo oltre tre anni di prigionia. Comincia così la peregrinazione per l'Europa, prima in Austria presso la corte degli Asburgo, famiglia della madre, poi a seguito dello zio Luigi XVIII, re in esilio, sposata al duca d'Angouleme, suo cugino.
L'autrice ci presenta la figura di Marie-Therese mettendone in luce sempre e soltanto qualità positive, quasi come se fosse una specie di panegirico, sottolineandone la personalità forte ma tragica, pronta a sacrificare la propria felicità personale per il bene della Francia, e la fede che la sostenne sempre.
Ne esce un ritratto molto vivido. La sua scelta deliberata di chi sposare (il cugino Borbone, figlio dello zio paterno, invece di Karl d'Asburgo, cugino per parte materna) di sicuro influenzò la mappa politica dell'Europa ottocentesca. Pare che lo stesso Napoleone fosse ammirato dalla sua figura e l'avesse definita "l'unico uomo della sua famiglia".
Cosa ne fu dei figli di Maria Antonietta e Luigi XVI?
Ciò che sapevo è che la figlia maggiore - Madame Royale - era sopravvissuta, ma non avevo approfondito che cosa che le fosse successo dopo gli anni di prigionia al Temple.
In questo libro l'autrice lo racconta, cominciando da "molto prima". Quasi tutta la prima metà del libro è dedicata a Maria Antonietta e Luigi XVI, a partire dall'epoca del loro matrimonio, passando attraverso i loro anni di regno e arrivando al 1789, al rapido crollo dell'Ancien Regime, all'imprigionamento di tutta la famiglia reale, e alle esecuzioni dei due sovrani nel 1793. Sin qui la vicenda che sommariamente conoscevo.
La storia di Marie-Therese-Charlotte viene raccontata da lì in poi, da quando viene rilasciata dal Temple dopo oltre tre anni di prigionia. Comincia così la peregrinazione per l'Europa, prima in Austria presso la corte degli Asburgo, famiglia della madre, poi a seguito dello zio Luigi XVIII, re in esilio, sposata al duca d'Angouleme, suo cugino.
L'autrice ci presenta la figura di Marie-Therese mettendone in luce sempre e soltanto qualità positive, quasi come se fosse una specie di panegirico, sottolineandone la personalità forte ma tragica, pronta a sacrificare la propria felicità personale per il bene della Francia, e la fede che la sostenne sempre.
Ne esce un ritratto molto vivido. La sua scelta deliberata di chi sposare (il cugino Borbone, figlio dello zio paterno, invece di Karl d'Asburgo, cugino per parte materna) di sicuro influenzò la mappa politica dell'Europa ottocentesca. Pare che lo stesso Napoleone fosse ammirato dalla sua figura e l'avesse definita "l'unico uomo della sua famiglia".
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