Visualizzazione post con etichetta movies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta movies. Mostra tutti i post

domenica 14 agosto 2016

lady oscar, il film


Una serata estiva ha favorito il recupero (e la visione) di un altro vecchio film. Si tratta di Lady Oscar, il film (1978) nella versione con attori in carne e ossa, per la regia di Jacques Demy.
Specifichiamo subito che il film è antecedente rispetto all'anime - il cartone animato venne trasmesso per la prima volta in Giappone fra 1979 e 1980 - e quindi, nel bene e nel male, non può esservisi volutamente ispirato, nè viceversa, allontanatosi.

Ora, premetto che io sono cresciuta col cartone animato, già dai tempi della prima sigla cantata dai Cavalieri del Re, e non so nemmeno più io quante volte l'ho visto. Per me quel cartone è un mito. Detto ciò, per me come per chiunque altro della mia generazione, il film di Demy è francamente imbarazzante: manca del tutto di approfondimento dei personaggi, il casting è talvolta ridicolo, la storia è caotica.
Ho cercato però di giudicarlo tenendo presente che il film è uscito prima del cartone, e che si basa soltanto sul manga, non sul cartone. Anche in quel caso è però molto difficile averne una buona impressione. Più che una trasposizione, direi che il film è solo "ispirato" al manga.

Innanzitutto la protagonista, Caitriona MacColl, non è molto adatta al ruolo di Oscar. E' bassa, una specie di piccola bambolina anni luce distante dall'alto profilo androgino di Oscar. Nelle scene di combattimento e quando sale a cavallo è talvolta ridicola, sembra una ragazzina goffa. E la sua recitazione non è davvero migliore. Già questi aspetti tolgono molta credibilità all'intero film.

Con un'attrice così, ad esempio, il fatto che Fersen non si accorga da subito che si tratti di una donna, e che poi la scambi per una presunta cugina durante il ballo dove lei è vestita in abiti femminili, va davvero oltre la finzione scenica e sfiora proprio il ridicolo.



Nel film lo svolgimento temporale è scandito dagli anni mostrati in sovraimpressione. Ho trovato abbastanza forzato, cronologicamente, il fatto di aver collocato già al principio del film, nel 1775, una Maria Antonietta tutta presa dalla sua amicizia con Madame de Polignac e dalla sua relazione col conte di Fersen. In realtà era passata dal ruolo di Delfina a quello di Regina da pochissimo, ed è probabile che gli errori che avrebbe poi commesso non si fossero ancora presentati.

Rispetto al cartone e al manga, in questo film Maria Antonietta è ritratta davvero come un'oca senza preoccupazioni serie, il cui unico pensiero è divertirsi sempre e comunque, e passare tempo nel suo Trianon e a progettare il Petit Hameau. Anche la sua relazione con Fersen è presentata in maniera troppo aperta ed ostentata.

Il povero Girodelle, che chiede Oscar in moglie, viene dipinto come una specie di pervertito, ammiratore del marchese De Sade, quando invece sia nel manga che nell'anime sembra una persona per bene e sensibile.



E poi il finale è tirato via con l'accetta. Non soltanto è molto affrettato, ma modifica anche la storia originale.
Oltre al fatto che i cittadini che vanno all'assalto della Bastiglia sembrano tante comparse di un musical, più che dei rivoluzionari, non è accettabile che dopo che Andrè viene colpito dalla fucilata di un soldato, Oscar, ignara, vaghi a vuoto per le strade cercandolo e urlando il suo nome.
E il film si chiude così, con la Bastiglia che si arrende in neanche tre minuti (e non si capisce come mai) e Oscar che sopravvive!


Uno dei pochi aspetti positivi di questo film è che le riprese vennero davvero effettuate nei luoghi reali, vale a dire il castello e il parco di Versailles. Questa è davvero l'unica cosa che riesco a salvare.
Ah, un'altra chicca: Oscar bambina, nei primi minuti del film, è interpretata da una Patsy Kensit ragazzina.

Il film esiste in italiano in DVD, ma se, comprensibilmente, non volete investirci dei soldini, potete fare come me e guardarvelo su YouTube (io ne ho trovata una versione in inglese con sottotitoli in francese).

mercoledì 10 agosto 2016

attenti a quei due


Ho riempito queste ultime serate estive con un binge watching discretamente vintage. Mi è passata per le mani l'unica stagione di "Attenti a quei due" (The Persuaders) e non me la sono fatta sfuggire. Ero sicura di averne visto delle puntate sparse qua e là, nel corso della mia vita, ma ero sicurissima di non averla mai guardata per intero.

Il telefilm, una delle serie cult di tutti i tempi, di cui venne per l'appunto prodotta un'unica stagione di 24 puntate, fra 1970 e 1971 (in Italia venne trasmesso solo dal 1974) vede come protagonisti Roger Moore e Tony Curtis, nei rispettivi panni di Brett Sinclair, lord inglese, e di Danny Wilde, uomo d'affari americano nato nel Bronx.

Nel primo episodio i due, dopo essersi casualmente sfidati in una corsa automobilistica sulla Costa Azzurra, vengono ingaggiati (con una specie di ricatto) dall'ex giudice Fulton per un'indagine.
Per la cronaca, le automobili dei due sono una Aston Martin arancione-gialla DBS V8 per Brett Sinclair e una Ferrari Dino 246 GT, naturalmente rossa, per Danny Wilde.


A parte la prima, tutte le puntate successive non seguono alcun filo conduttore, e possono essere viste in qualsiasi ordine. E meno male, poiché l'ordine in cui sono disposti i miei episodi è differente rispetto a quello riportato da Wikipedia & co...

Una serie di enigmi gialli e intrighi internazionali scandisce le giornate di Brett e Danny, tra feste, belle donne, manieri di campagna e macchine fuoriserie. Il tutto sullo sfondo dei colori, dei tratti e del design della Swinging London, di inizio anni Settanta.

Le puntate si svolgono soprattutto in Inghilterra e sulla Riviera francese, con alcune incursioni in Spagna, Italia e Svezia.In numerosi episodi Danny viene scambiato per un'altra persona, e per questo motivo rapito o fatto oggetto di minacce. In altre puntate i guai maggiori li vive lord Sinclair, alle prese con una presunta moglie oppure con una serie di incidenti mortali nella propria famiglia.


Danny e Brett vengono coinvolti in situazioni pericolose ma sempre pervase di un sottile umorismo. Fra loro e il giudice Fulton si viene poi a creare un legame di amicizia. Proprio il rapporto fra Danny e Brett diventa uno degli aspetti più divertenti del telefilm. In pratica, i due rappresentano i due diversi stereotipi: quello raffinato inglese della vecchia Europa e quello rozzo e arricchito statunitense.

A tutti e due piace il lusso, ma lo intendono in maniera diversa, e la cosa è evidente, per esempio, paragonando l'abbigliamento sportivo ma chiassoso di Wilde, contrapposto alla ricercata eleganza di Lord Sinclair, i cui abiti di scena (foulard compresi) furono disegnati dallo stesso Roger Moore.



La serie non ha un episodio conclusivo vero e proprio. Nonostante il successo dell'epoca, non venne proseguita, forse anche perché Roger Moore avrebbe cominciato a vestire i panni di James Bond di lì a brevissimo.

Una curiosità: i capelli di Tony Curtis sono neri negli episodi che vennero girati per primi, mentre si ingrigiscono un sacco, fino a diventare quasi bianchi, nelle puntate finali. Considerando che le riprese debbono essere state fatte nell'arco di non più di un anno è davvero una trasformazione notevole...

Il motivo musicale della sigla d'apertura venne scritto da John Barry, autore delle musiche del film di 007, e all'epoca dell'uscita del telefilm ebbe molto successo.


lunedì 22 febbraio 2016

suffragette

Suffragette (2015)
Regia: Sarah Gavron
con Carey Mulligan, Helena Bonham-Carter, Meryl Streep.

Londra, 1912. Maud Watts è una giovane operaia in una lavanderia industriale nell'East End. La sua vita scorre fra le pesantezze quotidiane del lavoro, gli abusi del padrone e un'apparente tranquillità di povera quiete domestica, con un marito e un bambino.

Da tempo le donne appartenenti alla Women's Social and Political Union fondata da Emmeline Pankhurst cercavano di ottenere il diritto di voto per le donne, e migliori diritti, ma dopo oltre 50 anni di lotta pacifica niente era stato ottenuto. I politici non avevano mai considerato seriamente le loro richieste, e anzi avevano sempre considerato le suffragette come delle pazze instabili.
Per cui, dopo tanto tempo senza risultati, il movimento decide di passare alle maniere forti: boicottaggi del servizio postale e dei telegrafi, pietre contro esercizi commerciali, esplosioni in luoghi rappresentativi, ma dove si era sicure che non ci sarebbero state vittime.

Nella lavanderia, Maud viene in contatto con questo movimento tramite la collega Violet. All'inizio la causa delle "suffragette" non la tocca particolarmente, ma poi, quasi in modo fortuito, ne viene coinvolta e piano piano finisce per riconoscersi nelle loro giuste istanze. Presto diviene una militante convinta e decisa a vendicare i soprusi subiti in fabbrica e a riscattare una vita che la costringe subalterna agli uomini. Viene arrestata più volte, perde il lavoro e viene buttata fuori di casa dal marito, che le impedisce di vedere il bambino. Anzi, il marito dà in adozione il figlio ad una coppia borghese. Il tutto nella piena legalità del tempo, dato che il marito aveva piena proprietà dei figli e la madre non contava nulla.

Rimasta sola, Maud trova ragione e forza nella lotta politica, riuscendo finalmente con le sue compagne ad attirare l'attenzione del mondo, soprattutto dopo un gesto estremo (o sfortunato incidente) che vede protagonista una di loro, morta durante il Derby al quale partecipava anche re Giorgio V.
Emmeline Pankhurst: We do not want to be lawbreakers, we want to be lawmakers.

Maud Watts: I’m worth no more, no less than you. We will win.

Maud Watts: What are you gonna do? Lock us all up? We’re in every home, we’re half the human race, you can’t stop us all.

If it's right for men to fight for their freedom, then it's right for women to fight for theirs.
Le donne inglesi ottennero finalmente il diritto di voto (almeno per quelle sposate, con più di 30 anni) nel 1918. Nel 1925 si ebbero finalmente i primi riconoscimenti dei diritti delle madri sui loro figli; infine nel 1928 tutte le inglesi poterono finalmente votare, senza più distinzioni di censo ed età.

Nei titoli di coda di "Suffragette" scorrono le date in cui le donne conseguirono il diritto di voto, in vari paesi del mondo: la strada da fare è ancora lunga e non è terminata. In un paese apparentemente civile come la Svizzera le donne ottennero questo diritto soltanto nel 1971, praticamente l'altro ieri... In Arabia Saudita il diritto al voto (amministrativo) è stato concesso soltanto nel 2015, e a determinate condizioni.


Se mi avessero mostrato questo film quando andavo a scuola (perché sì, è un tipico film da mostrare anche agli studenti), l'avrei ritenuto un film storico, un resoconto di ciò che era stato, di vicende che erano state necessarie per arrivare alle conquiste odierne. Ma con un senso di "passato", sicura che ciò che era stato ottenuto era ormai scontato, e non si sarebbe più tornati indietro.

Invece oggi non ho più quella sicurezza, anzi ho spesso il timore che si stia tornando indietro in molti ambiti relativi ai diritti delle persone, tra cui anche quelli delle donne. I nostri diritti non sono stati ottenuti una volta e per sempre, ma sono costantemente da difendere giorno per giorno. Ci sono attacchi che provengono dall'ignoranza, dalla paura, dalla grettezza e dal menefreghismo, da credenze religiose ritenute dogmi e da culture diverse ed estranee che pretendono di imporsi.


P.S. Il film è stato presentato in anteprima in Italia nella serata inaugurale del 33° Torino Film Festival, il 20 novembre 2015, mentre la sua uscita nelle sale è prevista per il 3 marzo 2016.
Nell'immagine sopra ho riportato entrambe le locandine, quella originale e quella riadattata ad uso e consumo italiano: chissà perché l'immagine originale non poteva andare bene per il nostro paese?


lunedì 11 gennaio 2016

david bowie


Tra le mille condivisioni e testimonianze comparse stamattina sui social, in seguito alla scomparsa di David Bowie, vorrei riportare qui quella di una mia amica facebookiana, che mi ha colpito e mi è sembrata particolarmente bella.
Le parole seguenti non sono mie, ma di Marina.

Ognuno di noi è cresciuto in un giardino musicale in cui fiorivano rose, ciclamini, ortensie e a volte, molte volte, anche erbacce.
Ognuno ha annusato con più piacere questo o quel fiore. Magari per un po' ha trovato insostituibile pure l'erbaccia.
Questa mattina ci siamo svegliati e le rose non c'erano più.
E anche chi non amava particolarmente le rose, la mancanza la sente, la vede, la odora.
E ogni volta che un fiore sparisce dal giardino è sempre una sofferenza. Anche perché in quel vuoto, forse, non ci pianteremo niente altro.

venerdì 7 agosto 2015

film di barbara cartland

Ho recuperato due film dei quattro basati sui libri di Barbara Cartland che vennero realizzati dalla tv inglese a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, e che furono trasmessi anche dalla Rai. Ricordo che li passarono su Rai Due in prima serata, nel 1990, in un ciclo che avevano intitolato "Duello di cuori", e poi li ritrasmisero in replica almeno una volta in una delle estati successive.
In una di queste repliche ero riuscita a registrarne uno (ahimé solo uno...) su videocassetta, ma nel corso degli anni il nastro ha finito per consumarsi, visto che almeno una volta all'anno me lo riguardavo sempre. Il film che avevo (quello della bionda lady Caroline Faye che si fa passare per la sua dama di compagnia, e finisce per conoscere il segreto della "sorella" pazza di Lord Vane, di cui è innamorata) lo conoscevo quasi in ogni minima scena, mentre gli altri tre me li ero abbastanza dimenticati, dopo oltre vent'anni.

Per fortuna i due film che ho trovato sono proprio fra questi: li ho trovati soltanto in inglese (e senza sottotitoli). Alcune scene di "A hazard of hearts" mi si sono rivelate più familiari di "The lady and the highwayman", evidentemente all'epoca mi aveva colpito di più.
Ora devo mettermi alla ricerca dei due ancora mancanti.

L'intera serie dei 4 film è questa:
  • "A hazard of hearts" (Passione sotto la cenere) con Helena Bonham Carter, Marcus Gilbert, Diana Rigg
  • "A ghost in Montecarlo" (Un fantasma a Montecarlo) con Lysette Anthony, Sarah Miles, Marcus Gilbert
  • "The lady and the highwayman" (La bella e il bandito) con Hugh Grant, Lysette Anthony, Michael York
  • "Duel of Hearts" (Duello di cuori)  con Alison Doody, Michael York, Geraldine Chaplin



A hazard of hearts - 1987 (Passione sotto la cenere)
Sir Giles (Christopher Plummer) ha perso a carte tutte le sue proprietà giocando contro il viscido Lord Wrotham (Edward Fox).  C'è soltanto una cosa di valore che gli resta, ed è la sua bella figlia Serena (Helena Bonham Carter). Nel tentativo di riavere indietro ciò che ha perso, sir Giles punta con Wrotham anche la mano della figlia. Purtroppo perde, e realizzando la gravità di ciò che ha fatto, si suicida.
Lord Justin Vulcan (Marcus Gilbert), che è stato testimone della partita, sfida ai dadi Lord Wrotham. Vince e si ritrova proprietario del patrimonio di Sir Giles nonché della giovane Serena.
Lord Justin la manda a stare come ospite, insieme alla cameriera, a Mandrake Palace, dove vive sua madre, lady Harriet Vulcan (Diana Rigg), la quale non si dimostra troppo amichevole, e non fa mistero di nutrire intenzioni poco onorevoli nei confronti di Serena, alleandosi con Wrotham stesso.

In questa storia ci sono suspence, intrighi, oscuri segreti e passioni. E' un film piacevole, che non deluderà le fans del genere regency. E' carico dei cliché del genere, e credo che proprio in questo risieda il suo fascino. C'è di tutto: una giovane eroina coraggiosa, un affascinante libertino con un oscuro segreto, una madre coinvolta in imprecisati piani di contrabbando, un lord dissipato che perde tutto in una stupida scommessa, duelli, un rapimento, un matrimonio forzato e addirittura un bandito con un cuore d'oro. Tombola! In perfetto stile Cartland, l'eroe non va oltre i casti baci sulla fronte all'eroina, e la scena finale del film è il classico "lieto fine" di fronte all'altare.
Prendendo in prestito un'espressione letta in giro: il film "porta in vita un'era che sembra più di fantasia rispetto alla realtà che era davvero".

Naturalmente questo film io l'ho visto per la prima volta da adolescente, e da allora ne ho mantenuto un ricordo forse idealizzato. E' difficile darne una valutazione obiettiva, con i metri di giudizio attuali.
Helena Bonham Carter era proprio agli inizi della sua carriera, forse subito dopo "Camera con vista", e mi ricordo ancora che in quel periodo era frequente vederla in questi ruoli in costume, da giovane donna in stile bambola di porcellana. La cosa fa sorridere ora, quando siamo abituati ad vederla nei film di Tim Burton, e in ruoli ben più dark e drammatici. In quanto a Marcus Gilbert, l'eroe maschile del film, senza l'aiuto di IMDB non avrei assolutamente saputo quale fine avesse fatto (pare che abbia continuato a recitare).
 
 
 



The Lady and the Highwayman - 1988 (La bella e il bandito)
La storia è ambientata durante la rivoluzione inglese, nel 1649, quando re Carlo II e i suoi cavalieri stanno tentando di riprendere il potere a Cromwell. Lucius Vyne è sempre stato fedele al re, così come tutta la sua famiglia. Il re fugge infatti accompagnato dal giovane duca Lord Richard Vyne, cugino di Lucius. Ma Lord Vyne viene imprigionato, e sua sorella, lady Panthea, nel tentativo di salvarlo accetta di sposare il vecchio esattore Drysdale.
Mentre Panthea e il neo-marito sono in carrozza, vengono assaliti da un cavaliere mascherato, soprannominato Silver Blade, che in realtà è Lucius. Egli rivela a Panthea che il fratello in realtà è già stato giustiziato due settimane prima, poi uccide in duello il vecchio Drysdale e riporta Panthea a Manston Hall.

Quattro anni dopo Lady Panthea vive con una zia presso la corte del re, che ha riottenuto il trono. Là il re propone a Lady Panthea di diventare dama di compagnia della regina, e ciò rende particolarmente gelosa Lady Castlemaine, che è l'amante del re. Lady Castlemaine conspira con Rudolph Vyne, un altro cugino di Panthea, il quale vorrebbe ottenere per sè il titolo di duca che era del defunto Richard, poiché il parente più prossimo, Lucius, è diventato un bandito ed è probabilmente morto. Ma Lucius non è morto, e anzi ha continuato a combattere i veri nemici del re, un po' come una specie di Robin Hood. Panthea, che lo ama in silenzio da quando l'ha salvata dal marito, viene a conoscenza di una trappola per catturarlo e corre a salvarlo, dichiarandogli il suo amore.
Nel frattempo, Lady Castlemaine viene a conoscenza delle circostanze della morte dell'esattore, e fa accusare Panthea dell'omicidio del marito approfittando della partenza del re per la Francia. Lucius tenta di salvarla, ma entrambi vengono arrestati, imprigionati e condannati a morte. La vigilia dell'esecuzione, Lucius riesce ad evadere e salva Panthea in extremis. Altrettanto in extremis re Carlo II torna e sistema la situazione. Lucius accetta il titolo e sposa finalmente Panthea.

Il film è un classico racconto di cappa e spada, con buone dosi di romanticismo, gelosie e tradimenti.

 

venerdì 24 luglio 2015

cenerentola il film

Cinderella (2015)
Regia: Kenneth Branagh

E' normale che anche avendo varcato (e non da ieri) la soglia degli "anta" mi sia trovata a godermi questo film come se fossi stata una bimba davanti a un negozio di caramelle? Potenza delle fiabe, o - meglio - della maniera magistrale in cui Kenneth Branagh, nelle vesti di regista, ha trasposto questa versione in carne ed ossa della celeberrima storia di Perrault (prima) e di Disney (dopo).

In effetti molti degli aspetti visivi di questo film ricalcavano il cartone Disney. Confesso che io ho visto per la prima volta il cartone disneyano soltanto quando ero già cresciuta, ma da piccolina possedevo un libro Disney pieno di illustrazioni, con la storia di Cenerentola narrata come veniva sviluppata nel cartone, per cui ho finito per conoscerne le scene piuttosto bene. Il libro lo conservo tuttora gelosamente.

Tornando al film, superato un attimo di disorientamento in cui mi sembrava di essere finita dentro Downton Abbey (sia Lily Rose/Cinderella che Sophie McShea/sorellastra recitano nella serie inglese) e il mini-shock nel ri-digerire il sempre amato (e pianto) King in the North Richard Madden nei panni del principe azzurro Kit - ma sto guardando un film o le mie solite serie tv? - me lo sono davvero goduto senza ritegno.

Belle le scenografie, che hanno dato corpo e vita a quanto mi ero raffigurata per tutta un'infanzia di letture; fantastici i costumi, ricchi e colorati; e meravigliosi e stra-riusciti gli effetti speciali, soprattutto nella scena della trasformazione della carrozza e dei suoi palafrenieri, prima e dopo la mezzanotte.

Ma quello che forse mi è piaciuto di più, vista la mia età, è stata la resa dei personaggi, per niente superficiale, come sarebbe potuta essere in una semplice fiaba (anche se poi non è per niente vero che le fiabe sono semplici).




giovedì 21 maggio 2015

paddington


In quanto bimba italiana cresciuta negli anni Settanta non possiedo una conoscenza di prima mano dell'orsetto Paddington (se tralasciamo una canzoncina di un telefilm/cartone che non ricordo di aver mai visto, ma che avevo su una cassetta musicale), però da brava anglofila so chi è. E questo è tutto il background con cui mi sono apprestata a guardare "Paddington", l'altra sera.

Credevo che fosse principalmente un film per bambini, e invece ho avuto una bella sorpresa. Il film è davvero delizioso e tenero, molto British e ricco di situazioni esilaranti.


La storia è molto semplice. Un giovane orsetto perde quasi tutta la propria famiglia (e la sua casa nella foresta del Profondo Perù) in seguito a un terremoto. Decide così di andare a Londra, che lo zio Pastuzo gli aveva raccontato essere il luogo da cui tanto tempo prima era arrivato Lord Clyde, un esploratore che gli aveva detto che a "Londra sarebbero sempre stati i benvenuti".
E così l'orsetto parte, armato soltanto di una valigia piena di barattoli di marmellata d'arance, del cappello rosso dello zio, e con un cartellino intorno al collo che dice 'per favore prendetevi cura di questo orso'.
Una volta arrivato a Londra, però, l'orsetto scopre che non è facile trovare rifugio in una casa, e viene accolto (momentaneamente, nelle intenzioni del capofamiglia) dalla famiglia Brown - babbo, mamma e due ragazzini - che gli dà il nome Paddington, avendolo trovato proprio in quella stazione. A casa Brown, Paddington darà il via a una serie di piccoli esilaranti incidenti domestici.
Trovare traccia del vecchio esploratore non sarà facile, e per Paddington potrà anche rivelarsi più pericoloso del previsto...


venerdì 10 aprile 2015

song of the sea

Irlanda/Lussemburgo/Belgio/Francia/Danimarca, 2014
Regia: Tomm Moore
Il piccolo Ben, che vive in un faro su un isolotto presso la costa irlandese, viene abbandonato dalla madre in occasione della nascita della sorellina Saoirse, e viene cresciuto dal padre.

Quando Saorsie compie sei anni, la bambina, che non ha mai parlato, trova in un baule un prezioso mantello magico, indossando il quale si trasforma magicamente in una piccola foca. Saoirse è infatti una selkie, proprio come lo era la madre, che infatti era tornata dal suo popolo. Le selkie sono figure fantastiche del folklore irlandese e scozzese, donne che si trasformano da foche in esseri umani.
Quando il padre scopre che Saoirse ha trovato il mantello, per paura di perdere anche la figlia dopo l'amata moglie, manda la bambina e il fratello a vivere in città con la nonna paterna, e getta in mare il mantello fatato.

Ai due bambini però non piace vivere in città, e durante la notte di Halloween decidono di tornare a casa al faro. Durante il viaggio, Ben e Saoirse incontrano creature dimenticate di una tradizione e di leggende che stanno scomparendo e scoprono che le canzoni di Saoirse sono la chiave per la loro sopravvivenza. Saoirse, però, non può cantare e nemmeno parlare senza il suo mantello Selkie, che il padre le ha tolto.

Inizia così una corsa contro il tempo per ritrovare il mantello, recuperarlo e salvare gli altri esseri magici come Saoirse, e Ben riuscirà coraggiosamente a comportarsi come il 'miglior fratello maggiore del mondo', proprio come aveva promesso tanti anni prima a sua madre.

Non so se questo film di animazione sia stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane. So che è stato presentato al Sottodiciotto Film Festival di Torino, e ad un altro festival romano, ma nella programmazione delle sale normali non mi è capitato di notarlo. Io l'ho visto in lingua originale (senza sottotitoli, che non ho trovato...), per cui non so nemmeno se ne esista una versione doppiata.

E' un peccato, perché è un cartone molto bello e pieno di atmosfera. Ma a parte questo, ciò che mi ha colpito di più sono i disegni, con fondali fissi che sembrano acquerelli, a volte piatti e senza apparente prospettiva, ma molto evocativi. Sembrano le illustrazioni di un libro per bambini. Danno davvero l'idea di un tocco di magico alla storia.

venerdì 28 novembre 2014

la fiera delle vanità

Vanity Fair. La fiera delle vanità
di Mira Nair, 2004, GB-USA
interpreti: Reese Witherspoon, James Purefoy, Gabriel Byrne, Jonathan Rys-Myers, Bob Hoskins.


La bella Becky, appassionata, spiritosa e calcolatrice, figlia di uno squattrinato artista inglese e di una ballerina francese, resta orfana in tenera età. Fin da bambina è sensibile al fascino di una vita piú agiata e ripudia il suo ambiente di origine. Abbandona l'Accademia di Miss Pinkerton a Chiswick, decisa a conquistare l'alta società inglese con ogni mezzo a sua disposizione. Per scalare le vette sociali ricorrerà a tutta la sua intelligenza, astuzia e sensualità.

Un film che in molti passaggi ricorda "Via col vento", consigliato a tutte le romantiche che amano i film in costume, con eroine forti e indomite. Si tratta della versione cinematografica del romanzo di William Makepeace Thackeray, con scenografie molto sontuose, costumi coloratissimi, moltissimi rimandi alla cultura indiana (la regista è indiana), e bravissimi attori.

Non ho mai letto il romanzo, ma nonostante questo so - da ricordi scolastici - che si tratta di un acutissimo romanzo di analisi sociale. Non so se la "vera" Becky Sharp di Thackeray fosse soltanto un'arrampicatrice sociale, senza scrupoli, e quindi un personaggio negativo. Nel film Becky è sicuramente piu' "soft" di quanto non sia nel libro. Tutte le recensioni che ho letto fanno notare questo punto.
Comunque il personaggio del film secondo me è sfaccettato: le sue azioni sono mosse, in principio, dalla voglia di emergere e di farsi strada. Anche quando, più avanti, si trova nella rete del marchese di Steyne, fa buon viso a catttivo gioco per ottenere qualcosa in cambio. Pero' quando si trova a perdere - per causa sua - sia il marito sia il figlio, secondo me la sua pena è sincera, per quanto non esternata platealmente.
Io credo che il personaggio di Becky sia da considerarsi positivamente, nonostante tutto, come una donna intelligente e astuta, che cerca di usare cio' che ha a sua disposizione per migliorare la propria condizione.

Sul dvd ci sono sia un finale sia un inizio alternativi. Io li ho preferiti entrambi, rispetto a quelli che invece sono stati usati. Nei titoli di testa (meravigliosi e con un motivo di sottofondo delicatissimo - "She walks in beauty" ispirato ai versi di Byron - che ha continuato a risuonarmi in testa tutta la sera) l'immagine della farfalla che vola tanto vicino alla fiammella della candela da bruciarsi le ali è bellissima, è una vivida metafora dell'esistenza di Becky... peccato che abbiano deciso di non usarla.

sabato 21 giugno 2014

i film di audrey hepburn/4

My Fair Lady (1964)
Nella Londra di inizio Novecento, il professore di fonetica Henry Higgins, un uomo misogino e arrogante, scommette con il colonnello Pickering di riuscire a trasformare l'umile fioraia Eliza Doolittle in una dama dell'alta società, inserendola nei salotti buoni della città. Naturalmente ci riesce, ed Eliza si ritrova anche piena di facoltosi pretendenti. Compreso il professor Higgins.

Il film è una trasposizione su pellicola dell'omonimo musical che era stato messo in scena nella seconda metà degli anni Cinquanta (a sua volta tratto dal Pigmalione di G.B. Shaw), e che ebbe un folgorante successo, tanto da rimanere in cartellone a lungo. Venne girato tutto all'interno dei teatri di posa a Burbank, in California, ma le ambientazioni londinesi di Covent Garden, il mercato, la Royal Opera House e Ascot sono state riprodotte con tale maestria e perfezione da risultare perfettamente verosimili, quasi come se fossero reali.




E' un film musicale, e per questo io non riesco a giudicarlo obiettivamente. Non mi sono mai piaciuti i film musicali, neanche da bambina... e mi riferisco soprattutto a quelli classici, americani degli anni '50 e '60: li ho sempre trovati noiosi, e le parti cantate mi hanno sempre scocciata molto. Mi sembra una forzatura idiota mettersi a cantare invece di adoperare il dialogo normale, e anche mettersi a ballare in un contesto diverso da una sala da ballo, non ha senso! E ancora di più quando c'era un'evidente differenza fra la voce dell'attore e quella del cantante - perché a volte capitava, come nel caso della Hepburn in questo film, che le parti cantate venissero date a cantanti professionisti. Per cui non sono una grande fan dei film musicali dell'epoca d'oro di Hollywood (né visti al cinema né visti in televisione), e devo proprio nutrire una grande curiosità per impormi di guardarne uno.
Apro una parentesi. Paradossalmente da qualche anno ho però scoperto che gli spettacoli di musical visti in teatro invece mi piacciono, e anche molto. Ma in teatro il contesto è del tutto diverso: lì il canto e il ballo ci stanno, e lo spettatore seduto in sala ne viene coinvolto.

Tornando a "My Fair Lady", non sono riuscita ad apprezzarlo per questa mia avversione di fondo verso i film musicali, e poi il doppiaggio non mi ha certo aiutata. Avendo guardato il film in dvd, ho giocherellato costantemente con sottotitoli e tracce audio per ascoltarlo un po' in originale e un po' doppiato in italiano. Ecco, la parte iniziale con l'accento cockney di Audrey Hepburn doppiato come se fosse pugliese è stata orribile, e stava quasi per convincermi ad abbandonare la visione. E' stato irreale associare quella voce, coi suoi continui strilli, alla figuretta di Audrey!
Per tacere poi dell'adattamento in italiano, che in pratica ha riscritto buona parte delle battute e tutte le canzoni. Tanto per fare un esempio, il famoso scioglilingua "La rana in Spagna gracida in campagna" (cioè la prima frase che Eliza riesce a pronunciare correttamente) in originale faceva "The rain in Spain stays mainly in the plain". Inoltre il film è troppo lungo: circa 2 ore e 40 min. sono davvero troppi, considerando la mia avversione per il genere...

martedì 8 aprile 2014

una serata a thornfield hall

L'altra sera ero indecisa su cosa guardare in televisione, così mi sono fatta ri-tentare dal DVD della miniserie su Jane Eyre della BBC, versione del 2006, e me la sono riguardata tutta, praticamente quasi quattro ore di fila. Confesso che ho fatto avanti veloce sulla parte iniziale (Lowood) e su quella con St.John & sorelle... volevo soltanto Rochester e Jane. E mi sono di nuovo ritrovata con la lacrimuccia che stava lì lì per cadere, sulla dichiarazione di Jane/Rochester, quella prima del matrimonio sfumato dove lei dice "solo perché sono povera e insignificante non significa che non abbia un cuore e non provi dei sentimenti..." e poi nel finale, quando Jane ritrova Edward ferito.

Questa versione della BBC - avendo più tempo - si dilunga molto di più su molti particolari, rispetto ai film da due ore al massimo (ad es. la scena con la zingara che "predice" il futuro a Thornfield, il tentativo di Rochester di convincere Jane a restare con lui dopo il fallimento delle nozze - e francamente in entrambi i casi non mi ricordo se si tratta di scene presenti nel libro, oppure se si tratti di "licenze" della sceneggiatrice). Ci sono molta più sensualità e passionalità espressa, rispetto al film di Zeffirelli, per esempio.


Ruth Wilson, l'attrice che interpreta Jane, secondo me ha un volto che non esprime bene l'immagine che IO mi sono sempre fatta di Jane. Per me nei suoi panni (esteticamente intendo) era perfetta la Charlotte Gainsbourg zeffirelliana. La Wilson mi pare un pò' troppo caruccia, e soprattutto con labbra troppo grandi e importanti rispetto alla mia immagine di Jane. Toby Stephens invece, che interpreta Rochester, ricalca abbastanza il physique du role del dark hero, anche se magari l'avrei visto meglio con qualche centimetro di altezza in più. Ma pochissimi, eh... non mi sto certo lamentando di lui, tutt'altro...

Comunque anche la versione di Zeffirelli a me è sempre piaciuta moltissimo, e lo stesso vale anche per l'ultimissima versione di Fukunaga. Ma ciò che mi porta a preferire in assoluto la miniserie del 2006 è che ha un finale che soddisfa la curiosità dello spettatore, è molto più completo. Jane ritrova Rochester e ci sono almeno dieci minuti di sceneggiato in cui i due hanno tempo di parlare del loro futuro. Ci viene addirittura mostrata una scena della loro nuova vita da marito e moglie, insieme al loro ultimo nato, alla famiglia e alla servitù riuniti in occasione di un ipotetico (e metaforico) "scatto fotografico" finale. Non costa niente aggiungere 'sti trenta secondi:  noi spettatori siamo contenti, e almeno non ci viene "chiusa la porta in faccia" come succede, invece, con il film di Fukunaga, che termina con una scena quasi troncata, che ci porta a chiederci se è finito così, o se ci siamo persi qualcosa...



P.S.: ma lo sapevate che Toby Stephens è figlio di Maggie Smith (la mitica Lady Violet in Downtown Abbey, nonché la prof.ssa McGonagall in Harry Potter)?

domenica 9 marzo 2014

la bella e la bestia

Nuova trasposizione cinematografica della celebre favola, un adattamento francese in formato kolossal.
Regia di Christophe Gans, con  Lea Seydoux nei panni di Belle e Vincent Cassel in quelli della bestia.
Sinceramente non ne consiglio la visione a un pubblico di bambini, perché se si aspettano una copia del cartone Disney con personaggi in carne e ossa resteranno delusi. Questa versione francese è decisamente più cupa e più gotica, e riprende alcuni aspetti della favola originale settecentesca di Madame Leprince De Beaumont. E' un film per adulti.

La trama del film resta fedele alla fiaba, il copione non si discosta tanto dalla storia originale.
Dopo il naufragio della sua nave, un ricco mercante cade in rovina ed è costretto a ritirarsi in campagna con i suoi sei figli. Ma la sfortuna non lo abbandona, poiché viene condannato a morte da un potente e orribile signore, la Bestia, per il furto di una rosa. Belle decide di prendere il posto di suo padre e sacrificarsi. Ma la Bestia non condanna la giovane a morte, ma ad una strana vita nel suo castello un tempo splendente, ma ormai in rovina. Belle arriverà a liberare la Bestia dalla sua maledizione.


La fotografia, i costumi e gli effetti speciali sono molto belli; rappresentano la parte meglio riuscita del film, che visivamente è davvero affascinante. Purtroppo la trama e  alcuni momenti della sceneggiatura potevano essere costruiti molto meglio; soprattutto il rapporto fra la Bella e la Bestia resta - almeno questa è la mia sensazione - alquanto superficiale e non viene gradualmente approfondito, ma viene fatto "precipitare" improvvisamente alla fine, senza che in precedenza ci sia stato nessun avvicinamento speciale.

Non si capisce se la Bestia desideri Belle perché gli ricorda il suo amore passato e si senta davvero attratto da lei, oppure per qualche motivo legato alla sua maledizione. E anche per quanto riguarda lei, nonostante i sogni tramite cui prende coscienza del passato della Bestia, non si capisce bene quando si innamori di lui: perché, come, quando? Si passa dal "mi ripugni" al "ti amo" senza momenti di transizione, mah...


Mi è piaciuto l'espediente usato dal film, che inizia la storia con una mamma che racconta una fiaba ai suoi due bambini prima di andare a dormire. Alla fine del film la fiaba resta tale, chiusa fra le pagine di un libro, e la donna che va incontro al marito (nella romantica e toccante scena finale) potrebbe essere Belle oppure potrebbe sembrare una semplice donna normale che leggendo si è immedesimata nei panni della protagonista prestandole il volto.
Ammetto che però l'interpretazione che ha prevalso, nella mia testa, è stata quella che fosse Belle stessa, qualche anno dopo il termine della favola, con la Bestia/Principe di nuovo un semplice uomo, colto in un momento di lavoro fra le aiuole del giardino. E che quest'interpretazione sia quella corretta lo conferma la presenza, nelle scene finali, di una muta di beagle festanti (presumibilmente gli stessi che erano rimasti anch'essi vittima della maledizione), ma soprattutto il breve soffermarsi di un'inquadratura su un candelabro, costruito con la bambola di stoffa regalata a Belle da queste creaturine quando si trovava nel castello della Bestia.
E vissero tutti felici e contenti.

(E Vincent Cassel, bestia o principe, è sempre uno fra gli uomini che trovo più affascinanti...)
La Bella e la Bestia non cattura i sensi
Il regista Gans indeciso se parlare a grandi o piccini
di Alessandra Levantesi Kezich (fonte: La Stampa)

Se ne fa addirittura risalire l’origine ad Amore e Psiche di Apuleio, in ogni caso la fiaba La bella e la bestia circola in Europa da secoli: narrata davanti al fuoco, poi trascritta da Straparola e da Perrault prima che nel 1754 la dama Jeanne–Marie Leprince de Beaumont le desse la forma in cui è più nota. La giovane Bella chiede al padre di portarle da un viaggio il regalo di una rosa, questi la coglie nel giardino di un castello abitato dalla Bestia, creatura mostruosa che per punirlo del furto gli impone di scegliere: la morte o la figlia.
Più volte a questa storia hanno attinto teatranti e cineasti, ciascuno variando qui e là come ha fatto ora il regista Christophe Gans con un film male accolto a Berlino: dove sono fioccati paragoni in negativo sia rispetto all’esercizio allegorico/letterario firmato da Cocteau nel 1946, sia rispetto al delizioso cartone animato Disney. Una reazione eccessiva, come capita nei festival, e tuttavia in parte giustificata.
Siamo infatti di fronte a un fantasy sontuoso, girato a costi assai elevati per gli standard europei (circa 35 milioni di euro), che non è chiaro a chi sia destinato: si direbbe agli adulti, ma allora era necessario un affondo più deciso. In chiave di lettura simbolica, La bella e la Bestia si può interpretare in diversi modi: come un’affermazione della supremazia dello spirito sulla materia; o meglio, come un percorso di crescita femminile dove il rapporto con il maschio - all’inizio ritenuto «bestiale» in quanto sostitutivo del rapporto «puro» con il padre - trasforma una fanciulla in donna. Avendo a disposizione due attori dotati di fascino quale il tenebroso Vincent Cassel e la luminosa Léa Seydoux, Gans avrebbe dovuto puntare maggiormente sui fattori gioco di attrazione e risveglio dei sensi, piuttosto che infarcire la vicenda di personaggi di scarso interesse e di effetti speciali a uso del pubblico dei ragazzini.
Così del film si apprezzano gli scenari di ispirazione romantico-germanica e certi momenti suggestivi, per esempio l’inseguimento fra la Bestia e Bella su un lago ghiacciato; ha giusto risalto la figura paterna affidata ad André Dussolier; è condivisibile la trovata dei flashback per mostrare più del volto di Cassel senza il trucco peloso; e a noi non dispiace neppure la cornice intimista del finale «e vissero felici e contenti». Ma resta aperta la domanda: con le parole magiche «C’era una volta», Gant intendeva rivolgersi ai grandi o ai piccini?