Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall'Ermitage
Torino, Palazzo Madama
11 marzo - 4 luglio 2016
Dopo infiniti rinvii di data, si è finalmente aperta a Palazzo Madama una grande mostra dedicata alla storia dell’arte francese. Capolavori straordinari che rispecchiano l’evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l’arte francese, e al contempo testimoniano l’amore per l’Italia di molti dei pittori in mostra.
Una selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia) per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell’Ottocento, dall’avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti.
L’esposizione intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna – dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere – e delinea la storia della fortuna dell’arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all’impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell’Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre.
Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all’antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Croot e all’affermazione dell’Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all’apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.
giovedì 24 marzo 2016
lunedì 21 marzo 2016
l'abbazia della novalesa
L'abbazia della Novalesa si trova in una bellissima posizione nella conca naturale della Val Cenischia, una ramificazione della Valle di Susa che porta al colle del Moncenisio, importante punto di passaggio obbligato fra Italia e Francia nei secoli passati.
L'abbazia venne fondata nel 726, in una posizione strategica, su una delle rotte principali dei pellegrini che dalla Francia e dall'Inghilterra si recavano in Italia. Questa data fa rientrare la Novalesa fra i monasteri più antichi d'Europa. Anche l'imperatore Carlo Magno vi passò e vi fece tappa.
L'attività dei monaci benedettini era fondamentale per dare assistenza ai viandanti e ai pellegrini in transito, e al tempo stesso serviva per trasmettere cultura, poiché la comunità dei monaci trascriveva codici. Ai tempi infatti, la biblioteca della Novalesa era una fra le più ricche d'Europa (citata anche da Eco ne "Il nome della rosa"). Questi primi secoli di vita furono i più fiorenti per l'abbazia. Purtroppo intorno all'anno Mille la Novalesa venne gravemente saccheggiata dai Saraceni, che la misero a ferro e fuoco. I monaci fuggirono per salvarsi, e anche se successivamente vi fecero ritorno, l'abbazia nei secoli successivi non tornò più agli antichi splendori.
A metà dell'Ottocento la legge Siccardi abolì tutti i monasteri: da allora e per oltre un secolo l'edificio dell'abbazia divenne prima un albergo, poi la dependance estiva di un collegio torinese.
Nel 1972 la Provincia di Torino acquistò il complesso, lo restaurò e lo affidò a una nuova comunità di monaci benedettini provenienti dal Veneto. Da allora rivivono le atmosfere di spiritualità e lavoro tipiche dei monaci. Oggi nell'abbazia ha sede un importante centro di restauro di libri antichi, e negli ultimi anni è stato allestito anche un museo archeologico.
Il complesso dell'abbazia è composto dalla chiesa principale, un chiostro e altri locali collegati, e da quattro piccole e semplici cappelle nei terreni circostanti. Uno degli aspetti che sorprendono di più i visitatori (sì, perché il posto si può visitare: ci sono anche visite guidate che sono quelle che consiglio) è il ciclo di affreschi che si trovano ormai soltanto nella cappella di Sant'Eldrado. Sono stati fatti circa mille anni fa, ma sono ancora oggi in buonissimo stato di conservazione, e dotati di una brillantezza di colori incredibile, data la loro età.
Io conservo un particolare ricordo infantile legato a un'altra cappella, quella di San Salvatore, più spoglia e spartana, perché quando ero piccola, durante l'estate andavo spesso lì coi miei alla messa della domenica pomeriggio: era forse l'unico posto che avevo visto (fino ad allora) dove usavano l'incenso durante la liturgia, e visto che l'ambiente era molto piccolo, l'odore pervadeva intensamente tutto lo spazio.
Da allora, e ancora oggi, io associo sempre il profumo dell'incenso all'immagine di quella cappella medievale, dagli spogli e spessi muri di pietra.
L'abbazia venne fondata nel 726, in una posizione strategica, su una delle rotte principali dei pellegrini che dalla Francia e dall'Inghilterra si recavano in Italia. Questa data fa rientrare la Novalesa fra i monasteri più antichi d'Europa. Anche l'imperatore Carlo Magno vi passò e vi fece tappa.
L'attività dei monaci benedettini era fondamentale per dare assistenza ai viandanti e ai pellegrini in transito, e al tempo stesso serviva per trasmettere cultura, poiché la comunità dei monaci trascriveva codici. Ai tempi infatti, la biblioteca della Novalesa era una fra le più ricche d'Europa (citata anche da Eco ne "Il nome della rosa"). Questi primi secoli di vita furono i più fiorenti per l'abbazia. Purtroppo intorno all'anno Mille la Novalesa venne gravemente saccheggiata dai Saraceni, che la misero a ferro e fuoco. I monaci fuggirono per salvarsi, e anche se successivamente vi fecero ritorno, l'abbazia nei secoli successivi non tornò più agli antichi splendori.
A metà dell'Ottocento la legge Siccardi abolì tutti i monasteri: da allora e per oltre un secolo l'edificio dell'abbazia divenne prima un albergo, poi la dependance estiva di un collegio torinese.
Nel 1972 la Provincia di Torino acquistò il complesso, lo restaurò e lo affidò a una nuova comunità di monaci benedettini provenienti dal Veneto. Da allora rivivono le atmosfere di spiritualità e lavoro tipiche dei monaci. Oggi nell'abbazia ha sede un importante centro di restauro di libri antichi, e negli ultimi anni è stato allestito anche un museo archeologico.
Il complesso dell'abbazia è composto dalla chiesa principale, un chiostro e altri locali collegati, e da quattro piccole e semplici cappelle nei terreni circostanti. Uno degli aspetti che sorprendono di più i visitatori (sì, perché il posto si può visitare: ci sono anche visite guidate che sono quelle che consiglio) è il ciclo di affreschi che si trovano ormai soltanto nella cappella di Sant'Eldrado. Sono stati fatti circa mille anni fa, ma sono ancora oggi in buonissimo stato di conservazione, e dotati di una brillantezza di colori incredibile, data la loro età.
Io conservo un particolare ricordo infantile legato a un'altra cappella, quella di San Salvatore, più spoglia e spartana, perché quando ero piccola, durante l'estate andavo spesso lì coi miei alla messa della domenica pomeriggio: era forse l'unico posto che avevo visto (fino ad allora) dove usavano l'incenso durante la liturgia, e visto che l'ambiente era molto piccolo, l'odore pervadeva intensamente tutto lo spazio.
Da allora, e ancora oggi, io associo sempre il profumo dell'incenso all'immagine di quella cappella medievale, dagli spogli e spessi muri di pietra.
venerdì 11 marzo 2016
meme libri 2015
Ogni anno si fa più grande il ritardo con cui arrivo a postare questo breve riepilogo delle mie letture nell'anno precedente. E per fortuna esiste Goodreads, altrimenti sarei persa...
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
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giovedì 10 marzo 2016
la santa degli zingari
C'è una cittadina della Camargue nella quale si respira un'atmosfera decisamente particolare, molto poco francese e invece tanto andalusa.
Si tratta di Saintes-Maries-de-la-Mer, dove ci si imbatte, invece che in lavanda e saponette, in trofei di teste di toro appese nei bar e pittoreschi stivaloni in cuoio esposti sulle bancarelle del mercato.
Il paese prende il nome dalla tradizione secondo cui Maria Jacoba, cugina della Madonna, e Maria Salomé giunsero su un'imbarcazione senza vela né timone (insieme ad altri personaggi illustri in fuga dalla Palestina, fra cui san Lazzaro, la Maria Maddalena, Santa Marta e San Giacomo) su una spiaggia nelle vicinanze.
Le due Marie in questione erano accompagnate dalla loro serva Sara, di pelle scura, e restarono a vivere nei pressi del luogo del loro sbarco. Da qui partì l'evangelizzazione della Gallia. Come potete notare, "Il codice da Vinci" riprende una leggenda ben nota: Dan Brown non ha inventato nulla di originale.
Il villaggio è conosciuto soprattutto per il pellegrinaggio degli zingari (les Gitans), che accorrono ogni anno da tutta Europa in occasione della festa di Santa Sara, la Santa degli zingari, che per l'appunto è la loro patrona.
I festeggiamenti si svolgono il 24 e il 25 maggio: durante il primo giorno la statua di Sara, coperta di gioielli e vestiti colorati, viene trasportata sin sulla spiaggia nel corso di una processione, per benedire le onde che la portarono sin lì. Gli zingari portano a spalle la loro santa e sono accompagnati dai Gardians camarguesi a cavallo. Il giorno successivo una seconda processione è invece dedicata alle due sante Marie, e termina sempre sulla spiaggia.
Le reliquie delle due Marie e di Sara sono conservate nell'Eglise des Saintes Maries, che si individua senza difficoltà perché la sua torre svetta massicciamente sui tetti rossi della cittadina. Anzi, la si vede già da distante, avvicinandosi al paese.
L'edificio è in pietra, in uno stile romanico senza fronzoli, tanto che più che una chiesa sembra quasi una fortezza (e in effetti è probabile che rivestì anche questo ruolo, perché quando venne costruita - intorno al IX secolo - i pirati saraceni imperversavano in queste zone, ed è quindi altamente probabile che la popolazione cercasse riparo nella chiesa durante le incursioni).
Il suo interno è sorprendente: totalmente in pietra, nudo e quasi grezzo, senza decorazioni, quasi una specie di cantina dalla volta altissima, dove forse in diversi punti le pietre avrebbero bisogno di qualche restauro. Quando ci ho messo piede ho immediatamente pensato che sarebbe stato un set perfetto per qualche scena di Pirati dei Caraibi...
Sotto l'altare è ben visibile una piccola scalinata, che porta alla piccola cripta sottostante. La cripta toglie davvero il respiro, in senso letterale: tanto è ampio e freddo l'interno di pietra della chiesa, tanto è ristretto, caldissimo e dalla volta bassa l'ambiente della cripta, pieno zeppo di candele accese e di persone che si recano a rendere omaggio alla santa.
Arrivando da fuori, per un attimo si fa davvero fatica ad abituarsi al caldo, poi tutto sommato si riesce a resistere il tempo di curiosare e fare qualche fotografia. Ciò che sorprende è la statua di Sara, letteralmente imbacuccata sotto strati e strati di vestiti coloratissimi, uno sull'altro, talmente spessi da nascondere la figura della statua stessa.
Noi abbiamo visitato la chiesa al principio di giugno, pochissimi giorni dopo lo svolgersi del pellegrinaggio degli zingari, e quindi nella cripta erano ancora freschi e ben presenti i ricordi della festa. Può darsi che in altri periodi dell'anno la statua sia meno ricca di decorazioni. In giro ci sono moltissimi ex-voto, fotografie e oggetti di chiara impronta gitana, lampade accese e violini appesi.
Risalendo gli scalini che portano alla navata superiore, si ritorna all'aria fresca e respirabile, e per un attimo si viene colpiti da una sensazione di quasi freddo, tanto dev'essere notevole l'escursione termica fra i due ambienti.
giovedì 25 febbraio 2016
il manneken pis
Di solito i simboli delle grandi capitali sono grandi monumenti, come la Tour Eiffel per Parigi e il Colosseo per Roma, ma nel caso di Bruxelles l'icona della città è rappresentata da una piccola statua.
Il Manneken Pis è una statuina in bronzo raffigurante un bambino che fa la pipì, collocata all'angolo fra due vie nel centro della città.
Non è ben chiaro come mai questa statua sia diventata il simbolo di Bruxelles, ma pare che i suoi abitanti la amino tantissimo.
Addirittura dal XVIII secolo (eh sì, perché la statuina attuale risale almeno al principio del 1600) hanno creato per il bimbetto desnudo i più svariati costumi (sono oltre 800), che ogni tanto gli vengono fatti indossare, in occasione di determinate ricorrenze, e che vengono esposti nel museo di storia cittadina.
Per i turisti è un must andare a vederlo, e fotografarlo, ma ci si accorge presto che questo bimbetto è davvero un prezzemolino.
A Bruxelles lo si trova in ogni dove, declinato in ogni forma possibile ed immaginabile di souvenir kitsch, cartoline, magliette, portachiavi, fantoccio all'entrata dei negozi e dei locali, sui manifesti pubblicitari e così via.
Fra i souvenir mi ricordo gli infiniti cavatappi a soggetto, e dato che sono una signora non mi dilungherò nello spiegarvi dove era collocata la vite per cavare il tappo...
Insomma, io non so voi, ma per quanto mi riguarda, superate le 24 ore di esposizione a questo tipo di souvenir io avevo finito per sviluppare quasi una sorta di insofferenza, perché questo bimbetto pisciarolo ti perseguita veramente dappertutto!
Eppure gli abitanti di Bruxelles devono pensarla diversamente perché esistono, sempre in zona centro, altre due statuine - molto più recenti - raffiguranti una bambina acciucciata per fare pipì, e un cagnolino che fa la pipì per strada.
Le predilezioni dei belgi danno da pensare :-)
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mercoledì 24 febbraio 2016
una giornata petalosa
Quest'oggi i social italiani sono stati letteralmente invasi dalla petalosità di una nuova parola.
Quando ho acceso il computer verso le 8:30 ho casualmente notato che un'amica aveva messo il "mi piace" su Facebook a un post fotografico, che commentava un quadro e faceva uso di questa parola. L'ho notato, ma non ci ho fatto caso più di tanto. Ma quando dopo mezzora sono incappata in un altro post, di tutt'altra tipologia, e stavolta corredato da fotografie della lettera, ho capito che non ce ne saremmo più liberati, almeno per un po'. E sono stata al gioco.
La storia è presto raccontata, così come ce l'hanno proposta. Qualche settimana fa, un alunno di una scuola elementare in provincia di Ferrara, durante un compito ha scritto di un fiore che era "petaloso". La maestra gliel'ha giustamente indicato come errore, perché la parola non esiste, ma gli ha detto che comunque si trattava di un "errore bello", e ha suggerito al bambino di inviare la segnalazione all'Accademia della Crusca.
Pare che il bambino l'abbia fatto, e che l'Accademia gli abbia risposto, evidenziando come la parola sia in potenziale ben formata, ma che, affinché possa essere inserita in un dizionario, debba entrare in circolo ed essere usata dalle persone.
La storia è arrivata a un pubblico più ampio e oggi - apriti cielo! - credo che "petaloso" sia stata la parola più utilizzata sui social, postatissima su Facebook nonché su Twitter, dove già in mattinata l'hashtag corrispondente era già fra i più ricorrenti in Italia. Istituzioni ed enti fra i più insospettabili l'hanno usata.
E anche l'Accademia della Crusca ha monitorato l'hashtag, perlomeno su Twitter. Mi sono scompisciata dal ridere nel vedere il reply che hanno fatto al tweet della Ladurée chiedendo una cassa di macarons.
L'ironia oggi non gli è mancata.
Non sono mancate le voci di dissenso, o di chi era infastidito da tutto 'sto baillamme social.
Io l'ho trovata una cosa simpatica. La storia, per quanto sia vera oppure inventata, mi è parsa dolce e carina. Senza dubbio trovo più pregnante una parola nata in questa maniera, rispetto a tante inventate da giornalisti che decidono di usarle nei loro articoli (e che soltanto per il fatto di essere messe nero su bianco in quelle sedi vengono considerate degne di entrare in un vocabolario).
La storia è presto raccontata, così come ce l'hanno proposta. Qualche settimana fa, un alunno di una scuola elementare in provincia di Ferrara, durante un compito ha scritto di un fiore che era "petaloso". La maestra gliel'ha giustamente indicato come errore, perché la parola non esiste, ma gli ha detto che comunque si trattava di un "errore bello", e ha suggerito al bambino di inviare la segnalazione all'Accademia della Crusca.
Pare che il bambino l'abbia fatto, e che l'Accademia gli abbia risposto, evidenziando come la parola sia in potenziale ben formata, ma che, affinché possa essere inserita in un dizionario, debba entrare in circolo ed essere usata dalle persone.
La storia è arrivata a un pubblico più ampio e oggi - apriti cielo! - credo che "petaloso" sia stata la parola più utilizzata sui social, postatissima su Facebook nonché su Twitter, dove già in mattinata l'hashtag corrispondente era già fra i più ricorrenti in Italia. Istituzioni ed enti fra i più insospettabili l'hanno usata.
E anche l'Accademia della Crusca ha monitorato l'hashtag, perlomeno su Twitter. Mi sono scompisciata dal ridere nel vedere il reply che hanno fatto al tweet della Ladurée chiedendo una cassa di macarons.
L'ironia oggi non gli è mancata.
Non sono mancate le voci di dissenso, o di chi era infastidito da tutto 'sto baillamme social.
Io l'ho trovata una cosa simpatica. La storia, per quanto sia vera oppure inventata, mi è parsa dolce e carina. Senza dubbio trovo più pregnante una parola nata in questa maniera, rispetto a tante inventate da giornalisti che decidono di usarle nei loro articoli (e che soltanto per il fatto di essere messe nero su bianco in quelle sedi vengono considerate degne di entrare in un vocabolario).
lunedì 22 febbraio 2016
suffragette
Suffragette (2015)
Regia: Sarah Gavron
con Carey Mulligan, Helena Bonham-Carter, Meryl Streep.
Londra, 1912. Maud Watts è una giovane operaia in una lavanderia industriale nell'East End. La sua vita scorre fra le pesantezze quotidiane del lavoro, gli abusi del padrone e un'apparente tranquillità di povera quiete domestica, con un marito e un bambino.
Da tempo le donne appartenenti alla Women's Social and Political Union fondata da Emmeline Pankhurst cercavano di ottenere il diritto di voto per le donne, e migliori diritti, ma dopo oltre 50 anni di lotta pacifica niente era stato ottenuto. I politici non avevano mai considerato seriamente le loro richieste, e anzi avevano sempre considerato le suffragette come delle pazze instabili.
Per cui, dopo tanto tempo senza risultati, il movimento decide di passare alle maniere forti: boicottaggi del servizio postale e dei telegrafi, pietre contro esercizi commerciali, esplosioni in luoghi rappresentativi, ma dove si era sicure che non ci sarebbero state vittime.
Nella lavanderia, Maud viene in contatto con questo movimento tramite la collega Violet. All'inizio la causa delle "suffragette" non la tocca particolarmente, ma poi, quasi in modo fortuito, ne viene coinvolta e piano piano finisce per riconoscersi nelle loro giuste istanze. Presto diviene una militante convinta e decisa a vendicare i soprusi subiti in fabbrica e a riscattare una vita che la costringe subalterna agli uomini. Viene arrestata più volte, perde il lavoro e viene buttata fuori di casa dal marito, che le impedisce di vedere il bambino. Anzi, il marito dà in adozione il figlio ad una coppia borghese. Il tutto nella piena legalità del tempo, dato che il marito aveva piena proprietà dei figli e la madre non contava nulla.
Rimasta sola, Maud trova ragione e forza nella lotta politica, riuscendo finalmente con le sue compagne ad attirare l'attenzione del mondo, soprattutto dopo un gesto estremo (o sfortunato incidente) che vede protagonista una di loro, morta durante il Derby al quale partecipava anche re Giorgio V.
Nei titoli di coda di "Suffragette" scorrono le date in cui le donne conseguirono il diritto di voto, in vari paesi del mondo: la strada da fare è ancora lunga e non è terminata. In un paese apparentemente civile come la Svizzera le donne ottennero questo diritto soltanto nel 1971, praticamente l'altro ieri... In Arabia Saudita il diritto al voto (amministrativo) è stato concesso soltanto nel 2015, e a determinate condizioni.
Se mi avessero mostrato questo film quando andavo a scuola (perché sì, è un tipico film da mostrare anche agli studenti), l'avrei ritenuto un film storico, un resoconto di ciò che era stato, di vicende che erano state necessarie per arrivare alle conquiste odierne. Ma con un senso di "passato", sicura che ciò che era stato ottenuto era ormai scontato, e non si sarebbe più tornati indietro.
Invece oggi non ho più quella sicurezza, anzi ho spesso il timore che si stia tornando indietro in molti ambiti relativi ai diritti delle persone, tra cui anche quelli delle donne. I nostri diritti non sono stati ottenuti una volta e per sempre, ma sono costantemente da difendere giorno per giorno. Ci sono attacchi che provengono dall'ignoranza, dalla paura, dalla grettezza e dal menefreghismo, da credenze religiose ritenute dogmi e da culture diverse ed estranee che pretendono di imporsi.
P.S. Il film è stato presentato in anteprima in Italia nella serata inaugurale del 33° Torino Film Festival, il 20 novembre 2015, mentre la sua uscita nelle sale è prevista per il 3 marzo 2016.
Nell'immagine sopra ho riportato entrambe le locandine, quella originale e quella riadattata ad uso e consumo italiano: chissà perché l'immagine originale non poteva andare bene per il nostro paese?
Regia: Sarah Gavron
con Carey Mulligan, Helena Bonham-Carter, Meryl Streep.
Londra, 1912. Maud Watts è una giovane operaia in una lavanderia industriale nell'East End. La sua vita scorre fra le pesantezze quotidiane del lavoro, gli abusi del padrone e un'apparente tranquillità di povera quiete domestica, con un marito e un bambino.
Da tempo le donne appartenenti alla Women's Social and Political Union fondata da Emmeline Pankhurst cercavano di ottenere il diritto di voto per le donne, e migliori diritti, ma dopo oltre 50 anni di lotta pacifica niente era stato ottenuto. I politici non avevano mai considerato seriamente le loro richieste, e anzi avevano sempre considerato le suffragette come delle pazze instabili.
Per cui, dopo tanto tempo senza risultati, il movimento decide di passare alle maniere forti: boicottaggi del servizio postale e dei telegrafi, pietre contro esercizi commerciali, esplosioni in luoghi rappresentativi, ma dove si era sicure che non ci sarebbero state vittime.
Nella lavanderia, Maud viene in contatto con questo movimento tramite la collega Violet. All'inizio la causa delle "suffragette" non la tocca particolarmente, ma poi, quasi in modo fortuito, ne viene coinvolta e piano piano finisce per riconoscersi nelle loro giuste istanze. Presto diviene una militante convinta e decisa a vendicare i soprusi subiti in fabbrica e a riscattare una vita che la costringe subalterna agli uomini. Viene arrestata più volte, perde il lavoro e viene buttata fuori di casa dal marito, che le impedisce di vedere il bambino. Anzi, il marito dà in adozione il figlio ad una coppia borghese. Il tutto nella piena legalità del tempo, dato che il marito aveva piena proprietà dei figli e la madre non contava nulla.
Rimasta sola, Maud trova ragione e forza nella lotta politica, riuscendo finalmente con le sue compagne ad attirare l'attenzione del mondo, soprattutto dopo un gesto estremo (o sfortunato incidente) che vede protagonista una di loro, morta durante il Derby al quale partecipava anche re Giorgio V.
Emmeline Pankhurst: We do not want to be lawbreakers, we want to be lawmakers.Le donne inglesi ottennero finalmente il diritto di voto (almeno per quelle sposate, con più di 30 anni) nel 1918. Nel 1925 si ebbero finalmente i primi riconoscimenti dei diritti delle madri sui loro figli; infine nel 1928 tutte le inglesi poterono finalmente votare, senza più distinzioni di censo ed età.
Maud Watts: I’m worth no more, no less than you. We will win.
Maud Watts: What are you gonna do? Lock us all up? We’re in every home, we’re half the human race, you can’t stop us all.
If it's right for men to fight for their freedom, then it's right for women to fight for theirs.
Nei titoli di coda di "Suffragette" scorrono le date in cui le donne conseguirono il diritto di voto, in vari paesi del mondo: la strada da fare è ancora lunga e non è terminata. In un paese apparentemente civile come la Svizzera le donne ottennero questo diritto soltanto nel 1971, praticamente l'altro ieri... In Arabia Saudita il diritto al voto (amministrativo) è stato concesso soltanto nel 2015, e a determinate condizioni.
Se mi avessero mostrato questo film quando andavo a scuola (perché sì, è un tipico film da mostrare anche agli studenti), l'avrei ritenuto un film storico, un resoconto di ciò che era stato, di vicende che erano state necessarie per arrivare alle conquiste odierne. Ma con un senso di "passato", sicura che ciò che era stato ottenuto era ormai scontato, e non si sarebbe più tornati indietro.
Invece oggi non ho più quella sicurezza, anzi ho spesso il timore che si stia tornando indietro in molti ambiti relativi ai diritti delle persone, tra cui anche quelli delle donne. I nostri diritti non sono stati ottenuti una volta e per sempre, ma sono costantemente da difendere giorno per giorno. Ci sono attacchi che provengono dall'ignoranza, dalla paura, dalla grettezza e dal menefreghismo, da credenze religiose ritenute dogmi e da culture diverse ed estranee che pretendono di imporsi.
P.S. Il film è stato presentato in anteprima in Italia nella serata inaugurale del 33° Torino Film Festival, il 20 novembre 2015, mentre la sua uscita nelle sale è prevista per il 3 marzo 2016.
Nell'immagine sopra ho riportato entrambe le locandine, quella originale e quella riadattata ad uso e consumo italiano: chissà perché l'immagine originale non poteva andare bene per il nostro paese?
domenica 24 gennaio 2016
il métro parigino
Clive Lamming, Métro insolite, Parigramme
Libro molto interessante, pieno di curiosità sul métro parigino. Pur da semplice turista, con ormai diversi viaggi a Parigi all'attivo, son riuscita ad apprezzare in pieno il ricco volumetto.
Ci ho ritrovato approfondimenti su aspetti che avevano colpito la mia attenzione (come le stazioni "artistiche", prime fra tutte Louvre e Arts et Métiers), ma anche informazioni storiche e su figure che non sapevo fossero esistite in passato (come ad esempio i punctionnieurs, gli omini o le signorine che ti vidimavano il biglietto prima di farti accedere alla banchina).
Grazie alle numerose fotografie, anche d'epoca, sono riuscita a farmi un'idea di come doveva essere la rete del metrò un secolo fa.
Poi avevo anche una curiosità personale, perché mio nonno aveva vissuto un paio d'anni a Parigi, da giovane, negli anni Venti, e avevo un vago ricordo, di quando ero piccola, di lui che raccontava di aver lavorato come operaio nella costruzione di ponti o simili, in un'attività che era stata ben retribuita anche perché piuttosto pericolosa, da svolgersi in cassoni sott'acqua.
Purtroppo adesso che avrei avuto piacere di approfondire con lui tanti racconti della sua vita, non posso farlo, perché mio nonno non c'è più da tempo... Ma nel libro penso di aver individuato la linea ai cui lavori può aver partecipato anche lui, perché anche se i tunnel di collegamento del metrò fra la rive gauche e la rive droite erano stati già quasi tutti realizzati nei primi due decenni del Novecento, nella seconda metà degli anni Venti ne hanno costruito ancora uno, e credo proprio che sia quello a cui mio nonno ha lavorato, poiché gli scarsi ricordi che ho dei suoi racconti combaciano con quanto ho letto.
Sono rimasta davvero sorpresa nel constatare quanto (poco) tempo abbiano impiegato, fra 1898 e 1900, a costruire la prima linea e le varie diramazioni del metrò, che già da subito avevano progettato. Naturalmente i parigini di inizio secolo non disponevano delle "talpe" meccaniche odierne (usate per la realizzazione dei tunnel), ma facevano ancora largo uso di "braccia".
Mi viene da piangere quando penso ai progressi da lumaca dell'unica linea di metro della mia città, Torino. Da 10 anni che è attiva siamo sempre fermi ai soliti 13 km, e tutta la fuffa giornalistica che parla di prosecuzioni della linea, da entrambi i lati, oppure della progettazione della fantomatica linea numero 2, mi sembrano sempre fantascienza.
In 15-20 anni i parigini di inizio secolo scorso si erano costruiti praticamente tutto il reseau cittadino (certo non quello attuale con oltre 200 km di tracciati, ma vedendo le vecchie mappe e andando a spanne direi almeno un buon 50% di quello che poi sarebbe diventato).
Perché qui nella Torino post 2000 sembra impossibile quello che facevano addirittura all'epoca dei nostri bisnonni? E che altrove fanno tranquillamente - ad esempio ogni volta che vado a Milano noto che hanno cambiato il nome dei capolinea, perché nel frattempo hanno esteso il tracciato di una o due stazioni. Perché qui a Torino non si può o non si riesce a fare? Suppongo che l'amministrazione comunale abbia le sue buone colpe.
Libro molto interessante, pieno di curiosità sul métro parigino. Pur da semplice turista, con ormai diversi viaggi a Parigi all'attivo, son riuscita ad apprezzare in pieno il ricco volumetto.
Ci ho ritrovato approfondimenti su aspetti che avevano colpito la mia attenzione (come le stazioni "artistiche", prime fra tutte Louvre e Arts et Métiers), ma anche informazioni storiche e su figure che non sapevo fossero esistite in passato (come ad esempio i punctionnieurs, gli omini o le signorine che ti vidimavano il biglietto prima di farti accedere alla banchina).
Grazie alle numerose fotografie, anche d'epoca, sono riuscita a farmi un'idea di come doveva essere la rete del metrò un secolo fa.
Poi avevo anche una curiosità personale, perché mio nonno aveva vissuto un paio d'anni a Parigi, da giovane, negli anni Venti, e avevo un vago ricordo, di quando ero piccola, di lui che raccontava di aver lavorato come operaio nella costruzione di ponti o simili, in un'attività che era stata ben retribuita anche perché piuttosto pericolosa, da svolgersi in cassoni sott'acqua.
Purtroppo adesso che avrei avuto piacere di approfondire con lui tanti racconti della sua vita, non posso farlo, perché mio nonno non c'è più da tempo... Ma nel libro penso di aver individuato la linea ai cui lavori può aver partecipato anche lui, perché anche se i tunnel di collegamento del metrò fra la rive gauche e la rive droite erano stati già quasi tutti realizzati nei primi due decenni del Novecento, nella seconda metà degli anni Venti ne hanno costruito ancora uno, e credo proprio che sia quello a cui mio nonno ha lavorato, poiché gli scarsi ricordi che ho dei suoi racconti combaciano con quanto ho letto.
Sono rimasta davvero sorpresa nel constatare quanto (poco) tempo abbiano impiegato, fra 1898 e 1900, a costruire la prima linea e le varie diramazioni del metrò, che già da subito avevano progettato. Naturalmente i parigini di inizio secolo non disponevano delle "talpe" meccaniche odierne (usate per la realizzazione dei tunnel), ma facevano ancora largo uso di "braccia".
Mi viene da piangere quando penso ai progressi da lumaca dell'unica linea di metro della mia città, Torino. Da 10 anni che è attiva siamo sempre fermi ai soliti 13 km, e tutta la fuffa giornalistica che parla di prosecuzioni della linea, da entrambi i lati, oppure della progettazione della fantomatica linea numero 2, mi sembrano sempre fantascienza.
In 15-20 anni i parigini di inizio secolo scorso si erano costruiti praticamente tutto il reseau cittadino (certo non quello attuale con oltre 200 km di tracciati, ma vedendo le vecchie mappe e andando a spanne direi almeno un buon 50% di quello che poi sarebbe diventato).
Perché qui nella Torino post 2000 sembra impossibile quello che facevano addirittura all'epoca dei nostri bisnonni? E che altrove fanno tranquillamente - ad esempio ogni volta che vado a Milano noto che hanno cambiato il nome dei capolinea, perché nel frattempo hanno esteso il tracciato di una o due stazioni. Perché qui a Torino non si può o non si riesce a fare? Suppongo che l'amministrazione comunale abbia le sue buone colpe.
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| Rete del métro di Parigi nel 1918, dopo appena vent'anni dall'inizio dei lavori |
lunedì 11 gennaio 2016
david bowie
Tra le mille condivisioni e testimonianze comparse stamattina sui social, in seguito alla scomparsa di David Bowie, vorrei riportare qui quella di una mia amica facebookiana, che mi ha colpito e mi è sembrata particolarmente bella.
Le parole seguenti non sono mie, ma di Marina.
Ognuno di noi è cresciuto in un giardino musicale in cui fiorivano rose, ciclamini, ortensie e a volte, molte volte, anche erbacce.
Ognuno ha annusato con più piacere questo o quel fiore. Magari per un po' ha trovato insostituibile pure l'erbaccia.
Questa mattina ci siamo svegliati e le rose non c'erano più.
E anche chi non amava particolarmente le rose, la mancanza la sente, la vede, la odora.
E ogni volta che un fiore sparisce dal giardino è sempre una sofferenza. Anche perché in quel vuoto, forse, non ci pianteremo niente altro.
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venerdì 8 gennaio 2016
madame royale
Susan Nagel, Marie-Therèse, child of Terror: the fate of Marie Antoinette's daughter
Cosa ne fu dei figli di Maria Antonietta e Luigi XVI?
Ciò che sapevo è che la figlia maggiore - Madame Royale - era sopravvissuta, ma non avevo approfondito che cosa che le fosse successo dopo gli anni di prigionia al Temple.
In questo libro l'autrice lo racconta, cominciando da "molto prima". Quasi tutta la prima metà del libro è dedicata a Maria Antonietta e Luigi XVI, a partire dall'epoca del loro matrimonio, passando attraverso i loro anni di regno e arrivando al 1789, al rapido crollo dell'Ancien Regime, all'imprigionamento di tutta la famiglia reale, e alle esecuzioni dei due sovrani nel 1793. Sin qui la vicenda che sommariamente conoscevo.
La storia di Marie-Therese-Charlotte viene raccontata da lì in poi, da quando viene rilasciata dal Temple dopo oltre tre anni di prigionia. Comincia così la peregrinazione per l'Europa, prima in Austria presso la corte degli Asburgo, famiglia della madre, poi a seguito dello zio Luigi XVIII, re in esilio, sposata al duca d'Angouleme, suo cugino.
L'autrice ci presenta la figura di Marie-Therese mettendone in luce sempre e soltanto qualità positive, quasi come se fosse una specie di panegirico, sottolineandone la personalità forte ma tragica, pronta a sacrificare la propria felicità personale per il bene della Francia, e la fede che la sostenne sempre.
Ne esce un ritratto molto vivido. La sua scelta deliberata di chi sposare (il cugino Borbone, figlio dello zio paterno, invece di Karl d'Asburgo, cugino per parte materna) di sicuro influenzò la mappa politica dell'Europa ottocentesca. Pare che lo stesso Napoleone fosse ammirato dalla sua figura e l'avesse definita "l'unico uomo della sua famiglia".
Cosa ne fu dei figli di Maria Antonietta e Luigi XVI?
Ciò che sapevo è che la figlia maggiore - Madame Royale - era sopravvissuta, ma non avevo approfondito che cosa che le fosse successo dopo gli anni di prigionia al Temple.
In questo libro l'autrice lo racconta, cominciando da "molto prima". Quasi tutta la prima metà del libro è dedicata a Maria Antonietta e Luigi XVI, a partire dall'epoca del loro matrimonio, passando attraverso i loro anni di regno e arrivando al 1789, al rapido crollo dell'Ancien Regime, all'imprigionamento di tutta la famiglia reale, e alle esecuzioni dei due sovrani nel 1793. Sin qui la vicenda che sommariamente conoscevo.
La storia di Marie-Therese-Charlotte viene raccontata da lì in poi, da quando viene rilasciata dal Temple dopo oltre tre anni di prigionia. Comincia così la peregrinazione per l'Europa, prima in Austria presso la corte degli Asburgo, famiglia della madre, poi a seguito dello zio Luigi XVIII, re in esilio, sposata al duca d'Angouleme, suo cugino.
L'autrice ci presenta la figura di Marie-Therese mettendone in luce sempre e soltanto qualità positive, quasi come se fosse una specie di panegirico, sottolineandone la personalità forte ma tragica, pronta a sacrificare la propria felicità personale per il bene della Francia, e la fede che la sostenne sempre.
Ne esce un ritratto molto vivido. La sua scelta deliberata di chi sposare (il cugino Borbone, figlio dello zio paterno, invece di Karl d'Asburgo, cugino per parte materna) di sicuro influenzò la mappa politica dell'Europa ottocentesca. Pare che lo stesso Napoleone fosse ammirato dalla sua figura e l'avesse definita "l'unico uomo della sua famiglia".
giovedì 7 gennaio 2016
il museo delle navi vichinghe
Già diversi anni prima della serie televisiva Vikings, nutrivo un interesse latente verso la cultura vichinga. Avevo letto di queste popolazioni sia nei libri di storia, sia in romanzi più o meno verosimili. Il mito di questo popolo nordico, dedito alle esplorazioni e alle razzie, era condensato in un'immagine molto precisa e inconfondibile: il drakkar, la tipica imbarcazione, con la sagoma di un animale ringhiante a prua e un ricciolo circolare scolpito a poppa.
A Oslo esiste un museo dedicato proprio alle navi vichinghe: il Vikingshiphuset.
Il museo non è molto grande, ospita soltanto tre imbarcazioni, quasi complete, e pochi altri oggetti che in tutto non occupano più di una saletta al fondo dell'edificio. Ciò nonostante è piuttosto affascinante, e vi consiglio di farci un salto se vi trovate nella capitale norvegese. Si trova su una penisola che si prolunga nella baia davanti al porto di Oslo, e se volete potete prendere il traghetto per arrivarci, come abbiamo fatto noi.
Le navi furono trovate nella seconda metà dell'Ottocento e al principio del Novecento nella regione del fiordo di Oslo, durante degli scavi archeologici. Si trattava di imbarcazioni che probabilmente non erano mai state usate per navigare, bensì come sepolture di personaggi importanti, di rango molto elevato. Un po' come avveniva in altre culture, anche in questo caso il defunto era stato seppellito con gioielli, arredi, cibo, sculture con intagli elaborati, insomma tutta una serie di oggetti che gli sarebbero potuti tornar utili nell'aldilà. Dato che per i vichinghi questa non era un'usanza comune, si è supposto che i personaggi in questione fossero di nobile rango.
Le imbarcazioni risalivano all'incirca al IX secolo, e si erano conservate in buone condizioni per vari secoli perché erano sepolte in un terreno argilloso (argilla blu), che le aveva preservate.
L'Oseberg è la più bella, quella che colpisce di più appena si entra, aggraziata ed elegante con sculture e festoni scolpiti, lunga 22 metri.
La Gokstad, poco più lunga, è più massiccia e più adatta alla navigazione.
La terza nave, la Tune, è leggermente più piccola, e rispetto alle altre due delude un po' perché non è stata restaurata.
Fra gli oggetti recuperati con le navi, ed esposti nel museo, ci sono un carretto in legno scolpito, delle slitte e un insieme di teste di animali, sempre intagliate finemente nel legno (per capirci, del tipo di quelle che ci immaginiamo potrebbero stare in cima alla prua di un drakkar, anche se quelle nel museo sono più piccole). Ci sono poi altre suppellettili in ferro e mobilia in legno.
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| Foto d'epoca: il trasporto della nave vichinga ritrovata (1904 circa) |
Sino ad allora, infatti, gli unici riferimenti di cui si disponeva erano letterari, oppure legati ad alcune raffigurazioni, ma non si aveva alcuna informazione concreta sulle tecniche costruttive vere e proprie.
La scoperta delle tre navi ha permesso finalmente di avere degli esempi reali di imbarcazioni dell'epoca.
mercoledì 30 dicembre 2015
the shadows
J.R. Ward, The shadows
Mah, gli do tre stelline su cinque, su Goodreads. Potevano anche essere due, quelle da attribuire come voto... però nonostante tutto il libro l'ho letto in soli tre giorni, e questo se non mi fosse proprio piaciuto non sarebbe successo.
Ad ogni modo il giudizio su questo nuovo capitolo non è entusiastico. Le Ombre non mi interessavano prima, e non l'hanno fatto neanche stavolta. La storia fra Trez e Selena è stata una simil "Love Story" lacrimosa che mi sarei volentieri risparmiata (e ho salticchiato qua e là durante la lettura dei loro capitoli, confesso!). Rhage l'ho trovato ancora più intollerabile (e difatti le sue parti le ho salticchiate ancora di più). Stavolta anche Layla e Xcor mi hanno stufata.
L'unica cosa un po' interessante sono stati iAm e la sua Maichen (anche se pure nel loro caso la sensazione di carrambata imminente ha permeato l'atmosfera sin dall'inizio). Com'è che diversi libri fa la s'Hisbe veniva dipinta come un regno comandato col pugno di ferro da una regina onnipotente, e adesso in quattro e quattr'otto viene fatto sembrare il villaggio degli oroscopi (taroccati!), dove in dieci minuti il capo delle guardie fa fuori la regina cattiva per far prendere il potere alla principessa buona? Tra parentesi s'Ex è stato uno dei personaggi che ho trovato più accattivanti, stavolta.
Insomma, la Ward crea sempre grandi aspettative e finisce per risolvere tutto a tarallucci e vino.
Una nota per la traduzione italiana: a differenza del passato (vabbé che in italiano avevo letto soltanto "The king", mentre gli altri titoli me li ero puppati tutti in originale), stavolta l'ho trovata molto dissonante, non all'altezza.
Mah, gli do tre stelline su cinque, su Goodreads. Potevano anche essere due, quelle da attribuire come voto... però nonostante tutto il libro l'ho letto in soli tre giorni, e questo se non mi fosse proprio piaciuto non sarebbe successo.
Ad ogni modo il giudizio su questo nuovo capitolo non è entusiastico. Le Ombre non mi interessavano prima, e non l'hanno fatto neanche stavolta. La storia fra Trez e Selena è stata una simil "Love Story" lacrimosa che mi sarei volentieri risparmiata (e ho salticchiato qua e là durante la lettura dei loro capitoli, confesso!). Rhage l'ho trovato ancora più intollerabile (e difatti le sue parti le ho salticchiate ancora di più). Stavolta anche Layla e Xcor mi hanno stufata.
L'unica cosa un po' interessante sono stati iAm e la sua Maichen (anche se pure nel loro caso la sensazione di carrambata imminente ha permeato l'atmosfera sin dall'inizio). Com'è che diversi libri fa la s'Hisbe veniva dipinta come un regno comandato col pugno di ferro da una regina onnipotente, e adesso in quattro e quattr'otto viene fatto sembrare il villaggio degli oroscopi (taroccati!), dove in dieci minuti il capo delle guardie fa fuori la regina cattiva per far prendere il potere alla principessa buona? Tra parentesi s'Ex è stato uno dei personaggi che ho trovato più accattivanti, stavolta.
Insomma, la Ward crea sempre grandi aspettative e finisce per risolvere tutto a tarallucci e vino.
Una nota per la traduzione italiana: a differenza del passato (vabbé che in italiano avevo letto soltanto "The king", mentre gli altri titoli me li ero puppati tutti in originale), stavolta l'ho trovata molto dissonante, non all'altezza.
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