sabato 28 luglio 2012

i giochi sono aperti

La cerimonia d'apertura dei XXX Giochi Olimpici, costata 27 milioni di sterline - "Isole della meraviglia" - si apre con il countdown della campana più grande d'Europa. Lo stadio olimpico prende la forma della bucolica campagna inglese, con la verde collina sacra del tor, che più tardi nella serata ospiterà le bandiere dei vari paesi partecipanti. Quindi si passa alla rivoluzione industriale, con Kenneth Branagh nei panni di ingegnere vittoriano, che legge un brano da "La tempesta", con le musiche degli Underworld, per ricordare il ruolo del paese nella trasformazione epocale del XIX secolo.

E poi i minuti più sorprendenti di tutta la cerimonia: la regina Elisabetta in persona. A scortarla, con un trucco cinematografico, Daniel Craig nei panni di 007: in un filmato l'agente accompagna la (vera) regina su un elicottero, fino al lancio in paracadute di due (ovviamente) controfigure. Ed ecco giungere la (vera) regina in tribuna, col principe Filippo, ascoltare God save the Queen cantata da bambini in pigiama. Poi, con la stessa J.K.Rowling a leggere un brano, i protagonisti diventano i personaggi della letteratura inglese per l'infanzia, da Peter Pan a Harry Potter, mentre viene esaltato il ruolo dell'NHS, il servizio sanitario nazionale, nel secondo dopoguerra. Poi esibizione della London Symphony Orchestra (Chariots of fire di Vangelis) con l'intermezzo scherzoso di Mr.Bean. Chiusura, prima della lunga sfilata delle delegazioni nazionali degli atleti, con la fiction ambientata ai tempi moderni.









(foto: LaStampa.it e Repubblica.it)

mercoledì 25 luglio 2012

bretagna al burro

Nei vari bed&breakfast bretoni in cui sono stata durante la vacanza di inizio luglio, a colazione ho potuto spesso gustare i dolci tipici del posto, a volte fatti dalla proprietaria del b&b. Flan breton (con le prugne), gateau breton o kouignamann: dolci diversi con leggere variazioni fra loro, ma dove il burro la fa da padrone. Ovunque. Innegabilmente.

Mi chiedo quali siano i livelli di intasamento delle arterie dei francesi :-) Credetemi, non esagero: nelle innumerevoli biscotterie presenti nelle strade, era sufficiente passare davanti alla soglia aperta per essere investiti da un effluvio olfattivo burroso, sufficiente a farti salire il colesterolo sia quello buono sia quello cattivo. E lo dico nonostante, da piemontese, non sia del tutto estranea all'utilizzo del burro in cucina ;) ma i francesi vanno davvero oltre.

E se per caso doveste passare per Pont-Aven, sappiate che praticamente in ogni biscotteria ci sono assaggi gratis dei vari tipi di biscotti e dei loro gusti :-) (e le biscotterie sono ben numerose, nonostante il paesello non sia molto grande - ma è stato il posto che mi ha maggiormente stupito per la quantità di degustazioni gratuite, altrove non erano poi così diffuse...)

In un b&b nei pressi di Locronan abbiamo chiesto alla signora se ci poteva scrivere la ricetta della buona (e massiccia) torta che stavamo mangiando per colazione in quel momento. Traduco quanto ci ha scritto.


Ricetta del Gateau Breton
350 gr. di farina
250 gr. di zucchero
250 gr. di burro
6 uova
lievito 3/4 del sacchetto (la signora ha specificato levure alsacienne, ma dovrebbe trattarsi del lievito normale)

Disporre la farina a fontana, aggiungervi al centro lo zucchero e poi i tuorli dell'uovo. Mescolare con la punta delle dita i tuorli e lo zucchero, incorporandovi il burro (che non sia troppo duro), e poi aggiungervi la farina, fino a che sia assorbita completamente. Mettere il tutto in una teglia, dorare e punzecchiare la pasta con una forchetta. Cuocere in forno abbastanza caldo (175°) per circa tre quarti d'ora.

In quanto al burro, la signora non l'ha specificato sulla ricetta, ma ho il forte dubbio che si tratti del burro demi-salé, che in Bretagna si trova dappertutto. Non ho ancora fatto caso se in Italia sia facilmente reperibile, ma ho qualche dubbio... ed è probabile che in mancanza di questo ingrediente "fondamentale" il gusto risulti diverso.

martedì 24 luglio 2012

le uova dello zar

Fabergé alla Venaria
Reggia di Venaria Reale, Torino
(27 luglio - 9 novembre 2012)


L'estate alla Reggia s'illumina con i bagliori dei gioielli del celebre orafo Carl Fabergé e di altri rari monili dell’epoca imperiale russa.
Ogni anno, nel giorno di Pasqua, seguendo la tradizione ortodossa, lo Zar regalava alla Zarina e all’Imperatrice madre un "Uovo" unico e prezioso. All’interno era contenuta una lussuosa sorpresa, simbolica, celebrativa di avvenimenti particolari legati alla storia del regno e della famiglia imperiale. A realizzarli con i materiali più preziosi il grande gioielliere russo, Carl Fabergé, detto "il Cellini del Nord", che creò così uno dei miti di ricchezza e sfarzo della Russia imperiale. Era lo stesso Fabergé a presentare a corte il prezioso Uovo a cui lavorava per tutto l’anno per stupire lo Zar con l’originalità delle composizioni e la maestria delle creazioni.
La tradizione prese avvio dal 1885, quando Alessandro III regalò l’Uovo con Gallina all’imperatrice Maria Feodorovna e venne proseguita da Nicola II che dal 1894 fino al 1917 commissionò ogni anno due Uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. L’Uovo più spettacolare venne realizzato nel 1896, nell’anno della solenne Incoronazione di Nicola II come “Zar di tutte le Russie”. Per l’occasione la sorpresa dell’Uovo, realizzato in smalto giallo e decorato con aquile bicefale, fu il modello della carrozza dei sovrani (in oro, platino, smalto rosso, diamanti, rubini e cristallo di rocca) sovrastata dalla corona imperiale.

In esposizione si possono ammirare quattordici esemplari unici delle famose Uova pasquali di Fabergé, eccellenza di una produzione artistica che raggiunse l’apice nel passaggio tra Otto e Novecento: costituiscono la più importante collezione al mondo di questo genere.
Tra queste, si trovano ben nove Uova-gioiello imperiali, ormai entrate nel mito, realizzate in oro, pietre preziose e materiali pregiati, oltre alla romantica sorpresa a forma di cuore dell’Uovo del 1897.

La mostra è dedicata appunto alle opere di alta oreficeria realizzate dal celebre Carl Fabergé, conosciuto anche come Karl Gustavovič Faberže (1846-1920), Maestro gioielliere della corte imperiale dei Romanov. Sono esposti anche 350 preziosissimi capolavori prodotti dalla fabbrica orafa di San Pietroburgo, oggi appartenenti alla collezione della Link of Times Foundation di Mosca. Le opere svelano con la loro bellezza i segreti dei maestri orafi della Maison Fabergé nella lavorazione dei metalli e pietre preziose, oro, argento, cristallo di rocca, diamanti e perle, e soprattutto degli smalti trattati con procedimenti particolari tali da conferire sfumature di colori meravigliosi e cangianti.
La mostra illustra il vasto repertorio di oggetti decorativi e accessori di rappresentanza prodotti dalla bottega orafa: dalle cornici per le sacre icone agli orologi, dai set da scrivania alle scatole da sigarette, alle fibbie, borsette e gioielli per signora.

L’evento espositivo della Venaria è anche l’occasione per rievocare i rapporti tra la corte dei Romanov e la corte dei Savoia, dalla visita dei nipoti di Caterina la Grande, i cosiddetti "Conti del Nord" che nell’aprile del 1782 frequentarono proprio la Reggia di Venaria durante il loro famoso Gran Tour, fino al soggiorno dell’ultimo Zar Nicola II in Piemonte, nell’aprile del 1910, quando venne ricevuto al Castello di Racconigi dalla corte e dai rappresentanti del Governo italiano. Sono presentati, attraverso immagini fotografiche e apparati scenografici, i protagonisti del tempo e l’immenso territorio della grande madre Russia.

sabato 14 luglio 2012

rieccomi

Non sono sparita, ma sono stata via per una decina di giorni: quest'anno ferie a luglio. In Francia. Bretagna, per l'esattezza. Non mi è andata benissimo con il tempo, ho incontrato pioggia più o meno costante, vento, ma sono anche riuscita ad intravedere qualche squarcio di cielo soleggiato. Però faceva decisamente freschetto: ho portato quasi sempre le maniche lunghe, la mitica marinière a righe di cotone - un capo di vestiario adattissimo a quel clima, e che invece qui da noi non sono mai riuscita a sfruttare (perché d'inverno è troppo freddo per metterla, e appena sbuca il sole primaverile-estivo fa subito troppo caldo per quel cotonaccio spesso).
Come si dice, ho "inciuccato le quote" perché non mi ero portata roba sufficientemente pesante. Mi ero basata sui ricordi del mio precedente viaggio in Bretagna di dieci anni fa, nel mese di agosto, andandomi a controllare le fotografie che mi ritraevano in sandali e t-shirt. Chi andava a  pensare che quest'anno l'estate fosse così "atipica" da far preoccupare gli albergatori del posto, vittime di un calo del 30% dell'affluenza dei turisti sulle coste bretoni? Per non morire di freddo mi sono addirittura comprata un giaccone - niente di esagerato - approfittando dei saldi francesi...

giovedì 28 giugno 2012

ovvietà (forse)

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
[...]
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

A chi non fosse chiaro (lattanti, bambini in età non scolare, e alcuni ministri -tecnici o politici a 'sto punto non fa differenza), spiego che si tratta di due articoli della Costituzione della Repubblica Italiana. Non sono stata a riportarli tutti, ma soltanto due fra i primi, basilari, e più significativi.

Fra l'altro, non è certo casuale che nel logo della Repubblica sia stata inserita una ruota dentata, un ingranaggio, simbolo della fabbrica e del lavoro - chissà se la signora Elsa l'ha mai notato?

'Che poi le parole di chiunque possano essere travisate dai giornalisti, certo, è un'opzione possibile... voglio cercare ottimisticamente di pensare che sia andata così, tsk tsk...

mercoledì 20 giugno 2012

lover reborn

Potrei riassumere la mia esperienza di lettura di questo decimo libro della serie Black Dagger Brotherhood in tre momenti.

1) Prima di cominciare la lettura.
Sapevo da tempo che "Lover mine" sarebbe stata la storia dedicata a Tohr e alla sua nuova shellan, ma quando la Ward ha confermato che la controparte femminile sarebbe stata No'One ci sono rimasta male. Questo personaggio non mi diceva niente, mi pareva scialbo e slavato, e non mi sembrava adeguato per essere la nuova compagna di Tohrment. Anche perché, siamo sinceri, dopo aver conosciuto Wellsie, averne vissuto la perdita e aver visto come si era ridotto Tohr, nessun'altra avrebbe potuto andar bene come "sostituta".

2) A lettura in corso.
Ok, mi sono dovuta ricredere, e mi son detta che la Ward era di nuovo lei (dopo che "Lover unleashed" era stato un pochino deludente). C'era di nuovo il suo solito tocco magico, che mi faceva assaporare con estremo coinvolgimento le pagine, e me le faceva divorare come al solito, via una avanti un'altra.
Incredibile a dirsi, ma nonostante le mie riserve iniziali, Tohr e No'one stavano bene insieme, erano credibili come coppia. Anche la loro relazione aveva un senso, e veniva illustrata passo passo, mentre si stava formando (nonostante le resistenze dell'una e dell'altro).
E loro due mi piacevano, sì, alla fine li stavo apprezzando, nonostante continuassi a storcere il naso di fronte alla "scusa" che la Ward si era inventata, al fatto che per consentire all'anima di Wellsie di arrivare al Fade, era Tohr a doversi sganciare e a lasciarla andare. Un po' come, se facendo una telefonata, la controparte non mi agganciasse la cornetta e di conseguenza io non riuscissi più a telefonare. Assurdo. Dopo un po' la linea dovrebbe cadere in automatico. E dopo un po' l'anima di Wellsie avrebbe dovuto avviarsi naturalmente verso il Fade, indipendentemente da quello che chi le era sopravvissuto faceva o non faceva... Ma tant'è, l'autrice ha deciso in modo diverso...

E poi naturalmente, com'è d'uso negli ultimi libri della Ward, veniva raccontato molto altro. Qhinn e Blay continuano la loro "danza" di riavvicinamento, e ormai manca poco (la Ward ha confermato che il libro che uscirà all'inizio dell'anno prossimo sarà il "loro"!).
No'one, oltre ad ottenere un nuovo nome (Autumn) continua il suo percorso di rinascita riavvicinandosi a Xhex e ponendo le basi per un rapporto madre-figlia. Xhex e John Matthew sono invece alle prese con la loro versione dei "problemi in paradiso", e dopo essersi messi insieme e aver avuto da poco un libro dedicato tutto a loro, occupano gran parte anche di questo con i loro problemi di coppia (ecco, magari avrei dato loro un po' meno spazio - molto meno).
Il gruppo dei nuovi vampirozzi arrivato dall'Europa nel libro precedente (la Band of Bastards) si rivela per quello che si era già capito sarebbe stato: "materiale" di ricambio per le prossime storie. Non per niente Xcor e Throe cominciano a essere delineati meglio nella loro psicologia, e Xcor stesso avrà - molto probabilmente, suppongo - un futuro con Layla che la Ward ci racconterà (anche se all'inizio facevo il tifo per Throe, in questo senso...). E oltre a questo il gruppo dovrebbe rappresentare una valida controparte a Wrath e alla Brotherhood.

3) Le ultime 100 pagine (all'incirca).
Ecco, la parte finale del libro ha raffreddato un po' il mio apprezzamento complessivo. Perché cosa si è andata ad inventare la Ward? Quando finalmente il povero Tohr è stato pronto a dire addio alla sua Wellsie, con una vera e propria cerimonia in piena regola, e al contempo era bell'e che pronto a confessare i propri sentimenti a No'one/Autumn, salta fuori che in realtà No'one stava "vivendo" il suo periodo di purgatorio, e quindi il povero Tohr corre il rischio di ricevere un'altra mazzata dopo aver impiegato un sacco di libri per uscire dalla prima. Poi per fortuna l'intervento di Lassiter risolve la situazione, ma la Ward poteva benissimo gestire la questione in maniera diversa.
E inoltre mi ha fatto storcere un po' il naso anche il needing di Autumn trasmesso, a mo' di raffreddore, anche a Layla... basso mezzuccio per permettere, così di  punto in bianco, a Layla e Qhuinn di concepire insieme una figlia (di cui Qhuinn aveva avuto una visione premonitrice qualche tempo prima) - ma la povera Layla non si meritava anche lei qualche scambio un po' più romantico prima di ritrovarsi incinta?

giovedì 14 giugno 2012

bang bang tutta colpa di un gatto rosso

Questo titolo è un ebook della collana di EmmaBooks, casa editrice completamente "in digitale", declinata al femminile. Romanzi e racconti inediti di autrici conosciute al grande pubblico ed esordienti di alta qualità, riproposte di titoli fuori catalogo, classici della letteratura femminile, italiani e inglesi, in lingua originale o tradotti. EmmaBooks si prepara anche ad esplorare il campo della saggistica, della non fiction e della varia.

Viviana Giorgi ha parlato del suo "Bang bang tutta colpa di un gatto rosso" al Salone del Libro di Torino, durante un incontro di presentazione di EmmaBooks.
Il romanzo è narrato in prima persona.
Sì, è stata tutta colpa di un gatto rosso. Il mio. La bestia scappa dalla finestra a mezzanotte, e io mi butto in strada per recuperarlo, sexy come un sacco di patate, e incontro… l’uomo dei miei sogni, una specie di Marlboro Man che smonta non da cavallo, ma da una fiammante BMW. In altre parole, il mio nuovo vicino di casa. Lui mi fissa perplesso e incuriosito e il colpo mi arriva subito, preciso, bang bang, dritto al cuore, come nella vecchia canzone dell’Equipe ‘84. Nick, si chiama Nick. Io Nora. Non può essere un caso, mi dico, e mi butto in questa storia, a testa bassa, senza sospettare in che pasticci mi ficcherò. Perché è ovvio che nella nostra storia si infilino altre persone, e tutte con qualcosa da dire o fare. Viola, un’adorabile bimba di otto mesi; Tommaso, il prof, egocentrico, bastardo seduttore cui l’ho giurata; un’orda di adorabili femmine folli che altro non sono che le mie amiche del cuore; Camilla, la disinibita, e un piccolo esercito di suocere, madri, padri, tate e… una nonna diabolica. E, come se non bastasse, c’è un romanzo rosa che aspetta di essere tradotto, uno strano borgo in piena Milano dove la gente sembra diversa e un po’ pazza e, ahimé, c’è anche lei, Gabrielle, la stronza. Senza contare il gatto rosso.

Caricato sul mio e-reader, l'ho letto in un paio di giorni. E' stata una lettura veloce e poco impegnativa, ma piacevole, frizzante e divertente. Ho trovato piuttosto simpatico il personaggio di Nora, mentre quello di Nick mi è sembrato un po' troppo costruito a tavolino (troppo bello per essere reale, e un po' troppo geloso/precipitoso/decisionista per piacermi davvero): beh, lui non "mi ha colpita al cuore", ma qui si tratta di gusti personali...
Molto divertente invece tutta la cerchia di femmine folli (più amico) che vive nel Borgo, e ben tratteggiati anche gli altri personaggi di contorno, la famiglia di Nick, il professore, e il gatto Red, vero deus ex machina della storia.
Leggerò molto volentieri la prossima fatica letteraria di Viviana Giorgi :-)

domenica 27 maggio 2012

grom, il gelato come una volta

Federico Grom - Guido Martinetti
GROM Storia di un'amicizia, qualche gelato e tanti fiori
Bompiani

Ricordo con chiarezza il mio primo gelato da Grom. Era la primavera del 2005 e una sera ci incontrammo, con un gruppo di amici, per cominciare a parlare delle vacanze estive. Ci trovammo in centro e finimmo in piazzetta Paleocapa per assaggiare questo gelato, il cui marchio era ormai sulla bocca di molti torinesi da diversi mesi. Io però non l'avevo ancora gustato, perché a quel tempo il negozietto era un po' fuori dai miei consueti itinerari (cosa che sarebbe radicalmente cambiata negli anni successivi).
Ricordo che rimasi molto colpita dalle persone in fila ordinata fuori dal negozio, in attesa del proprio turno, e ricordo che presi la mitica crema di Grom, quella crema amalgamata con tutte quelle briciolone di paste di meliga e granella di cioccolato: un vizio che successivamente mi sarei concessa più volte.

Sono passati sette anni da allora: a Torino i negozi Grom sono diventati cinque (quasi tutti in zona centro), ma soprattutto hanno aperto in buona parte d'Italia e sono arrivati addirittura a New York, Tokio, Parigi e Malibu, per un totale di oltre cinquanta punti vendita e circa 500 dipendenti. Nel 2007 i due soci hanno avviato Mura Mura, un'azienda agricola nella zona dell'Astigiano, nella quale coltivare in prima persona la frutta da usare per la produzione.
Più che la diffusione geografica, però, Grom è oggi sinonimo di prodotto di qualità, genuino, e fatto con cura, con materie prime di qualità assoluta, senza additivi chimici. Un sogno, un progetto portato avanti da due giovani amici: Federico Grom e Guido Martinetti.

Il percorso che ha portato questi due ragazzi, miei coetanei e miei concittadini, a ottenere un simile risultato mi ha sempre incuriosita. Ed è stato aspettandomi di conoscerlo un po' meglio, che ho preso in mano questo libro.
Ma non dimentichiamoci anche un plauso meritato a chi ha progettato la grafica e il packaging del volumetto, perché in epoca di ebook questo libro è riuscito ad affascinarmi esteticamente e a farsi comprare: la carta, la copertina, i disegni colorati, l'alternanza del color verde e vinaccia per rappresentare visivamente l'alternanza delle parole di Guido e di Federico, il segnalibro fatto come un fiordaliso (un fiore che cresce sui terreni puri, simbolo che ricorre più volte nel racconto).

La storia del progetto, anzi del sogno, Grom è spiegata direttamente da Guido e Federico (di cui devo anche notare le buone doti di scrittura, di entrambi). Nei primi capitoli si dilungano molto (e giustamente) sulle fasi iniziali, mentre più avanti la narrazione si fa più accelerata, concentrandosi soltanto sugli eventi salienti. Qua e là emerge come il sistema Italia non sia facile da affrontare, non per niente aprire un negozio a Roma è stato molto più lungo e difficile che aprirlo a New York o a Tokio, per tutta una serie di lacci e lacciuoli economici e di (mal) costume. Negli ultimi mesi il gruppo Illy ha acquisito una quota del 5% di Grom, infondendo ulteriore linfa e know-how alla giovane società, per aiutarla ad espandersi secondo i suoi valori e i suoi obiettivi.

Qual è la gioia più grande, a prestar fede alle parole dei due giovani imprenditori? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom. Un piacere genuino, meraviglioso ma passeggero, come la fioritura dell'albero di ciliegio.



Aggiornamento: 1 ottobre 2015

E' notizia di oggi che Grom è stata venduta al gruppo olandese Unilever.
Guido e Federico hanno monetizzato il sogno.
Ed è l'ennesima eccellenza torinese che se va altrove, nonché l'ennesimo marchio italiano che finisce in mani straniere...

mercoledì 16 maggio 2012

kindle's kingdom

Ho ottenuto, tramite un giveaway, un buono regalo per un ebook da un autore che ha presentato il suo libro al Salone del Libro di Torino. Un buono che scadeva lunedì, ultimo giorno del Salone. Un buono regalo su Amazon, però.
Il mio e-reader non è un Kindle, è di tutt'altra marca e legge formati di files diversi rispetto a quello proprietario di Amazon. Vabbé, mi son detta, non sarà assolutamente un problema: scaricherò il libro e lo convertirò in epub.

Vado su Amazon e comincio la procedura di acquisto del file, e con mio disappunto (ma zero stupore, questo lo riconosco...) scopro che il sito non ti fa neanche procedere se non riscontra la presenza di un dispositivo Kindle collegato (e registrato). Vale a dire, per consentirti addirittura di "cominciare" a mettere nel carrello l'ebook, devi avere un Kindle collegato al pc. Altrimenti ciccia. E che palline!
Cerco nell'help on-line e scopro che è possibile scaricare un lettore standalone da installare per leggere gli ebook sul computer. In questo modo si possono scaricare ebook Kindle per leggerli sul proprio pc, in mancanza di un dispositivo apposito. E quindi seguo questa strada, scaricandomi 30 MB di un software per me inutile, e installandolo sul computer. A questo punto il simpatico sito di Amazon "riconosce" la presenza del lettore standalone installato, e mi consente di procedere con l'acquisto del benedetto ebook.
Ma le difficoltà non sono ancora finite, perché, nonostante il buono regalo risulti dell'esatto ammontare del valore dell'ebook, il sito Amazon vuole comunque che vengano inseriti i dati di una carta di pagamento valida (per coprire, dice in una clausola, eventuali differenze di prezzo). Son tentata di lasciar perdere tutto quanto (dopo che l'anno scorso mi hanno fottuto online - sul sito www.booking.com - i dati della carta di credito nuova, appena usata una sola volta, col cavolo che inserirò ancora in Rete i codici! Per i pochi acquisti on-line che faccio uso solo contrassegno oppure bonifico), finché fortunosamente, cliccando ancora su un paio di link diversi riesco (apparentemente) a far partire il download di 'sto benedetto file.
Verifico di riuscire ad aprirlo nel lettore standalone, verifico (soprattutto) che sia ancora apribile anche a connessione spenta, recupero il file e lo converto in epub con il mio fidato Calibre. A questo punto lo trasferisco finalmente sul mio e-reader, e posso anche disinstallare il software standalone di Amazon. Grazie tante. Per fare il tutto ci ho impiegato almeno mezzora, smadonnando senza ritegno nei confronti del sito Amazon più di una volta.

Ecco, se ultimamente mi era passato per la testa il pensiero (rapido) di poter comprare un Kindle nel caso in cui dovessi mai sostituire il mio piccolo e-reader (non si sa mai, il piccolino si può rompere, si può piantare - a livello software mi è già successo due volte di doverlo resuscitare, una volta reinstallando addirittura il firmware), ebbene adesso questo pensiero si è allontanato del tutto. Il Kindle costerà poco (in rapporto alle altre marche), e lo si trova anche fisicamente presso una nota catena di elettronica, senza doverlo comprare sul sito, ma si muove in un contesto "chiuso" e proprietario che francamente non mi piace. Non mi piace la sensazione di controllo (tipo Grande Fratello remoto) che avverto nel momento in cui navigo sul sito Amazon e scelgo di comprare un ebook.

venerdì 11 maggio 2012

salone del libro

Sono apppena rientrata dalla visita al Salone del Libro di Torino, 25esima edizione. Ci sono stata quasi tutta la giornata, insieme ad un'amica, ed è stata la consueta sfacchinata girando fra gli stand, assistendo a conferenze con gli autori, vedendo da vicino/lontano facce famose, cercando gadget fra gli stand, e provando a non soccombere sotto il peso dei (pochi) libri acquistati e dei (tanti) cataloghi  e depliant raccattati in ogni dove.

Premetto subito che, in quanto a gadget, quest'anno non è andata troppo bene - mi sa che la crisi si è fatta sentire anche in questo campo - ho racimolato soltanto due borse di stoffa, due penne, un matitone  e qualche caramella (in molti stand la borsa la vendevano - in media a 2-3 euro, ma in uno stand hanno osato chiedere addirittura 10 euro per la borsa: pazzi esosi, e ovviamente se la sono tenuta, grazie tante!). La ricerca dei gadget può apparire futile, ma dato che il biglietto intero di ingresso costa 10 euro, serve ad attutire almeno un pochino la spesa :-) d'altronde la crisi non c'è soltanto per librai ed editori, ma anche per noi.

Il primo incontro della giornata (e anche il più interessante a cui ho assistito) è stato quello con Corrado Augias, introdotto da Giuseppe Culicchia. Augias ha presentato il suo ultimo libro "Il disagio della libertà", ripercorrendo le particolarità storico-geografiche della penisola italiana, che hanno fortemente contribuito a determinarne le specificità e soprattutto i difetti civici e morali, nonché la presenza ingombrante dello stato della Chiesa. C'è stato spazio finale anche per il pubblico, che ha potuto porre delle domande - ed è stato simpatico il siparietto dell'ultimo signore che stava facendo la domanda, e ha adoperato il termine "approcciare" nella frase, al che Augias l'ha fermato dicendogli di non adoperare questa parola "adattata" dall'inglese, ma di usare ad esempio l'equivalente normale italiano "avvicinare"... il signore, poverino, si è impappinato e poi non riusciva più a riproporre la domanda, e allora se n'è uscito con un "Signor Augias, adesso lei mi ha sviato..." e tutta la platea è scoppiata a ridere :-)

Siamo poi passate al mega stand della Rai, dove c'erano Piero Dorfles e Veronica Pivetti che dovevano proporre una sorta di puntata di "Per un pugno di libri" (il programma di Rai3 dedicato ai libri), ma visto che da programma dovevano cominciare alle 11.30, mentre alle 12.15 erano ancora là che se la contavano senza aver cominciato, noi ce ne siamo andate e abbiamo proseguito il giro. Avevamo un sacco di roba da vedere, mica soltanto loro...

Nell'area dedicata agli ebook, durante il pomeriggio abbiamo assistito a un paio di incontri.
Il primo ha riguardato la presentazione di EmmaBooks, casa editrice al femminile esclusivamente digitale, nata nel settembre 2011 (www.emmabooks.com), da parte della sua responsabile editoriale (la simpatica Maria Paola Romeo) e tre delle sue autrici. La casa editrice tratta letteratura rivolta principalmente a un pubblico femminile, ma non si limita al romance (cioè il classico e purtroppo sempre bistrattato rosa), bensì anche alla commedia, ai gialli, alla manualistica, insomma tutto ciò che può interessare l'ampia platea femminile (che, ricordiamoci, così come evidenziato dalle indagini di mercato, rappresenta la fetta maggiore dei lettori).
Il secondo incontro si intitolava "Il valore dell'ebook. Pirateria o prezzo giusto?", dove un ricercatore milanese, un po' troppo autoreferenziale per i miei gusti, ha presentato le slides di una ricerca volta a stabilire quale sia, secondo il lettore potenziale, il prezzo giusto da attribuire a un libro elettronico. Il tipo aveva uno humour tutto suo, tanto che non ce lo siamo sorbito sino in fondo e a metà incontro ce ne siamo andate.

Abbiamo ancora girovagato un po' e poi siamo finite nella Sala Rossa per sederci e riposarci un po'. Qui ci siamo ascoltate la parte finale di un intervento di Ermanno Cavazzoni, e quella iniziale della conferenza di Beppe Severgnini. Nel frattempo un rapido sguardo all'orologio ci informava che si erano fatte ben oltre le sei, e a questo punto ho deciso di essere sufficientemente soddisfatta e che me ne potevo tornare a casa.
Il mio bilancio di fine giornata, oltre agli scarsi gadget di cui dicevo prima, riporta inoltre l'acquisto di un tascabile (scontato al 25%), di un paio di remainders a metà prezzo dal Libraccio, e di un paio di libriccini/quadernini.

mercoledì 9 maggio 2012

emma in stile manga

Yoko Hanabusa, Emma, Goen
Questo volumetto (appena uscito e disponibile nelle fumetterie) è l'adattamento in formato manga di un classico della letteratura inglese: "Emma" di Jane Austen.
Il romanzo è condensato in poco più di 120 tavole. L'adattamento dei dialoghi mi è sembrato un po' troppo "giapponese" rispetto alle frasi originali della Austen. Non so se la sensazione sia soltanto mia, ma ho percepito un ricorrente tono ossequioso e cerimonioso, e questo perché probabilmente nella traduzione ci si è attenuti in modo letterale al giapponese, che è una lingua che ha strutture particolarmente cerimoniose ed arzigogolate. Una lingua riflette sempre la cultura che la usa.
In più ho notato alcuni errorini qua e là; in una pagina il traduttore fa passare improvvisamente Emma dal "voi" al "tu" nei riguardi di Mr Knightley, per poi ritornare al "voi": evidentemente un banale errore, ma con una rilettura finale da parte di un editor si sarebbe potuta evitare.

Tralasciando queste pignolerie, però, il manga è abbastanza carino. Suo merito (o demerito, chissà?) è l'avermi finalmente fatto apparire il personaggio di Emma abbastanza antipatico. Dico questo perché sia quando avevo letto il libro, sia quando mi è capitato di vedere alcune delle trasposizioni filmiche e sceneggiati tv che ne sono stati fatti, la figura di Emma mi è sempre abbastanza piaciuta: non l'ho mai trovata particolarmente antipatica (come invece pare che l'abbiano trovata altri lettori austeniani). Invece in questo manga l'ho cordialmente detestata anch'io (e mi sono finalmente sentita parte del gruppo), forse principalmente a causa del registro linguistico utilizzato, ma anche perché appare davvero come un'inguaribile ficcanaso, pronta a farsi mille film mentali sulla base di una sola parola, o addirittura di una semplice ipotesi.

I disegni hanno un tratto bello ed elegante, che ricorda molto la Yumiko Igarashi di Candy Candy e Georgie.