lunedì 25 marzo 2013

gli abiti di capucci

Ho approfittato del sabato piovoso per andare alla Reggia di Venaria a visitare alcune mostre in corso, fra cui quella della Peota Reale (che ero curiosissima di vedere) e quella sulle creazioni di Capucci, appena cominciata.

Roberto Capucci. La ricerca della regalità
Reggia di Venaria Reale, Torino
(23 marzo 2013 - 8 settembre 2013 prorogata al 2 febbraio 2014)

Ho qualche difficoltà a definire Capucci uno stilista, perché i suoi non sono abiti normali, ma creazioni del tutto particolari. Un vestito serve a proteggere dal freddo, in origine, e successivamente ad indicare uno status, o a valorizzare la figura e la persona chi lo porta, uomo o donna che sia. In questo quindi un abito ha una funzione, primordiale oppure ornamentale, che comunque valorizza chi lo porta.

Ma gli abiti disegnati da Capucci vanno oltre, sono esagerati e, molto spesso, direi che sono quasi fini a se stessi, delle vere e proprie opere d'arte, delle sculture di stoffa che talvolta sfidano le leggi della fisica. Sono coloratissimi, sorprendenti e geniali, ti lasciano a bocca aperta e sono bellissimi. Ma sono molto difficili da portare, e secondo me alcuni modelli fagocitano addirittura chi li indossa.  Per questo non riesco a definire Capucci come uno stilista, ma oso indicarlo come un artista. Uno stilista si muove con un'ispirazione diversa, ma Capucci no, tant'è vero che - se ho capito bene - ormai da diversi anni non realizza più i propri lavori affinché questi siano indossati, ma proprio perché siano esposti nella sua Fondazione e nelle varie mostre che vengono organizzate in giro per il mondo.


La mostra alla Venaria espone una cinquantina di abiti, creati dagli anni Cinquanta ad oggi, insieme a diversi bozzetti, fotografie e filmati sulle celebrità che hanno indossato queste creazioni. La prima sala propone sette vestiti da sposa, realmente indossati da signore dell'alta società, tutti con strascichi lunghissimi ed esagerati (provate a guardare gli abiti da dietro, dal fondo dello strascico... Ce n'è uno in georgette per cui sono stati usati 120 metri di stoffa per la sua lavorazione! In fondo allo strascico di un abito addirittura si vedono ancora le macchie d'acqua nel quale probabilmente è passato... è difficile portare in tintoria questi capi).
In una sala successiva è esposto il vestito in velluto con cui Rita Levi Montalcini presenziò alla cerimonia con cui ricevette il premio Nobel nel 1986; a differenza di tutti gli altri, le linee di quest'abito risultano decisamente semplici e severe.
Più avanti ci sono altri "esperimenti" in stoffa: alcuni che ricalcano le linee architettoniche, tanto da ricordare delle vere e proprie colonne, doriche e corinzie; altri che si ispirano agli elementi della natura, come il vestito rosso che vuole raffigurare la fiamma, oppure quelli ispirati ai fiori e alle orchidee. Per ultimo, è esposto un vestito di scena usato da Maria Callas.

Ho trovato questa mostra molto interessante: un percorso di grande fascino che attraversa la seconda metà del Novecento sul tema della moda, ricostruendo l’itinerario creativo di uno dei maestri della moda mondiale.


giovedì 14 marzo 2013

habemus nuovo sfondo

Volevo apportare qualche leggero cambiamento, soprattutto al background... e per adesso ho scelto questo, un po' più floreale e primaverile. Però non sono convinta dell'effetto complessivo e degli abbinamenti di colore: quando avrò un attimo di tempo cercherò di migliorarlo.

lunedì 11 marzo 2013

calculated in death

Nell'Upper East Side di Manhattan una donna viene trovata morta in fondo alle scale, spogliata di tutti i suoi oggetti di valore. Eve Dallas capisce subito che non si tratta di una semplice rapina andata male.
La vittima, Marta Dickenson, è una contabile, un'amata moglie e madre, e non sembra il tipo da essere sulla lista nera di nessuno. Eve e Peabody trovano delle tracce di sangue anche dentro l'edificio, e Eve capisce che l'omicidio è stato il lavoro di un killer allenato, anche se non un vero e proprio professionista, nemmeno troppo intelligente da rimuovere tutte le prove.
Inoltre dalll'ufficio di Marta vengono rubati dei files, così Eve si trova a chiedere aiuto a Roarke per muoversi nel mondo del business, delle frodi e delle certificazioni aziendali. Ma ben presto Marta non è più l'unica vittima, perché anche altre pedine che erano coinvolte nelle frodi cominciano a cadere. Per acchiappare i colpevoli, Eve non esita a proporsi come esca, proprio durante la premiere del film realizzato sul caso Icove.

Dunque, al 37esimo libro di una serie non è che ci si aspettino grandissime novità, siamo sinceri, ma almeno qualcosa che tenga desta l'attenzione, un contentino per i fan fedeli che seguono da tempo la storia, bè questo sarebbe lecito aspettarselo...
Sono andata incredibilmente piano nella lettura, soprattutto nella prima metà, perché il libro non ingranava, almeno non con le mie marce. Più di una volta mi son trovata a pensare che forse non l'aveva neanche scritto la Robb - ho avuto 'sto pensiero - anche perché come farebbe 'sta donna a mantenere il ritmo dei libri che scrive facendoli uscire tutti col buco, boh? Comunque ero abbastanza delusa, avanzavo a fatica fra le pagine: i soliti giri, i litigi (infantili) di Eve con la macchinetta delle brioche e della Pepsi, gli ennesimi insulti con Summerset, e Roarke che entra in scena tardi, dopo pagina 80 o giù di lì...
La seconda parte del libro per fortuna è un po' più movimentata, recupera un po' e sono andata a passo più spedito. Il giudizio complessivo sul libro è risalito, però mi rendo conto che non c'è più la passione che ammantava la lettura dei primi libri. Sarà colpa mia? Magari mi sono un po' stufata e mi piacerebbe che nella serie avvenisse qualche scossone o, in mancanza, si andasse verso un epilogo degno delle aspettative di tutti i fan. Certo, leggerò ancora il prossimo libro che uscirà, e anche quello successivo, però se anche loro saranno (in parte) deludenti come questo, mi rendo conto che anche il mio affetto per questa serie ne risentirà...
Poi, non so se è soltanto una mia sensazione, ma trovo che ci siano meno accenni ad aggeggi o trovate futuristiche rispetto ai libri precedenti. Sarà che anche noi ci stiamo avvicinando al 2060 (!), ma ci sono meno aspetti che mi sorprendono e mi fanno pensare 'apperò!'

il re e l'architetto

Il Re e l'Architetto. Viaggio in una città perduta e ritrovata
Archivio di Stato, Torino
(8 marzo - 30 aprile 2013) prorogato al 2 giugno


La mostra si propone di offrire al visitatore di oggi un viaggio virtuale nella Torino di fine Settecento, alla ricerca di architetture pubbliche e private che evidenzino problemi di sviluppo urbanistico tipici delle capitali di Stati di età moderna (ad es. la magnificenza architettonica come immagine del potere), ma non dissimili da quelli di città minori.

Al di là delle grandi decisioni di organizzazione del territorio, si tratta di come progettare l’inserimento di nuovi edifici nel tessuto preesistente, di confrontare costi e benefici di diverse opzioni progettuali e di scegliere per la rinuncia al progetto o la sua realizzazione.

Il viaggio inizierà dalla Porta Susina, come quello dei visitatori del Grand Tour provenienti dalla Francia.
Toccherà poi varie tappe prima all’interno della città, a partire dalla casa-studio che si fece costruire in Torino il grande architetto Filippo Juvarra (demolita in periodo fascista), passando per i palazzi del potere comunale, statale e religioso, il ponte sul Po immortalato dal quadro di Bellotto (e conservato alla Galleria Sabauda), fino alle residenze extraurbane di Stupinigi, Venaria e Rivoli.

La mostra esporrà documenti progettuali antichi, iconografia d’epoca, disegni attuali di ricostruzione e di rilievo, modelli virtuali digitali e modelli tridimensionali in grande scala appositamente realizzati.

lunedì 4 marzo 2013

giorni grigi

Sono giorni un po' così.
Perché sono quattro mesi che non riceviamo lo stipendio pur lavorando.
Perché forse in settimana capiamo finalmente se arrivano i pagamenti delle vecchie fatture e se continueremo ad averlo, un lavoro.
Perché dai risultati delle elezioni politiche è venuto fuori un gran casino e il nostro paese non è che si trovi in una posizione tanto rosea, da permettersi di far cazzate.
Perché il grillo parlante non mi piaceva prima e mi piace ancor meno adesso, e finisce (quasi) per farmi rimpiangere l'altro pagliaccio - pensa te cosa mi trovo a scrivere!
Perché credevo di esser uscita indenne dall'inverno senza essermi buscata influenza e raffreddore, e invece ora son qui rauchissima e consumatrice di fazzoletti.
E perché stamattina la metropolitana si è nuovo guastata e ho dovuto farmi un'ora e mezza di bus pienissimo per arrivare in ufficio. E ritorniamo al primo punto...

giovedì 21 febbraio 2013

meme libri 2012

Utilizzo la traccia del "meme" per fare un bilancio delle mie letture nel 2012, come ho fatto normalmente negli ultimi due anni (stavo per dimenticarmene, ormai è quasi la fine di febbraio). Per fortuna Anobii (con alti e bassi) continua a resistere, e con lui è facile fare i conti. Grazie agli ebook e alla corposa auto-riduzione degli acquisti che ho deciso di effettuare in seguito alla legge Levi, le mie visite in libreria sono notevolmente calate rispetto ai miei bulimici ultimi anni, dove compravo-compravo a spron battuto e non riuscivo mai a leggere tutto ciò che avevo sugli scaffali.
Sul versante letture, per me questo è stato l'anno di George R. Martin, e delle sue Cronache del Ghiaccio e del Fuoco :-)

Quanti libri hai letto nel 2012?
84

Quanti erano fiction e quanti no?
Circa una sessantina. Il resto sono titoli di storia, saggistica o libri di viaggio.

Quanti scrittori e quante scrittrici?
Più o meno 31 scrittrici e 20 scrittori.

Il miglior libro letto?
Mi limito a indicare quelli a cui su Anobii ho dato 5 palline, vale a dire "Impero" di Alberto Angela, "I fiumi della guerra" e "La regina dei draghi" - rappresentativi delle Cronache di George R.Martin, e "Proposta indecente" di Emma Wildes.

E il più brutto?
"In città zero gradi" di Glattauer mi è servito a farmi mettere definitivamente una pietra sopra a questo autore, nonostante in passato mi fosse piaciuto moltissimo il carteggio di "Le ho mai raccontato il vento del Nord". Peccato che sia stato l'unico suo libro che ho apprezzato. Dopo di quello basta! Molto deludente anche "Le ultime luci del mattino" di Fabio Volo.

Quale il libro col titolo più lungo?
"Grom. Storia di un'amicizia, qualche gelato e molti fiori"

E quello col titolo più corto?
"Caino" di Saramago

Quanti libri hai riletto?
"I segreti di Londra" di Augias, prima di un weekend lungo in quella città.

I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Quest'anno sicuramente George R.R.Martin, senza rivali.

Quanti libri scritti da autori italiani?
21

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Solo uno.

Dei libri letti quanti erano ebook?
La maggioranza: 56

i cuscinetti del cane

Intorno a Natale mi sono accorta che la mia cagnona continuava a morsicarsi la zampa posteriore destra, e, controllandola bene, ho notato che aveva una ferita a un polpastrello. Non so come se la fosse procurata, ma buona parte del cuscinetto (quello nero) era andato, e nel corso dei giorni se l'era evidentemente morsicato lei stessa allargando la ferita e peggiorando la situazione.

Premetto che la pelosona in questione non è una paziente facile, nel senso che è proprio un cane "stronzo", e mette in atto ogni mezzo pur di non farsi né vedere né toccare la zampa (soprattutto quando capisce che voglio guardarla per medicarla),e soprattutto continuava a morsicarsela e stuzzicarsela da sola.
Con estrema difficoltà ho cominciato a metterle la pomata. Ho iniziato con il Cicatrene, ma è servito a poco (d'altronde anche quando lo uso per me non fa nulla...); ho provato con il Gentalyn Beta, ma continuavo a non vedere progressi. Allora ho optato per il Fitostimoline (sempre in pomata). Il veterinario mi ha confermato che poteva andare bene (il Gentalyn invece, a base di cortisone, secondo lui rallentava il processo di guarigione), e che la cosa importante era soprattutto tenere la ferita pulita e fasciata.

Per oltre un mese e mezzo, quindi, ho provveduto a fare una medicazione quotidiana (all'inizio sia al mattino sia alla sera, poi mi sono limitata alla sera), disinfettando (con clorexidina, oppure acqua ossigenata), mettendo la pomata, stendendo una garza e poi infilando alla bestiona una vecchia calza (tagliata e ricucita in punta), e incerottandola con del nastro da carrozziere (facilmente rimovibile da me, e un po' meno dai denti della bestiaccia). Ovviamente il tutto dopo averle infilato la museruola, e con l'assistenza di mia madre che le teneva il muso fermo e la carezzava, mentre io facevo l'applicazione... E ogni volta che bisognava farla uscire per fare i suoi bisogni, si avviluppava tutta la zampa in un sacchetto di quelli da congelatore, con un giro ulteriore di scotch, dato che fuori era spesso bagnato, ghiacciato o con la neve.

Una volta infilato 'sto benedetto calzino, c'era il problema di evitare che si mordesse e tentasse di tirarlo per toglierlo. Ho comprato il collare elisabettiano, ma non se l'è assolutamente lasciato mettere, tanto che l'ho dovuto riportare al negozio (e poi comunque, era fatto di plastica talmente dura e tagliente che secondo me si sarebbe procurata ancora più danni con quell'arnese attorno al collo). Per cui siamo andati avanti un mese e mezzo a tenere gli occhi puntati addosso alla pelosona e a cazziarla non appena si morsicchiava: un calvario! Naturalmente durante la notte si toglieva la calza e addio medicazione...
Abbiamo dovuto avere una pazienza infinita, ma finalmente adesso il problema dovrebbe essere risolto. E' da una decina di giorni ormai che non le metto più niente sulla zampa, e la ferita mi sembra completamente chiusa (anche se continuo a sgridarla ogni volta che sembra volersela mordere - non vorrei dover mandare all'aria un mese e mezzo di lavoro per la disattenzione di un attimo...).

p.s. Cercando sul web, nelle scorse settimane ho visto muffole/stivaletti/calzini per cani, impermeabili e non, dal costo esorbitante. Un po' come quelli che si fanno indossare ai cani da slitta per proteggere le loro zampe dal ghiaccio. Mi chiedo se tutti i cani accettino con tranquillità di farseli mettere, e se soltanto il mio è un bastian contrario, che preferirebbe farsi pelare piuttosto che infilare una di quelle protezioni.

lunedì 11 febbraio 2013

eredità

È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler Rizzolli è andato in frantumi. L’Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all’Italia. "Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno", scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent’anni, dal giorno del suo matrimonio con l’amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l’avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell’ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l’oppressione e l’esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l’Italia, morta all’ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine.
Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro appassionato, teso sul filo del ricordo, illuminato da una felice vena narrativa.

Questo è un libro che è servito a farmi vedere con occhi diversi la situazione degli abitanti dell'Alto Adige (o, come direbbero loro stessi, Sud Tirolo). Purtroppo io non ho una conoscenza diretta né dei luoghi né delle persone. Per me - come suppongo per la maggior parte degli italiani - gli altoatesini erano degli italiani che godono di molte agevolazioni grazie allo statuto speciale della loro provincia e della loro regione, e che parlano l'italiano con un forte accento tedesco (si sente lontano un miglio che per loro è una seconda lingua): italiani un po' sui generis, insomma, nonostante le agevolazioni economiche che lo stato italiano riserva loro... e questo è uno degli aspetti che esternamente, non conoscendo nel merito la questione, risaltano di più - ci si chiede "perché loro sì, e tutti gli altri no?" Non sono certo gli unici a vivere in un territorio di frontiera, a cavallo fra due lingue e due culture... penso ad esempio alla cultura occitana e a quella francoprovenzale, nella quale affondano alcune delle mie, di radici, e che conosco un po' meglio: per loro le tutele - nate solo negli ultimi anni - si fermano al patrimonio linguistico, certo non coinvolgono aspetti fiscali ed economici come in Trentino.

L'argomento è spinoso e molto difficile. Lo è conoscendolo, e ancor di più se lo si è a malapena intravisto. Questo libro comunque rappresenta una buona introduzione storica, e ci racconta la fine della prima guerra mondiale, vista da chi viveva nella zona dell'Alto Adige e si sentiva a tutti gli effetti tedesco, sino ad arrivare alla forzata italianizzazione nel dopoguerra, sotto un regime fascista sempre più invadente.
La Gruber fonde la narrazione della Storia con la s maiuscola con quella della sua famiglia, soprattutto tramite i diari della sua bisnonna Rosa. Alcune situazioni vengono ricostruite e romanzate, per forza di cose, ma appaiono reali e plausibili.

L'unico appunto che ti muovo, cara Lilli, è perché non hai aggiunto due striminzite paginette di epilogo nel quale ci raccontavi cosa è successo al tuo bisnonno e alle sorelle Rizzolli dopo la morte di Rosa? Soprattutto a Hella, di cui ci hai particolarmente raccontato, e di cui hai sempre lasciato intendere che fosse morta giovane. Nei ringraziamenti nomini un suo figlio. Ecco, noi lettori ci aspettavamo di saperne qualcosa in più, fossero anche state soltanto poche righe; ci hai lasciato con una "eredità incompiuta"...

lunedì 4 febbraio 2013

edenbrooke

Julianne Davidson, Edenbrooke

Per prima cosa, la dicitura riportata in copertina - "a proper romance" - mi fa sorridere. Non perché non sia vera, ma perché in qualche modo l'editore (o l'autrice) hanno voluto sottolineare la diversità di questo romanzo rispetto a quelli che vanno per la maggiore negli ultimi tempi, prima e dopo le varie sfumature. La cosa più spinta di cui si legge in Edenbrooke è infatti un semplice bacio, a fine libro, ma nonostante questo - o, per meglio dire, indipendentemente da questo - il libro mi è piaciuto molto e mi ha avvolta nella sua lettura durante il weekend.

La storia è ambientata nell'Inghilterra di inizio 1800 (o almeno, lo supponiamo, perché l'autrice in questo non è molto precisa e non lascia alcun indizio).
Dopo la morte della madre, la diciassettenne Marianne Daventry si trova confinata a Bath presso la nonna, separata sia dalla sorella Cecily, che sta passando la stagione a Londra presso una cugina, sia dal padre ,che è partito per la Francia oltre un anno prima, lasciando le figlie presso parenti. Quando Cecily le manda un invito per raggiungerla presso la tenuta di Edenbrooke, dove anche lei sarà ospite, Marianne è al settimo cielo. Potrà finalmente lasciare la noia di Bath e di un fastidioso ammiratore, rilassarsi e godersi la campagna, che lei ama e che le è sempre mancata tanto nell'ultimo anno (da quando ha lasciato la sua casa).
Ma la sfortuna (o forse la fortuna, chissà, visto come andranno poi le cose...) vuole che prima di arrivare a Edenbrooke la carrozza di Marianne venga assalita da un brigante, che le porta via un medaglione e ferisce il suo cocchiere. La ragazza e la sua cameriera non si perdono d'animo e riescono a raggiungere una locanda nelle vicinanze, dove Marianne incontra il misterioso (e affascinante) Philip. Il giovane le aiuta, ma il mattino successivo è sparito. Grande sarà la sorpresa di Marianne nel ritrovarlo il giorno dopo a Edenbrooke, e nello scoprire che è uno dei componenti della famiglia...
E da questo momento Marianne si trova al centro di avventure, segreti e sentimenti non confessati.

Questo libro assomiglia molto al genere in voga qualche decennio fa - Georgette Heyer, Sylvia Thorpe, Constance Heaven, Barbara Cartland, tanto per fare i nomi di qualche autrice pubblicata anche in Italia - a quei titoli in cui si fondevano bene avventura e romance, senza esagerare in nessun senso. Quei libri che tante di noi hanno letto da ragazzine, ma che anche riletti da adulte ci piacciono sempre molto e mantengono la loro validità, dove ci sono gentiluomini e giovani lady intraprendenti e coraggiose, libertini e briganti di strada.
Ho letto Edenbrooke in due giorni, segno che mi ha coinvolta ed appassionata.
Marianne e Philip sono due bei personaggi: lei intelligente, spiritosa e piuttosto inconsapevole del proprio valore; lui un gentiluomo corretto, coraggioso e spudoratamente affascinante. La relazione fra Marianne e Philip è carica di tensione, e quello che Marianne non riesce a vedere sino alla fine del libro risalta chiaramente agli occhi del lettore già dal principio; non c'è stato nulla che non avessi già immaginato e sospettato capitoli prima :-) però la storia mi ha intrappolata lo stesso. La parte in cui Philip insegna a Marianne come scrivere una lettera d'amore è da antologia, bellissima!

Grazie a Francy che mi ha consigliato questa lettura!

martedì 22 gennaio 2013

polemiche sulle mummie

A Torino abbiamo un museo importantissimo a livello mondiale, e precisamente il Museo Egizio. Si tratta del secondo museo al mondo (dopo quello del Cairo) per il valore e per l'importanza delle sue collezioni, circa 30mila pezzi che vanno dal Paleolitico all'epoca copta: è un museo dedicato esclusivamente all'arte e alla civiltà egizia in tutte le sue manifestazioni.
Nell'ultimo periodo, in città stanno tenendo banco una serie di polemiche innescate dalla proposta della direttrice dell'Egizio di rimuovere le mummie dal percorso espositivo. In pratica, sostiene lei, le mummie, in quanto cadaveri di persone, andrebbero ricollocate nei loro sarcofaghi, magari rimesse nei depositi, ma comunque celate alla vista dei visitatori. Francamente non si è capito bene se questa proposta nasca da una forma di umana pietas o se ci siano dietro oggettive ragioni di conservazione e salvaguardia dei corpi, ma ovviamente sono subito nate infinite polemiche.
Ne hanno discusso anche in consiglio comunale, invece di occuparsi di problemi ben più pressanti per la città (tipo l'inquinamento da smog, i trasporti pubblici sempre più alla frutta e con scioperi ogni quindici giorni, le numerose aziende che chiudono ogni giorno e i pagamenti ai fornitori della PA che non vengono effettuati...) Queste cose vengono lasciate al loro destino, mentre sulle mummie tutti hanno voluto dire la loro, compreso il ministro della Cultura Ornaghi che l'altra settimana era qui in città. Secondo il ministro le mummie dovrebbero rimanere esposte così come sono adesso, e secondo il consiglio comunale anche.

In effetti, su questa posizione sono d'accordo pure io. Visto che ne hanno parlato tutti, ci spendo due righe anch'io. Tutti i visitatori del Museo Egizio (bambini e scolaresche in primis) si aspettano di vedere le mummie, e credo che buona parte del potere di attrazione di questo museo nasca proprio da loro. Se le mummie non fossero esposte credo proprio che le visite al museo, invece di aumentare (come stanno facendo negli ultimi anni), finirebbero per diminuire. Visto il momento di crisi non credo che ci si debba dare la zappa sui piedi facilitando questa deriva. Per un'istituzione famosa e rinomata a livello mondiale che abbiamo in città, ecco che le velleità della direttrice la manderebbero a ramengo!
Senza contare che le pratiche funebri costituiscono un aspetto fondamentale e di non poco conto della civiltà egizia, che va sicuramente documentato e rappresentato in un museo dedicato proprio a tale civiltà. La direttrice sostiene il suo è un museo di arte egizia, e non di antropologia/etnologia, ma io non condivido questa impostazione. Anche il culto dei morti fa parte delle espressioni culturali di una civiltà, di un popolo, e non ci vedo nulla di male se nel Museo Egizio sono esposte delle mummie, e se queste sono visibili al pubblico.

Ogni volta che ho visitato l'Egizio, io mi sono trovata di fronte alle teche dove sono presentate le mummie sempre con un senso di riverenza, non le ho mai considerate come degli oggetti, ma ho sempre pensato che si trattava di persone che erano vissute tre-quattro mila anni fa, meravigliandomi di come fosse possibile vedere ancora le loro fattezze, i loro vestiti, talvolta i loro capelli e i loro lineamenti. Mi hanno sempre generato un grande senso di rispetto e di ammirazione.

giovedì 17 gennaio 2013

ti prego lasciati odiare

Nel bailamme degli innumerevoli libri a nove euro e novanta, insulsi e tutti fatti con lo stampino, qualche volta si distingue qualche titolo carino e meritevole. Ad esempio, nel weekend ho letto questo libercolo, e l'ho trovato piuttosto carino. Intendiamoci: non è niente di esagerato, né di particolarmente originale, ma mi è parso davvero piacevole, scorrevole e fresco.

Jennifer e Ian si conoscono da sette anni e gli ultimi cinque li hanno passati a farsi la guerra. A capo di due team nella stessa banca d’affari londinese, tra di loro è da sempre scontro aperto e dichiarato. Si detestano, non si sopportano, e non fanno altro che mettersi i bastoni fra le ruote. Finché un giorno, per caso, sono costretti a lavorare a uno stesso progetto: gestire i capitali di un nobile e facoltoso cliente. E così si ritrovano a dover passare molto del loro tempo insieme, anche oltre l’orario d’ufficio. Ma Ian è lo scapolo più affascinante, ricco e ambito di Londra e le sue “frequentazioni” non passano mai inosservate: basta un’innocente serata trascorsa in un ristorante, per farli finire sulla pagina gossip di un noto quotidiano inglese. Lei è furiosa: come possono averla associata a un borioso, classista e pallone gonfiato come Ian? Lui è divertito, ma soprattutto sorpreso: le foto con la collega hanno scoraggiato tutte le sue assillanti corteggiatrici. E allora si lancia in una proposta indecente: le darà carta bianca con il facoltoso cliente se lei accetterà di fingersi la sua fidanzata. Sfida accettata e inizio del gioco! Ben presto però, quello che per Jennifer sembrava uno scherzo, si rivela più complicato del previsto e un bacio, che dovrebbe far parte della messa in scena, scatena brividi e reazioni del tutto inattesi…

I due protagonisti non fanno altro che litigare e scontrarsi, creando tra loro non soltanto un muro di ostilità ma anche scintille, più o meno sopite. I battibecchi tra i due non saranno da meno nemmeno quando si renderanno conto che avevano costruito le reciproche immagini su basi sbagliate. Ian si rivelerà un rivale perfetto per una ragazza decisa e testarda come Jenny, mentre lei,con la sua schiettezza e i suoi modi di fare, si dimostrerà un baluardo contro gli attacchi della famiglia di Ian, orgogliosa e ligia alle tradizioni.

Ad essere sinceri, avrei preferito leggere qualche pensiero/idea anche dal punto di vista maschile, del protagonista, ma ad ogni modo è stata una lettura simpatica, poco impegnativa ma divertente.
L'autrice è italiana, e avrei qualche appunto da farle su un paio di cose. Ad esempio: non so quanto sia probabile che in un locale londinese (seppur una pizzeria) si trovino dei grissini; inoltre penso che "vostra grazia" sarebbe un modo migliore di rivolgersi a un duca rispetto a "signor duca" (e basta un corredo minimo di letture di romanzi storici per saperlo). E poi - ultima cosa - non mi quadrano le direzioni Piccadilly / Trafalgar / Hyde Park indicate in una frase, ma questi sono dettagli... il libro lo consiglio ugualmente :-)

domenica 6 gennaio 2013

firefly


Fantascienza, western, atmosfere esotiche dell'estremo oriente: in apparenza sono ambientazioni difficilmente conciliabili fra loro, invece "Firefly" è tutto questo, e la fusione risulta più armonica e plausibile di quanto uno potrebbe pensare. Mandrie di bestiame in un'astronave spaziale non rappresentano una stranezza.
"Firefly" è un bel telefilm ideato da Joss Whedon (l'autore di Buffy) nel 2002-2003, di cui è stata realizzata una sola stagione di 15 puntate. La decisione di cancellare lo show venne presa ancor prima di terminarne la trasmissione, a causa di ascolti bassi - forse anche perché il canale Fox stava trasmettendo gli episodi in un ordine diverso da quello progettato da Whedon.

Nonostante la breve durata, il telefilm ebbe molto successo quando uscì in DVD, e ottenne molto affetto da parte dei fan, vincendo anche un Emmy nel 2003. Fu probabilmente a causa di questo successo "postumo" che Whedon e la Universal Pictures nel 2005 decisero di realizzare anche un film (intitolato "Serenity") con lo stesso cast, e che riprende idealmente dalla fine del telefilm (anche se, secondo me, il ritmo del film è più cupo e drammatico rispetto ai toni degli episodi del telefilm). Sono anche usciti dei fumetti con storie inedite. In Italia "Firefly" è stato trasmesso dal canale satellitare Jimmy.
Per quanto mi riguarda, il telefilm mi è piaciuto moltissimo. Non sono una grande appassionata di fantascienza, ma questa serie è piuttosto atipica, non è fantascienza "pura", non ci sono alieni ed extraterrestri ma anzi, è molto "umana" :-)

Anno 2517 d.C. Distrutta la Terra, si trovò un nuovo sistema solare e nuovi pianeti vennero colonizzati, con un sistema di "terrificazione" per renderne abitabile l'atmosfera. Alcuni diventarono ricchi e pieni di tecnologia, altri molto meno. Le uniche due superpotenze sopravvissute furono gli Stati Uniti e la Cina, fusi a formare un governo federale centrale, chiamato l'Alleanza, portatore al tempo stesso delle due culture, occidentale e orientale. I pianeti centrali dell'Alleanza cercarono di imporre le loro regole agli altri. Sorsero aspre discordie e alcuni li combatterono. Dopo la guerra gli indipendentisti, che avevano combattuto e perso, raggiunsero i confini del nuovo sistema, lontano dai controlli dell'Alleanza. Qui la gente sopravviveva con tecnologie elementari, proprio come in una specie di nuovo far west.
In questo contesto un'astronave dà lavoro, e avere una pistola aiuta a mantenerlo. L'obiettivo di un capitano è avere un equipaggio, trovare un lavoro, continuare a volare.

Malcolm Reynolds (Nathan Fillion) è un ex combattente degli indipendentisti; al termine della guerra, ha acquistato un'astronave da trasporto classe Firefly, l'ha ribattezzata Serenity (come una delle battaglie in cui è stato decorato), e ha cominciato l'attività di libero trasporto (leggasi: contrabbando). Fanno parte dell'equipaggio Zoe (Gina Torres), sua vecchia compagna d'armi; Wash (Alan Tudyk), pilota e marito di Zoe; Jayne (Adam Baldwin), una sorta di mercenario; Kayle (Jewel Staite), ragazza meccanico dell'astronave, e Inara (Morena Baccarin), un'accompagnatrice (una specie di cortigiana-geisha) che viaggia insieme a loro.
Nella prima puntata la Serenity prende a bordo altri tre ospiti: il pastore Book (Ron Williams), e Simon (Sean Maher) e River (Summer Glau), fratello e sorella fuggitivi, lui medico, che ha aiutato lei a evadere da un laboratorio dell'Alleanza dove hanno svolto dei non meglio identificati esperimenti sulla sua mente, lasciandola disturbata.


I 15 episodi del telefilm sono in parte autoconclusivi, ma vanno comunque visti in ordine perché contengono fili narrativi che si sviluppano, e anche alcuni personaggi che ritornano in puntate successive.

Con mio sommo disappunto, il film lascia invece irrisolti alcuni rapporti evidenziati nel telefilm (mi riferisco soprattutto ai sentimenti inespressi di Mal e di Inara), accenna all'evoluzione positiva di altri (Kayle e Simon), ci fa assistere alla morte di due membri dell'equipaggio (il pastore e Wash), e sblocca finalmente l'impasse di River.