Due mattine fa mi sono fatta le mie consuete 14 fermate di metro con la tizia seduta davanti a me che ha parlato constantemente al cellulare per tutto il tempo. Stava parlando dei cazzi suoi con una sua amica, e lo faceva con una voce forte e profonda, che mi urtava non poco (sapete com'è, con 'ste sensazioni epidermiche di rifiuto non c'è molto da fare...). Il tutto mentre io tentavo miserevolmente di leggere il mio libro...
Stamattina di nuovo metro, e chi sale alla fermata successiva alla mia, e si viene a sedere nell'unico posto libero, esattamente di fianco a me? Ma di nuovo la stessa tizia, no? già dotata di cellulare all'orecchio e con la conversazione già in corso mentre entrava - tanto che l'ho riconosciuta non perché l'abbia guardata in faccia (stavo infatti già leggendo), ma dalla voce irritante. E ovviamente è di nuovo andata avanti per tuuuutto il tragitto a parlare, parlare e parlare di nuovo dei cavoli suoi ad alta voce. Dio che palle!
Ora, ci sono tre categorie di persone che ODIO trovarmi accanto sui mezzi, e ancor più al mattino (più o meno presto):
1) quelli che hanno gli auricolari infilati nelle orecchie e hanno il volume del loro tunz-tunz come se fossero in discoteca (tanto che si sente 'sto rumore sino al fondo della carrozza), normalmente si tratta di ragazzotti;
2) quelli che parlano per un'eternità al cellulare a voce alta, rendendo edotti tutti coloro che li circondano delle loro vicende (e qui la categoria è molto ampia, uomini o donne, giovani o vecchi indifferentemente) - quando me ne trovo uno di fianco maledico sempre la Metro torinese che consente di parlare al cellulare anche a bordo dei treni, in galleria...
3) quelli che entrano e ti si piazzano accanto dopo aver fumato: mi basta una quantità millesimale di fumo per sgamarli, mi sento un piccolo beagle nel riconoscerli. Non posso farci niente, l'odore mi dà fastidio, e sono stra-certa che venga passato anche ai miei abiti e a miei capelli, stando accanto a loro.
giovedì 4 aprile 2013
mercoledì 3 aprile 2013
robert capa
Robert Capa. Retrospettiva
Palazzo Reale, Torino
(15 marzo - 14 luglio 2013)
L'esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in bianco e nero, raggruppate in undici sezioni: Leon Trotsky (1932), France (1936-1939), Spain (1936-1939), China (1938), Britain & Italy (1941-1944), France (1944), Germany (1945), Eastern Europe (1947-1949), Israel (1948-1950), Indochina (1954), Friends.
Palazzo Reale, Torino
(15 marzo - 14 luglio 2013)
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| Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, 1943 |
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| Raid aereo sopra Barcellona, 1939 |
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| Morte di un miliziano lealista, Spagna, inizio settembre 1936 |
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| Tè in un rifugio antiaereo, Londra, 1941 |
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| Uomo e gatto in attesa dei raid aerei, Londra, 1941 |
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| Soldati americani feriti in un ospedale di fortuna nella chiesa di Maiori, Italia, 1943 |
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| Ufficiale tedesco perquisito da un soldato americano, Francia, 1944 |
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| Donna con testa rasata per aver avuto un bambino con un soldato tedesco, Chartres, agosto 1944 |
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| Uno degli ultimi soldati a morire colpito da un cecchino, Lipsia, maggio 1945 |
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| Una donna porta i suoi bagagli accompagnata da un bambino, Haifa, Israele, 1949-50 |
L'esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in bianco e nero, raggruppate in undici sezioni: Leon Trotsky (1932), France (1936-1939), Spain (1936-1939), China (1938), Britain & Italy (1941-1944), France (1944), Germany (1945), Eastern Europe (1947-1949), Israel (1948-1950), Indochina (1954), Friends.
Articolo sulla mostra tratto da "La Stampa":
Robert Capa in mostra a Torino, la guerra con la Leica in tasca
di Rocco Moliterni
Si può partire da quell’ultima immagine che diventa quasi simbolica: come nella scena finale di un film due motociclisti sembrano andarsene tra la polvere, in Vietnam, sulla strada che porta da Nam Dinh a Tahai Binh. È il 25 maggio del 1954, di lì a poco su quella stessa strada una mina farà saltare in aria, a soli 40 anni, l’autore di quello scatto: Robert Capa, uno dei più grandi fotografi del Novecento, fondatore tra l’altro, con Henri Cartier-Bresson, dell’Agenzia Magnum.
A rilanciare l’epopea di Capa, nel centenario della nascita, è da oggi a Palazzo Reale di Torino, la retrospettiva curata da Lorenza Bravetta, responsabile Europa della Magnum, e organizzata da Silvana editoriale in collaborazione con la stessa Magnum e con il patrocinio del Comune di Torino. La mostra ripercorre la breve e intensa carriera di Capa, proponendo 97 immagini in undici sezioni. Si parte così con le celebri foto di Trotsky, realizzate da Capa nel 1932 quando all’anagrafe faceva ancora Endre Ernö Friedmann ed era un giovane ungherese riparato a Berlino. Qui si arrangiava facendo l’assistente in camera oscura all’agenzia Dephot. Fu il suo primo grande scoop: il rivoluzionario sovietico doveva parlare allo stadio di Copenhagen, ma non voleva essere fotografato. Così i fotoreporter di tutto il mondo arrivati nella capitale danese con le loro voluminose apparecchiature vennero bloccati all’ingresso. «Io - racconterà anni dopo Capa - portavo in tasca una piccola Leica, quindi a nessuno venne in mente che fossi un fotografo. Quando arrivarono gli operai che dovevano portare lunghi tubi di acciaio nella sala, mi unii a loro e con la mia Leica, andai alla ricerca di Trotsky».
Ma l’avvento del nazismo costringe il giovane ungherese di origine ebraica a lasciare Berlino per approdare a Parigi. Qui si innamora non solo della città ma anche di Gerda Taro, una fotografa tedesca che prima gli consiglia di cambiare il nome in Capa e poi lo aiuta vendere le foto nelle agenzie parigine. Di quel periodo in mostra vediamo Leon Blum e i sostenitori del Fronte Popolare, leader sindacali sul palco e bambini con il pugno chiuso. Poi verrà la guerra di Spagna e qui Capa perderà la sua compagna Gerda Tara in un incidente sotto un attacco aereo tedesco, ma nel settembre del 1936 realizzerà il Miliziano che muore, una fotografia che diventa ben presto non solo l’icona della guerra di Spagna ma una delle più famose immagini del Novecento.
La rivediamo accanto a foto di gente che corre a Bilbao verso i rifugi e di profughi repubblicani nei campi francesi quando ormai la Repubblica è sconfitta, nel 1939. Nel frattempo Capa è riuscito anche ad andare in Cina, realizzando un reportage in cui ci sono tanto Chang Kai-shek quanto la moglie, spettacoli di propaganda e un’immagine di bambini che giocano nella neve con i loro cappotti lunghi che oggi ci colpisce perché sembra anticipare i pretini di Giacomelli.
Poi sarà la volta, tra il 1941 e il 1944, dei grandi reportage della Gran Bretagna sotto i bombardamenti e dell’Italia dove sono appena sbarcati gli americani: Capa fotografa il contadino siciliano che indica la strada a un marine americano, le donne di Cassino con le ceste in testa, e (bellissima) i soldati americani feriti che fumano in una chiesa di Maiori trasformata in ospedale da campo. Poi il 6 giugno del 1944 Capa, cui non manca certo il coraggio, sbarca con gli alleati a Omaha Beach in quello che passerà alla storia come il D-Day. «Le pallottole aprivano buchi nell’acqua intorno a me», scrisse. «Era molto presto e la luce era molto grigia per scattare buone fotografie, ma l’acqua e il cielo grigi rendevano di grande effetto quegli omini che si barcamenavano fra i piani surreali della squadra hitleriana anti-invasione».
Capa scatta quattro rullini da 36 foto e ritorna in Gran Bretagna perché possano essere sviluppate al più presto: «Quando - raccontava ieri alla presentazione della mostra il 94 enne John Morris, che fu amico di Capa, nonchè direttore di Magnum e che all’epoca lavorava per «Time» a Londra - arrivarono nei nostri studi li mandammo subito in camera oscura. Ma un giovane assistente preso dall’ansia sbagliò qualcosa e venne da me costernato a dirmi che tutti i rullini erano inutilizzabili. Andai a vedere, era un disastro, ma nel quarto rullino riuscimmo a salvare 11 scatti». Sono quelli, in parte mossi e sfocati, che fecero il giro del mondo e che ancora adesso sono immagini simbolo della Seconda guerra mondiale. Dalla Normandia Capa segue le truppe alleate a Parigi e racconta la liberazione della città, con il generale De Gaulle in parata e le giovani collaborazioniste dalla testa rasata. Di qui si sposta in Germania a documentare le distruzioni di Berlino (e c’è una foto che sembra quasi, non fosse per quegli uomini in bicicletta, una Beirut di Basilico). Nel dopoguerra la curiosità spinge Capa in Ucraina dove ci restituisce contadine sorridenti e famiglie che mangiano in fattorie collettive e coppie che danzano a piedi nudi.
C’è ancora il tempo di andare in Israele, anche qui bambini in campi per immigrati e donne sfollate che portano pesanti valigie sulla testa. Poi ci sarà l’Indocina e il «finale di partita». Capa non è stato però solo un fotografo di guerra, ma un uomo di grande sensibilità e ironia (come si intuisce dal ritratto che gli fa Ruth Ohkin): amava la vita, gli amici e le donne. Per cui l’ultima sezione sfodera celebri immagini di Hemingway, Picasso, Faulkner, Truman Capote e lo splendido collo di Ingrid Bergman, con cui ebbe una travolgente e sfortunata storia d’amore, iniziata con un bigliettino fatto passare sotto la porta della stanza d’hotel dell’attrice. Per sintetizzare la sua grandezza val la pena ricorrere a quanto scrisse il suo amico John Steinbeck: «Capa sapeva che non si può fotografare la guerra, perché si tratta per lo più di un’emozione: Ma lui riuscì a catturare quell’emozione scattando accanto ad essa. Era in grado di mostrare l’orrore patito da un intero popolo sul volto di un bambino».
martedì 26 marzo 2013
la barca sublime
La Barca Sublime
Reggia di Venaria Reale, Torino
Credo che non molti sappiano che a Torino c'è l'ultima imbarcazione veneziana originale del Settecento esistente al mondo. Si tratta della Peota Reale, o Bucintoro dei Savoia.
La storia - Il Bucintoro torinese è una sontuosa imbarcazione da parata per la navigazione fluviale ed ebbe una funzione fondamentale come strumento di comunicazione del potere regio, figurando come "palcoscenico" sulle acque nei momenti più rappresentativi del cerimoniale di corte. Definibile per tipologia come "Peota" (dalla particolare conformazione a scafo piatto per la navigazione in acque basse e ad unico ponte), fu ordinato nel 1729 da Vittorio Amedeo II di Savoia quale Reggia sull’acqua, un prestigioso simbolo "di moda" nelle corti dell’epoca (oltre ai Savoia, ne possedettero Francesco I Re di Francia, gli Estensi e i Gonzaga).
La Peota venne realizzata a Venezia negli "squeri", o cantieri navali, dove si costruivano e riparavano le barche di piccole dimensioni come le gondole e altri natanti tipici della tradizione navale veneziana (il Bucintoro dei Dogi veniva invece costruito nei cantieri dell’Arsenale della Serenissima). La barca torinese rimane oggi l’unico grande esempio dell’eccellenza dell’arte veneziana di epoca moderna per le barche da parata e per la loro decorazione scultorea e pittorica, dato che l’ultimo Bucintoro dei Dogi venne distrutto dal fuoco nel 1798.
La Peota dei Savoia è lunga quasi 16 metri e larga circa 2,60 con albero di 12,20 metri; il ricco progetto decorativo si deve al veneziano Matteo Calderoni e reca a prua un gruppo scultoreo intagliato e dorato raffigurante Narciso affiancato da sagome di vecchi barbuti simboleggianti i fiumi Adige e Po. A poppa vi è un altro gruppo dorato con due cavalli marini con al centro il timone a barra in forma di drago, mentre un fregio dorato in altorilievo corre lungo tutto il corpo dello scafo, con raffigurazioni di neredi, tritoni e divinità marine.
Il tiemo, cioè il padiglione coperto per gli ospiti, è lungo circa 5 metri, con tetto in legno sostenuto da 12 pilastrini che formano 9 finestre chiuse da cristallo e da scuri lignei decorati. È munita di panche destinate alla corte, ma in origine conteneva anche due piccoli troni, non più esistenti, e una tavola dorata per i sovrani. Alle estremità del padiglione è presente lo stemma sabaudo tra due leoni e sorretto da cariatidi, i rilievi sono decorati con aquile, conchiglie e cartigli. Le fiancate sono dotate di otto scalmi, forcole, ai quali si aggiungono altri due di cui non c’è la sede.
Il Bucintoro sabaudo venne pagato dall’amministrazione piemontese oltre 34.000 lire del Piemonte, ovvero circa 3 milioni di euro attuali, una cifra altissima. Altri confronti significativi sul valore attribuito all’imbarcazione: la somma totale pagata equivaleva a 15 anni di stipendio assegnato al medico del Re, o addirittura a 100 anni di quello riconosciuto al grande ebanista di corte Pietro Piffetti.
La Peota dei Savoia giunse a Torino dopo un viaggio a traino animale sul Po di 32 giorni: il 4 settembre 1731 fu consegnata al concierge del Castello del Valentino, accompagnata da una gondola e da una burchiella, imbarcazione da carico che trasportava le decorazioni e l’armatura della barca smontate.
La Peota fu 'protagonista' del primo viaggio in Italia via fiume effettuato dal re nel 1734; delle celebrazioni torinesi del matrimonio tra Carlo Emanuele IV e Maria Clotilde di Borbone nel 1776 e dei matrimoni di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide nel 1842 e di Amedeo d’Aosta con Maria dal Pozzo della Cisterna nel 1867.
Vittorio Emanuele II donò il Bucintoro alla città di Torino, che nel 1873 lo destinò al suo Museo Civico. La Peota lasciò quindi la sede della rimessa del Valentino sulla riva destra del Po, e giunse in seguito a Palazzo Madama dove rimase fino al 2000, quando venne trasferita al Laboratorio Nicola Restauri ad Aramengo d’Asti; nel settembre del 2011 arriva al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale per essere sottoposta a complessi interventi di recupero, preliminari alla sua esposizione.
La mostra - Alla Reggia di Venaria la Peota viene esposta in una delle scuderie juvarriane, con un allestimento teatral-multimediale. L’idea portante è l’immersione della barca nell’architettura monumentale della scuderia, e la creazione di un autentico Teatro della Memoria barocco, spazio fisico, ma anche luogo dei sogni dove mettere in scena l’imbarcazione. Arie musicali settecentesche di Antonio Vivaldi, contemporanee alla Barca Sublime, e immagini avvolgenti e oniriche costituiscono lo spettacolo.
La visita (guidata) avviene a gruppi, e dura circa 40 minuti. All'inizio del giro ci sono due schermi che illustrano sinteticamente le operazioni di restauro (questa è una parte che invece mi sarebbe piaciuto fosse più ampia ed approfondita). Il percorso prosegue poi davanti a uno schermo che, tramite un sapiente morphing che gioca con gli effetti dell’acqua, porta dalla Venezia del Canaletto alla Torino dipinta da Bellotto, fino ad arrivare ai Murazzi contemporanei. Si passa poi nell'ambiente successivo, dove si guarda verso l'alto e si vede planare nell'acqua l'ombra della gondola come se si stesse camminando nella profondità del canale, e si arriva nel "teatro della memoria", un ambiente a metà fra un teatro settecentesco e la stiva di una nave. Qui ci sono proiezioni e voci di personaggi storici e di fantasia, collegati alla Peota, che narrano aneddoti sulla sua realizzazione. E infine si arriva sul "palcoscenico", nell'ambiente in fondo alla galleria dove è stata sistemata la Peota, su un "fiume" di specchi. Si può girare intorno al barcone e rimirarlo da ogni lato. Nel frattempo, sul soffitto vengono proiettati filmati con personaggi in costume del Settecento, come se fossero gli atti di una rappresentazione teatrale.
L'allestimento scenografico è alquanto suggestivo, ma per quanto mi riguarda ho trovato la "barca sublime" talmente affascinante che me ne sarei rimasta a contemplarla per ore anche senza le musiche e gli orpelli di sottofondo. Ad ogni buon conto le musiche (Vivaldi) sono pienamente adeguate e contribuiscono ad accrescere l'atmosfera. Invece le proiezioni sul soffitto non mi hanno fatta impazzire, le ho trovate un po' fuori contesto e credo che tendano a distogliere l'attenzione dall'oggetto magnifico che invece si staglia davanti agli occhi del visitatore, e che è il vero protagonista della sala.
Reggia di Venaria Reale, Torino
Credo che non molti sappiano che a Torino c'è l'ultima imbarcazione veneziana originale del Settecento esistente al mondo. Si tratta della Peota Reale, o Bucintoro dei Savoia.
La storia - Il Bucintoro torinese è una sontuosa imbarcazione da parata per la navigazione fluviale ed ebbe una funzione fondamentale come strumento di comunicazione del potere regio, figurando come "palcoscenico" sulle acque nei momenti più rappresentativi del cerimoniale di corte. Definibile per tipologia come "Peota" (dalla particolare conformazione a scafo piatto per la navigazione in acque basse e ad unico ponte), fu ordinato nel 1729 da Vittorio Amedeo II di Savoia quale Reggia sull’acqua, un prestigioso simbolo "di moda" nelle corti dell’epoca (oltre ai Savoia, ne possedettero Francesco I Re di Francia, gli Estensi e i Gonzaga).
La Peota venne realizzata a Venezia negli "squeri", o cantieri navali, dove si costruivano e riparavano le barche di piccole dimensioni come le gondole e altri natanti tipici della tradizione navale veneziana (il Bucintoro dei Dogi veniva invece costruito nei cantieri dell’Arsenale della Serenissima). La barca torinese rimane oggi l’unico grande esempio dell’eccellenza dell’arte veneziana di epoca moderna per le barche da parata e per la loro decorazione scultorea e pittorica, dato che l’ultimo Bucintoro dei Dogi venne distrutto dal fuoco nel 1798.
La Peota dei Savoia è lunga quasi 16 metri e larga circa 2,60 con albero di 12,20 metri; il ricco progetto decorativo si deve al veneziano Matteo Calderoni e reca a prua un gruppo scultoreo intagliato e dorato raffigurante Narciso affiancato da sagome di vecchi barbuti simboleggianti i fiumi Adige e Po. A poppa vi è un altro gruppo dorato con due cavalli marini con al centro il timone a barra in forma di drago, mentre un fregio dorato in altorilievo corre lungo tutto il corpo dello scafo, con raffigurazioni di neredi, tritoni e divinità marine.
Il tiemo, cioè il padiglione coperto per gli ospiti, è lungo circa 5 metri, con tetto in legno sostenuto da 12 pilastrini che formano 9 finestre chiuse da cristallo e da scuri lignei decorati. È munita di panche destinate alla corte, ma in origine conteneva anche due piccoli troni, non più esistenti, e una tavola dorata per i sovrani. Alle estremità del padiglione è presente lo stemma sabaudo tra due leoni e sorretto da cariatidi, i rilievi sono decorati con aquile, conchiglie e cartigli. Le fiancate sono dotate di otto scalmi, forcole, ai quali si aggiungono altri due di cui non c’è la sede.
Il Bucintoro sabaudo venne pagato dall’amministrazione piemontese oltre 34.000 lire del Piemonte, ovvero circa 3 milioni di euro attuali, una cifra altissima. Altri confronti significativi sul valore attribuito all’imbarcazione: la somma totale pagata equivaleva a 15 anni di stipendio assegnato al medico del Re, o addirittura a 100 anni di quello riconosciuto al grande ebanista di corte Pietro Piffetti.
La Peota dei Savoia giunse a Torino dopo un viaggio a traino animale sul Po di 32 giorni: il 4 settembre 1731 fu consegnata al concierge del Castello del Valentino, accompagnata da una gondola e da una burchiella, imbarcazione da carico che trasportava le decorazioni e l’armatura della barca smontate.
La Peota fu 'protagonista' del primo viaggio in Italia via fiume effettuato dal re nel 1734; delle celebrazioni torinesi del matrimonio tra Carlo Emanuele IV e Maria Clotilde di Borbone nel 1776 e dei matrimoni di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide nel 1842 e di Amedeo d’Aosta con Maria dal Pozzo della Cisterna nel 1867.
Vittorio Emanuele II donò il Bucintoro alla città di Torino, che nel 1873 lo destinò al suo Museo Civico. La Peota lasciò quindi la sede della rimessa del Valentino sulla riva destra del Po, e giunse in seguito a Palazzo Madama dove rimase fino al 2000, quando venne trasferita al Laboratorio Nicola Restauri ad Aramengo d’Asti; nel settembre del 2011 arriva al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale per essere sottoposta a complessi interventi di recupero, preliminari alla sua esposizione.
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La mostra - Alla Reggia di Venaria la Peota viene esposta in una delle scuderie juvarriane, con un allestimento teatral-multimediale. L’idea portante è l’immersione della barca nell’architettura monumentale della scuderia, e la creazione di un autentico Teatro della Memoria barocco, spazio fisico, ma anche luogo dei sogni dove mettere in scena l’imbarcazione. Arie musicali settecentesche di Antonio Vivaldi, contemporanee alla Barca Sublime, e immagini avvolgenti e oniriche costituiscono lo spettacolo.
La visita (guidata) avviene a gruppi, e dura circa 40 minuti. All'inizio del giro ci sono due schermi che illustrano sinteticamente le operazioni di restauro (questa è una parte che invece mi sarebbe piaciuto fosse più ampia ed approfondita). Il percorso prosegue poi davanti a uno schermo che, tramite un sapiente morphing che gioca con gli effetti dell’acqua, porta dalla Venezia del Canaletto alla Torino dipinta da Bellotto, fino ad arrivare ai Murazzi contemporanei. Si passa poi nell'ambiente successivo, dove si guarda verso l'alto e si vede planare nell'acqua l'ombra della gondola come se si stesse camminando nella profondità del canale, e si arriva nel "teatro della memoria", un ambiente a metà fra un teatro settecentesco e la stiva di una nave. Qui ci sono proiezioni e voci di personaggi storici e di fantasia, collegati alla Peota, che narrano aneddoti sulla sua realizzazione. E infine si arriva sul "palcoscenico", nell'ambiente in fondo alla galleria dove è stata sistemata la Peota, su un "fiume" di specchi. Si può girare intorno al barcone e rimirarlo da ogni lato. Nel frattempo, sul soffitto vengono proiettati filmati con personaggi in costume del Settecento, come se fossero gli atti di una rappresentazione teatrale.
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lunedì 25 marzo 2013
gli abiti di capucci
Ho approfittato del sabato piovoso per andare alla Reggia di Venaria a visitare alcune mostre in corso, fra cui quella della Peota Reale (che ero curiosissima di vedere) e quella sulle creazioni di Capucci, appena cominciata.
Roberto Capucci. La ricerca della regalità
Reggia di Venaria Reale, Torino
(23 marzo 2013 -8 settembre 2013 prorogata al 2 febbraio 2014)
Ho qualche difficoltà a definire Capucci uno stilista, perché i suoi non sono abiti normali, ma creazioni del tutto particolari. Un vestito serve a proteggere dal freddo, in origine, e successivamente ad indicare uno status, o a valorizzare la figura e la persona chi lo porta, uomo o donna che sia. In questo quindi un abito ha una funzione, primordiale oppure ornamentale, che comunque valorizza chi lo porta.
Ma gli abiti disegnati da Capucci vanno oltre, sono esagerati e, molto spesso, direi che sono quasi fini a se stessi, delle vere e proprie opere d'arte, delle sculture di stoffa che talvolta sfidano le leggi della fisica. Sono coloratissimi, sorprendenti e geniali, ti lasciano a bocca aperta e sono bellissimi. Ma sono molto difficili da portare, e secondo me alcuni modelli fagocitano addirittura chi li indossa. Per questo non riesco a definire Capucci come uno stilista, ma oso indicarlo come un artista. Uno stilista si muove con un'ispirazione diversa, ma Capucci no, tant'è vero che - se ho capito bene - ormai da diversi anni non realizza più i propri lavori affinché questi siano indossati, ma proprio perché siano esposti nella sua Fondazione e nelle varie mostre che vengono organizzate in giro per il mondo.
La mostra alla Venaria espone una cinquantina di abiti, creati dagli anni Cinquanta ad oggi, insieme a diversi bozzetti, fotografie e filmati sulle celebrità che hanno indossato queste creazioni. La prima sala propone sette vestiti da sposa, realmente indossati da signore dell'alta società, tutti con strascichi lunghissimi ed esagerati (provate a guardare gli abiti da dietro, dal fondo dello strascico... Ce n'è uno in georgette per cui sono stati usati 120 metri di stoffa per la sua lavorazione! In fondo allo strascico di un abito addirittura si vedono ancora le macchie d'acqua nel quale probabilmente è passato... è difficile portare in tintoria questi capi).
In una sala successiva è esposto il vestito in velluto con cui Rita Levi Montalcini presenziò alla cerimonia con cui ricevette il premio Nobel nel 1986; a differenza di tutti gli altri, le linee di quest'abito risultano decisamente semplici e severe.
Più avanti ci sono altri "esperimenti" in stoffa: alcuni che ricalcano le linee architettoniche, tanto da ricordare delle vere e proprie colonne, doriche e corinzie; altri che si ispirano agli elementi della natura, come il vestito rosso che vuole raffigurare la fiamma, oppure quelli ispirati ai fiori e alle orchidee. Per ultimo, è esposto un vestito di scena usato da Maria Callas.
Ho trovato questa mostra molto interessante: un percorso di grande fascino che attraversa la seconda metà del Novecento sul tema della moda, ricostruendo l’itinerario creativo di uno dei maestri della moda mondiale.
Roberto Capucci. La ricerca della regalità
Reggia di Venaria Reale, Torino
(23 marzo 2013 -
Ho qualche difficoltà a definire Capucci uno stilista, perché i suoi non sono abiti normali, ma creazioni del tutto particolari. Un vestito serve a proteggere dal freddo, in origine, e successivamente ad indicare uno status, o a valorizzare la figura e la persona chi lo porta, uomo o donna che sia. In questo quindi un abito ha una funzione, primordiale oppure ornamentale, che comunque valorizza chi lo porta.
Ma gli abiti disegnati da Capucci vanno oltre, sono esagerati e, molto spesso, direi che sono quasi fini a se stessi, delle vere e proprie opere d'arte, delle sculture di stoffa che talvolta sfidano le leggi della fisica. Sono coloratissimi, sorprendenti e geniali, ti lasciano a bocca aperta e sono bellissimi. Ma sono molto difficili da portare, e secondo me alcuni modelli fagocitano addirittura chi li indossa. Per questo non riesco a definire Capucci come uno stilista, ma oso indicarlo come un artista. Uno stilista si muove con un'ispirazione diversa, ma Capucci no, tant'è vero che - se ho capito bene - ormai da diversi anni non realizza più i propri lavori affinché questi siano indossati, ma proprio perché siano esposti nella sua Fondazione e nelle varie mostre che vengono organizzate in giro per il mondo.
La mostra alla Venaria espone una cinquantina di abiti, creati dagli anni Cinquanta ad oggi, insieme a diversi bozzetti, fotografie e filmati sulle celebrità che hanno indossato queste creazioni. La prima sala propone sette vestiti da sposa, realmente indossati da signore dell'alta società, tutti con strascichi lunghissimi ed esagerati (provate a guardare gli abiti da dietro, dal fondo dello strascico... Ce n'è uno in georgette per cui sono stati usati 120 metri di stoffa per la sua lavorazione! In fondo allo strascico di un abito addirittura si vedono ancora le macchie d'acqua nel quale probabilmente è passato... è difficile portare in tintoria questi capi).
In una sala successiva è esposto il vestito in velluto con cui Rita Levi Montalcini presenziò alla cerimonia con cui ricevette il premio Nobel nel 1986; a differenza di tutti gli altri, le linee di quest'abito risultano decisamente semplici e severe.
Più avanti ci sono altri "esperimenti" in stoffa: alcuni che ricalcano le linee architettoniche, tanto da ricordare delle vere e proprie colonne, doriche e corinzie; altri che si ispirano agli elementi della natura, come il vestito rosso che vuole raffigurare la fiamma, oppure quelli ispirati ai fiori e alle orchidee. Per ultimo, è esposto un vestito di scena usato da Maria Callas.
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Ho trovato questa mostra molto interessante: un percorso di grande fascino che attraversa la seconda metà del Novecento sul tema della moda, ricostruendo l’itinerario creativo di uno dei maestri della moda mondiale.
giovedì 14 marzo 2013
habemus nuovo sfondo
Volevo apportare qualche leggero cambiamento, soprattutto al background... e per adesso ho scelto questo, un po' più floreale e primaverile. Però non sono convinta dell'effetto complessivo e degli abbinamenti di colore: quando avrò un attimo di tempo cercherò di migliorarlo.
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lunedì 11 marzo 2013
calculated in death
Nell'Upper East Side di Manhattan una donna viene trovata morta in fondo alle scale, spogliata di tutti i suoi oggetti di valore. Eve Dallas capisce subito che non si tratta di una semplice rapina andata male.
La vittima, Marta Dickenson, è una contabile, un'amata moglie e madre, e non sembra il tipo da essere sulla lista nera di nessuno. Eve e Peabody trovano delle tracce di sangue anche dentro l'edificio, e Eve capisce che l'omicidio è stato il lavoro di un killer allenato, anche se non un vero e proprio professionista, nemmeno troppo intelligente da rimuovere tutte le prove.
Inoltre dalll'ufficio di Marta vengono rubati dei files, così Eve si trova a chiedere aiuto a Roarke per muoversi nel mondo del business, delle frodi e delle certificazioni aziendali. Ma ben presto Marta non è più l'unica vittima, perché anche altre pedine che erano coinvolte nelle frodi cominciano a cadere. Per acchiappare i colpevoli, Eve non esita a proporsi come esca, proprio durante la premiere del film realizzato sul caso Icove.
Dunque, al 37esimo libro di una serie non è che ci si aspettino grandissime novità, siamo sinceri, ma almeno qualcosa che tenga desta l'attenzione, un contentino per i fan fedeli che seguono da tempo la storia, bè questo sarebbe lecito aspettarselo...
Sono andata incredibilmente piano nella lettura, soprattutto nella prima metà, perché il libro non ingranava, almeno non con le mie marce. Più di una volta mi son trovata a pensare che forse non l'aveva neanche scritto la Robb - ho avuto 'sto pensiero - anche perché come farebbe 'sta donna a mantenere il ritmo dei libri che scrive facendoli uscire tutti col buco, boh? Comunque ero abbastanza delusa, avanzavo a fatica fra le pagine: i soliti giri, i litigi (infantili) di Eve con la macchinetta delle brioche e della Pepsi, gli ennesimi insulti con Summerset, e Roarke che entra in scena tardi, dopo pagina 80 o giù di lì...
La seconda parte del libro per fortuna è un po' più movimentata, recupera un po' e sono andata a passo più spedito. Il giudizio complessivo sul libro è risalito, però mi rendo conto che non c'è più la passione che ammantava la lettura dei primi libri. Sarà colpa mia? Magari mi sono un po' stufata e mi piacerebbe che nella serie avvenisse qualche scossone o, in mancanza, si andasse verso un epilogo degno delle aspettative di tutti i fan. Certo, leggerò ancora il prossimo libro che uscirà, e anche quello successivo, però se anche loro saranno (in parte) deludenti come questo, mi rendo conto che anche il mio affetto per questa serie ne risentirà...
Poi, non so se è soltanto una mia sensazione, ma trovo che ci siano meno accenni ad aggeggi o trovate futuristiche rispetto ai libri precedenti. Sarà che anche noi ci stiamo avvicinando al 2060 (!), ma ci sono meno aspetti che mi sorprendono e mi fanno pensare 'apperò!'
La vittima, Marta Dickenson, è una contabile, un'amata moglie e madre, e non sembra il tipo da essere sulla lista nera di nessuno. Eve e Peabody trovano delle tracce di sangue anche dentro l'edificio, e Eve capisce che l'omicidio è stato il lavoro di un killer allenato, anche se non un vero e proprio professionista, nemmeno troppo intelligente da rimuovere tutte le prove.
Inoltre dalll'ufficio di Marta vengono rubati dei files, così Eve si trova a chiedere aiuto a Roarke per muoversi nel mondo del business, delle frodi e delle certificazioni aziendali. Ma ben presto Marta non è più l'unica vittima, perché anche altre pedine che erano coinvolte nelle frodi cominciano a cadere. Per acchiappare i colpevoli, Eve non esita a proporsi come esca, proprio durante la premiere del film realizzato sul caso Icove.
Dunque, al 37esimo libro di una serie non è che ci si aspettino grandissime novità, siamo sinceri, ma almeno qualcosa che tenga desta l'attenzione, un contentino per i fan fedeli che seguono da tempo la storia, bè questo sarebbe lecito aspettarselo...
Sono andata incredibilmente piano nella lettura, soprattutto nella prima metà, perché il libro non ingranava, almeno non con le mie marce. Più di una volta mi son trovata a pensare che forse non l'aveva neanche scritto la Robb - ho avuto 'sto pensiero - anche perché come farebbe 'sta donna a mantenere il ritmo dei libri che scrive facendoli uscire tutti col buco, boh? Comunque ero abbastanza delusa, avanzavo a fatica fra le pagine: i soliti giri, i litigi (infantili) di Eve con la macchinetta delle brioche e della Pepsi, gli ennesimi insulti con Summerset, e Roarke che entra in scena tardi, dopo pagina 80 o giù di lì...
La seconda parte del libro per fortuna è un po' più movimentata, recupera un po' e sono andata a passo più spedito. Il giudizio complessivo sul libro è risalito, però mi rendo conto che non c'è più la passione che ammantava la lettura dei primi libri. Sarà colpa mia? Magari mi sono un po' stufata e mi piacerebbe che nella serie avvenisse qualche scossone o, in mancanza, si andasse verso un epilogo degno delle aspettative di tutti i fan. Certo, leggerò ancora il prossimo libro che uscirà, e anche quello successivo, però se anche loro saranno (in parte) deludenti come questo, mi rendo conto che anche il mio affetto per questa serie ne risentirà...
Poi, non so se è soltanto una mia sensazione, ma trovo che ci siano meno accenni ad aggeggi o trovate futuristiche rispetto ai libri precedenti. Sarà che anche noi ci stiamo avvicinando al 2060 (!), ma ci sono meno aspetti che mi sorprendono e mi fanno pensare 'apperò!'
il re e l'architetto
Il Re e l'Architetto. Viaggio in una città perduta e ritrovata
Archivio di Stato, Torino
(8 marzo -30 aprile 2013) prorogato al 2 giugno
La mostra si propone di offrire al visitatore di oggi un viaggio virtuale nella Torino di fine Settecento, alla ricerca di architetture pubbliche e private che evidenzino problemi di sviluppo urbanistico tipici delle capitali di Stati di età moderna (ad es. la magnificenza architettonica come immagine del potere), ma non dissimili da quelli di città minori.
Al di là delle grandi decisioni di organizzazione del territorio, si tratta di come progettare l’inserimento di nuovi edifici nel tessuto preesistente, di confrontare costi e benefici di diverse opzioni progettuali e di scegliere per la rinuncia al progetto o la sua realizzazione.
Il viaggio inizierà dalla Porta Susina, come quello dei visitatori del Grand Tour provenienti dalla Francia.
Toccherà poi varie tappe prima all’interno della città, a partire dalla casa-studio che si fece costruire in Torino il grande architetto Filippo Juvarra (demolita in periodo fascista), passando per i palazzi del potere comunale, statale e religioso, il ponte sul Po immortalato dal quadro di Bellotto (e conservato alla Galleria Sabauda), fino alle residenze extraurbane di Stupinigi, Venaria e Rivoli.
La mostra esporrà documenti progettuali antichi, iconografia d’epoca, disegni attuali di ricostruzione e di rilievo, modelli virtuali digitali e modelli tridimensionali in grande scala appositamente realizzati.
Archivio di Stato, Torino
(8 marzo -
La mostra si propone di offrire al visitatore di oggi un viaggio virtuale nella Torino di fine Settecento, alla ricerca di architetture pubbliche e private che evidenzino problemi di sviluppo urbanistico tipici delle capitali di Stati di età moderna (ad es. la magnificenza architettonica come immagine del potere), ma non dissimili da quelli di città minori.
Al di là delle grandi decisioni di organizzazione del territorio, si tratta di come progettare l’inserimento di nuovi edifici nel tessuto preesistente, di confrontare costi e benefici di diverse opzioni progettuali e di scegliere per la rinuncia al progetto o la sua realizzazione.
Il viaggio inizierà dalla Porta Susina, come quello dei visitatori del Grand Tour provenienti dalla Francia.
Toccherà poi varie tappe prima all’interno della città, a partire dalla casa-studio che si fece costruire in Torino il grande architetto Filippo Juvarra (demolita in periodo fascista), passando per i palazzi del potere comunale, statale e religioso, il ponte sul Po immortalato dal quadro di Bellotto (e conservato alla Galleria Sabauda), fino alle residenze extraurbane di Stupinigi, Venaria e Rivoli.
La mostra esporrà documenti progettuali antichi, iconografia d’epoca, disegni attuali di ricostruzione e di rilievo, modelli virtuali digitali e modelli tridimensionali in grande scala appositamente realizzati.
lunedì 4 marzo 2013
giorni grigi
Sono giorni un po' così.
Perché sono quattro mesi che non riceviamo lo stipendio pur lavorando.
Perché forse in settimana capiamo finalmente se arrivano i pagamenti delle vecchie fatture e se continueremo ad averlo, un lavoro.
Perché dai risultati delle elezioni politiche è venuto fuori un gran casino e il nostro paese non è che si trovi in una posizione tanto rosea, da permettersi di far cazzate.
Perché il grillo parlante non mi piaceva prima e mi piace ancor meno adesso, e finisce (quasi) per farmi rimpiangere l'altro pagliaccio - pensa te cosa mi trovo a scrivere!
Perché credevo di esser uscita indenne dall'inverno senza essermi buscata influenza e raffreddore, e invece ora son qui rauchissima e consumatrice di fazzoletti.
E perché stamattina la metropolitana si è nuovo guastata e ho dovuto farmi un'ora e mezza di bus pienissimo per arrivare in ufficio. E ritorniamo al primo punto...
Perché sono quattro mesi che non riceviamo lo stipendio pur lavorando.
Perché forse in settimana capiamo finalmente se arrivano i pagamenti delle vecchie fatture e se continueremo ad averlo, un lavoro.
Perché dai risultati delle elezioni politiche è venuto fuori un gran casino e il nostro paese non è che si trovi in una posizione tanto rosea, da permettersi di far cazzate.
Perché il grillo parlante non mi piaceva prima e mi piace ancor meno adesso, e finisce (quasi) per farmi rimpiangere l'altro pagliaccio - pensa te cosa mi trovo a scrivere!
Perché credevo di esser uscita indenne dall'inverno senza essermi buscata influenza e raffreddore, e invece ora son qui rauchissima e consumatrice di fazzoletti.
E perché stamattina la metropolitana si è nuovo guastata e ho dovuto farmi un'ora e mezza di bus pienissimo per arrivare in ufficio. E ritorniamo al primo punto...
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giovedì 21 febbraio 2013
meme libri 2012
Utilizzo la traccia del "meme" per fare un bilancio delle mie letture nel 2012, come ho fatto normalmente negli ultimi due anni (stavo per dimenticarmene, ormai è quasi la fine di febbraio). Per fortuna Anobii (con alti e bassi) continua a resistere, e con lui è facile fare i conti. Grazie agli ebook e alla corposa auto-riduzione degli acquisti che ho deciso di effettuare in seguito alla legge Levi, le mie visite in libreria sono notevolmente calate rispetto ai miei bulimici ultimi anni, dove compravo-compravo a spron battuto e non riuscivo mai a leggere tutto ciò che avevo sugli scaffali.
Sul versante letture, per me questo è stato l'anno di George R. Martin, e delle sue Cronache del Ghiaccio e del Fuoco :-)
Quanti libri hai letto nel 2012?
84
Quanti erano fiction e quanti no?
Circa una sessantina. Il resto sono titoli di storia, saggistica o libri di viaggio.
Quanti scrittori e quante scrittrici?
Più o meno 31 scrittrici e 20 scrittori.
Il miglior libro letto?
Mi limito a indicare quelli a cui su Anobii ho dato 5 palline, vale a dire "Impero" di Alberto Angela, "I fiumi della guerra" e "La regina dei draghi" - rappresentativi delle Cronache di George R.Martin, e "Proposta indecente" di Emma Wildes.
E il più brutto?
"In città zero gradi" di Glattauer mi è servito a farmi mettere definitivamente una pietra sopra a questo autore, nonostante in passato mi fosse piaciuto moltissimo il carteggio di "Le ho mai raccontato il vento del Nord". Peccato che sia stato l'unico suo libro che ho apprezzato. Dopo di quello basta! Molto deludente anche "Le ultime luci del mattino" di Fabio Volo.
Quale il libro col titolo più lungo?
"Grom. Storia di un'amicizia, qualche gelato e molti fiori"
E quello col titolo più corto?
"Caino" di Saramago
Quanti libri hai riletto?
"I segreti di Londra" di Augias, prima di un weekend lungo in quella città.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Quest'anno sicuramente George R.R.Martin, senza rivali.
Quanti libri scritti da autori italiani?
21
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Solo uno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
La maggioranza: 56
Sul versante letture, per me questo è stato l'anno di George R. Martin, e delle sue Cronache del Ghiaccio e del Fuoco :-)
Quanti libri hai letto nel 2012?
84
Quanti erano fiction e quanti no?
Circa una sessantina. Il resto sono titoli di storia, saggistica o libri di viaggio.
Quanti scrittori e quante scrittrici?
Più o meno 31 scrittrici e 20 scrittori.
Il miglior libro letto?
Mi limito a indicare quelli a cui su Anobii ho dato 5 palline, vale a dire "Impero" di Alberto Angela, "I fiumi della guerra" e "La regina dei draghi" - rappresentativi delle Cronache di George R.Martin, e "Proposta indecente" di Emma Wildes.
E il più brutto?
"In città zero gradi" di Glattauer mi è servito a farmi mettere definitivamente una pietra sopra a questo autore, nonostante in passato mi fosse piaciuto moltissimo il carteggio di "Le ho mai raccontato il vento del Nord". Peccato che sia stato l'unico suo libro che ho apprezzato. Dopo di quello basta! Molto deludente anche "Le ultime luci del mattino" di Fabio Volo.
Quale il libro col titolo più lungo?
"Grom. Storia di un'amicizia, qualche gelato e molti fiori"
E quello col titolo più corto?
"Caino" di Saramago
Quanti libri hai riletto?
"I segreti di Londra" di Augias, prima di un weekend lungo in quella città.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Quest'anno sicuramente George R.R.Martin, senza rivali.
Quanti libri scritti da autori italiani?
21
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Solo uno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
La maggioranza: 56
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i cuscinetti del cane
Intorno a Natale mi sono accorta che la mia cagnona continuava a morsicarsi la zampa posteriore destra, e, controllandola bene, ho notato che aveva una ferita a un polpastrello. Non so come se la fosse procurata, ma buona parte del cuscinetto (quello nero) era andato, e nel corso dei giorni se l'era evidentemente morsicato lei stessa allargando la ferita e peggiorando la situazione.
Premetto che la pelosona in questione non è una paziente facile, nel senso che è proprio un cane "stronzo", e mette in atto ogni mezzo pur di non farsi né vedere né toccare la zampa (soprattutto quando capisce che voglio guardarla per medicarla),e soprattutto continuava a morsicarsela e stuzzicarsela da sola.
Con estrema difficoltà ho cominciato a metterle la pomata. Ho iniziato con il Cicatrene, ma è servito a poco (d'altronde anche quando lo uso per me non fa nulla...); ho provato con il Gentalyn Beta, ma continuavo a non vedere progressi. Allora ho optato per il Fitostimoline (sempre in pomata). Il veterinario mi ha confermato che poteva andare bene (il Gentalyn invece, a base di cortisone, secondo lui rallentava il processo di guarigione), e che la cosa importante era soprattutto tenere la ferita pulita e fasciata.
Per oltre un mese e mezzo, quindi, ho provveduto a fare una medicazione quotidiana (all'inizio sia al mattino sia alla sera, poi mi sono limitata alla sera), disinfettando (con clorexidina, oppure acqua ossigenata), mettendo la pomata, stendendo una garza e poi infilando alla bestiona una vecchia calza (tagliata e ricucita in punta), e incerottandola con del nastro da carrozziere (facilmente rimovibile da me, e un po' meno dai denti della bestiaccia). Ovviamente il tutto dopo averle infilato la museruola, e con l'assistenza di mia madre che le teneva il muso fermo e la carezzava, mentre io facevo l'applicazione... E ogni volta che bisognava farla uscire per fare i suoi bisogni, si avviluppava tutta la zampa in un sacchetto di quelli da congelatore, con un giro ulteriore di scotch, dato che fuori era spesso bagnato, ghiacciato o con la neve.
Una volta infilato 'sto benedetto calzino, c'era il problema di evitare che si mordesse e tentasse di tirarlo per toglierlo. Ho comprato il collare elisabettiano, ma non se l'è assolutamente lasciato mettere, tanto che l'ho dovuto riportare al negozio (e poi comunque, era fatto di plastica talmente dura e tagliente che secondo me si sarebbe procurata ancora più danni con quell'arnese attorno al collo). Per cui siamo andati avanti un mese e mezzo a tenere gli occhi puntati addosso alla pelosona e a cazziarla non appena si morsicchiava: un calvario! Naturalmente durante la notte si toglieva la calza e addio medicazione...
Abbiamo dovuto avere una pazienza infinita, ma finalmente adesso il problema dovrebbe essere risolto. E' da una decina di giorni ormai che non le metto più niente sulla zampa, e la ferita mi sembra completamente chiusa (anche se continuo a sgridarla ogni volta che sembra volersela mordere - non vorrei dover mandare all'aria un mese e mezzo di lavoro per la disattenzione di un attimo...).
p.s. Cercando sul web, nelle scorse settimane ho visto muffole/stivaletti/calzini per cani, impermeabili e non, dal costo esorbitante. Un po' come quelli che si fanno indossare ai cani da slitta per proteggere le loro zampe dal ghiaccio. Mi chiedo se tutti i cani accettino con tranquillità di farseli mettere, e se soltanto il mio è un bastian contrario, che preferirebbe farsi pelare piuttosto che infilare una di quelle protezioni.
Premetto che la pelosona in questione non è una paziente facile, nel senso che è proprio un cane "stronzo", e mette in atto ogni mezzo pur di non farsi né vedere né toccare la zampa (soprattutto quando capisce che voglio guardarla per medicarla),e soprattutto continuava a morsicarsela e stuzzicarsela da sola.
Con estrema difficoltà ho cominciato a metterle la pomata. Ho iniziato con il Cicatrene, ma è servito a poco (d'altronde anche quando lo uso per me non fa nulla...); ho provato con il Gentalyn Beta, ma continuavo a non vedere progressi. Allora ho optato per il Fitostimoline (sempre in pomata). Il veterinario mi ha confermato che poteva andare bene (il Gentalyn invece, a base di cortisone, secondo lui rallentava il processo di guarigione), e che la cosa importante era soprattutto tenere la ferita pulita e fasciata.
Per oltre un mese e mezzo, quindi, ho provveduto a fare una medicazione quotidiana (all'inizio sia al mattino sia alla sera, poi mi sono limitata alla sera), disinfettando (con clorexidina, oppure acqua ossigenata), mettendo la pomata, stendendo una garza e poi infilando alla bestiona una vecchia calza (tagliata e ricucita in punta), e incerottandola con del nastro da carrozziere (facilmente rimovibile da me, e un po' meno dai denti della bestiaccia). Ovviamente il tutto dopo averle infilato la museruola, e con l'assistenza di mia madre che le teneva il muso fermo e la carezzava, mentre io facevo l'applicazione... E ogni volta che bisognava farla uscire per fare i suoi bisogni, si avviluppava tutta la zampa in un sacchetto di quelli da congelatore, con un giro ulteriore di scotch, dato che fuori era spesso bagnato, ghiacciato o con la neve.
Una volta infilato 'sto benedetto calzino, c'era il problema di evitare che si mordesse e tentasse di tirarlo per toglierlo. Ho comprato il collare elisabettiano, ma non se l'è assolutamente lasciato mettere, tanto che l'ho dovuto riportare al negozio (e poi comunque, era fatto di plastica talmente dura e tagliente che secondo me si sarebbe procurata ancora più danni con quell'arnese attorno al collo). Per cui siamo andati avanti un mese e mezzo a tenere gli occhi puntati addosso alla pelosona e a cazziarla non appena si morsicchiava: un calvario! Naturalmente durante la notte si toglieva la calza e addio medicazione...
Abbiamo dovuto avere una pazienza infinita, ma finalmente adesso il problema dovrebbe essere risolto. E' da una decina di giorni ormai che non le metto più niente sulla zampa, e la ferita mi sembra completamente chiusa (anche se continuo a sgridarla ogni volta che sembra volersela mordere - non vorrei dover mandare all'aria un mese e mezzo di lavoro per la disattenzione di un attimo...).
p.s. Cercando sul web, nelle scorse settimane ho visto muffole/stivaletti/calzini per cani, impermeabili e non, dal costo esorbitante. Un po' come quelli che si fanno indossare ai cani da slitta per proteggere le loro zampe dal ghiaccio. Mi chiedo se tutti i cani accettino con tranquillità di farseli mettere, e se soltanto il mio è un bastian contrario, che preferirebbe farsi pelare piuttosto che infilare una di quelle protezioni.
lunedì 11 febbraio 2013
eredità
È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler Rizzolli è andato in frantumi. L’Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all’Italia. "Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno", scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent’anni, dal giorno del suo matrimonio con l’amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l’avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell’ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l’oppressione e l’esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l’Italia, morta all’ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine.
Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro appassionato, teso sul filo del ricordo, illuminato da una felice vena narrativa.
Questo è un libro che è servito a farmi vedere con occhi diversi la situazione degli abitanti dell'Alto Adige (o, come direbbero loro stessi, Sud Tirolo). Purtroppo io non ho una conoscenza diretta né dei luoghi né delle persone. Per me - come suppongo per la maggior parte degli italiani - gli altoatesini erano degli italiani che godono di molte agevolazioni grazie allo statuto speciale della loro provincia e della loro regione, e che parlano l'italiano con un forte accento tedesco (si sente lontano un miglio che per loro è una seconda lingua): italiani un po' sui generis, insomma, nonostante le agevolazioni economiche che lo stato italiano riserva loro... e questo è uno degli aspetti che esternamente, non conoscendo nel merito la questione, risaltano di più - ci si chiede "perché loro sì, e tutti gli altri no?" Non sono certo gli unici a vivere in un territorio di frontiera, a cavallo fra due lingue e due culture... penso ad esempio alla cultura occitana e a quella francoprovenzale, nella quale affondano alcune delle mie, di radici, e che conosco un po' meglio: per loro le tutele - nate solo negli ultimi anni - si fermano al patrimonio linguistico, certo non coinvolgono aspetti fiscali ed economici come in Trentino.
L'argomento è spinoso e molto difficile. Lo è conoscendolo, e ancor di più se lo si è a malapena intravisto. Questo libro comunque rappresenta una buona introduzione storica, e ci racconta la fine della prima guerra mondiale, vista da chi viveva nella zona dell'Alto Adige e si sentiva a tutti gli effetti tedesco, sino ad arrivare alla forzata italianizzazione nel dopoguerra, sotto un regime fascista sempre più invadente.
La Gruber fonde la narrazione della Storia con la s maiuscola con quella della sua famiglia, soprattutto tramite i diari della sua bisnonna Rosa. Alcune situazioni vengono ricostruite e romanzate, per forza di cose, ma appaiono reali e plausibili.
L'unico appunto che ti muovo, cara Lilli, è perché non hai aggiunto due striminzite paginette di epilogo nel quale ci raccontavi cosa è successo al tuo bisnonno e alle sorelle Rizzolli dopo la morte di Rosa? Soprattutto a Hella, di cui ci hai particolarmente raccontato, e di cui hai sempre lasciato intendere che fosse morta giovane. Nei ringraziamenti nomini un suo figlio. Ecco, noi lettori ci aspettavamo di saperne qualcosa in più, fossero anche state soltanto poche righe; ci hai lasciato con una "eredità incompiuta"...
Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro appassionato, teso sul filo del ricordo, illuminato da una felice vena narrativa.
Questo è un libro che è servito a farmi vedere con occhi diversi la situazione degli abitanti dell'Alto Adige (o, come direbbero loro stessi, Sud Tirolo). Purtroppo io non ho una conoscenza diretta né dei luoghi né delle persone. Per me - come suppongo per la maggior parte degli italiani - gli altoatesini erano degli italiani che godono di molte agevolazioni grazie allo statuto speciale della loro provincia e della loro regione, e che parlano l'italiano con un forte accento tedesco (si sente lontano un miglio che per loro è una seconda lingua): italiani un po' sui generis, insomma, nonostante le agevolazioni economiche che lo stato italiano riserva loro... e questo è uno degli aspetti che esternamente, non conoscendo nel merito la questione, risaltano di più - ci si chiede "perché loro sì, e tutti gli altri no?" Non sono certo gli unici a vivere in un territorio di frontiera, a cavallo fra due lingue e due culture... penso ad esempio alla cultura occitana e a quella francoprovenzale, nella quale affondano alcune delle mie, di radici, e che conosco un po' meglio: per loro le tutele - nate solo negli ultimi anni - si fermano al patrimonio linguistico, certo non coinvolgono aspetti fiscali ed economici come in Trentino.
L'argomento è spinoso e molto difficile. Lo è conoscendolo, e ancor di più se lo si è a malapena intravisto. Questo libro comunque rappresenta una buona introduzione storica, e ci racconta la fine della prima guerra mondiale, vista da chi viveva nella zona dell'Alto Adige e si sentiva a tutti gli effetti tedesco, sino ad arrivare alla forzata italianizzazione nel dopoguerra, sotto un regime fascista sempre più invadente.
La Gruber fonde la narrazione della Storia con la s maiuscola con quella della sua famiglia, soprattutto tramite i diari della sua bisnonna Rosa. Alcune situazioni vengono ricostruite e romanzate, per forza di cose, ma appaiono reali e plausibili.
L'unico appunto che ti muovo, cara Lilli, è perché non hai aggiunto due striminzite paginette di epilogo nel quale ci raccontavi cosa è successo al tuo bisnonno e alle sorelle Rizzolli dopo la morte di Rosa? Soprattutto a Hella, di cui ci hai particolarmente raccontato, e di cui hai sempre lasciato intendere che fosse morta giovane. Nei ringraziamenti nomini un suo figlio. Ecco, noi lettori ci aspettavamo di saperne qualcosa in più, fossero anche state soltanto poche righe; ci hai lasciato con una "eredità incompiuta"...
lunedì 4 febbraio 2013
edenbrooke
Julianne Davidson, Edenbrooke
Per prima cosa, la dicitura riportata in copertina - "a proper romance" - mi fa sorridere. Non perché non sia vera, ma perché in qualche modo l'editore (o l'autrice) hanno voluto sottolineare la diversità di questo romanzo rispetto a quelli che vanno per la maggiore negli ultimi tempi, prima e dopo le varie sfumature. La cosa più spinta di cui si legge in Edenbrooke è infatti un semplice bacio, a fine libro, ma nonostante questo - o, per meglio dire, indipendentemente da questo - il libro mi è piaciuto molto e mi ha avvolta nella sua lettura durante il weekend.
La storia è ambientata nell'Inghilterra di inizio 1800 (o almeno, lo supponiamo, perché l'autrice in questo non è molto precisa e non lascia alcun indizio).
Dopo la morte della madre, la diciassettenne Marianne Daventry si trova confinata a Bath presso la nonna, separata sia dalla sorella Cecily, che sta passando la stagione a Londra presso una cugina, sia dal padre ,che è partito per la Francia oltre un anno prima, lasciando le figlie presso parenti. Quando Cecily le manda un invito per raggiungerla presso la tenuta di Edenbrooke, dove anche lei sarà ospite, Marianne è al settimo cielo. Potrà finalmente lasciare la noia di Bath e di un fastidioso ammiratore, rilassarsi e godersi la campagna, che lei ama e che le è sempre mancata tanto nell'ultimo anno (da quando ha lasciato la sua casa).
Ma la sfortuna (o forse la fortuna, chissà, visto come andranno poi le cose...) vuole che prima di arrivare a Edenbrooke la carrozza di Marianne venga assalita da un brigante, che le porta via un medaglione e ferisce il suo cocchiere. La ragazza e la sua cameriera non si perdono d'animo e riescono a raggiungere una locanda nelle vicinanze, dove Marianne incontra il misterioso (e affascinante) Philip. Il giovane le aiuta, ma il mattino successivo è sparito. Grande sarà la sorpresa di Marianne nel ritrovarlo il giorno dopo a Edenbrooke, e nello scoprire che è uno dei componenti della famiglia...
E da questo momento Marianne si trova al centro di avventure, segreti e sentimenti non confessati.
Questo libro assomiglia molto al genere in voga qualche decennio fa - Georgette Heyer, Sylvia Thorpe, Constance Heaven, Barbara Cartland, tanto per fare i nomi di qualche autrice pubblicata anche in Italia - a quei titoli in cui si fondevano bene avventura e romance, senza esagerare in nessun senso. Quei libri che tante di noi hanno letto da ragazzine, ma che anche riletti da adulte ci piacciono sempre molto e mantengono la loro validità, dove ci sono gentiluomini e giovani lady intraprendenti e coraggiose, libertini e briganti di strada.
Ho letto Edenbrooke in due giorni, segno che mi ha coinvolta ed appassionata.
Marianne e Philip sono due bei personaggi: lei intelligente, spiritosa e piuttosto inconsapevole del proprio valore; lui un gentiluomo corretto, coraggioso e spudoratamente affascinante. La relazione fra Marianne e Philip è carica di tensione, e quello che Marianne non riesce a vedere sino alla fine del libro risalta chiaramente agli occhi del lettore già dal principio; non c'è stato nulla che non avessi già immaginato e sospettato capitoli prima :-) però la storia mi ha intrappolata lo stesso. La parte in cui Philip insegna a Marianne come scrivere una lettera d'amore è da antologia, bellissima!
Grazie a Francy che mi ha consigliato questa lettura!
Per prima cosa, la dicitura riportata in copertina - "a proper romance" - mi fa sorridere. Non perché non sia vera, ma perché in qualche modo l'editore (o l'autrice) hanno voluto sottolineare la diversità di questo romanzo rispetto a quelli che vanno per la maggiore negli ultimi tempi, prima e dopo le varie sfumature. La cosa più spinta di cui si legge in Edenbrooke è infatti un semplice bacio, a fine libro, ma nonostante questo - o, per meglio dire, indipendentemente da questo - il libro mi è piaciuto molto e mi ha avvolta nella sua lettura durante il weekend.
La storia è ambientata nell'Inghilterra di inizio 1800 (o almeno, lo supponiamo, perché l'autrice in questo non è molto precisa e non lascia alcun indizio).
Dopo la morte della madre, la diciassettenne Marianne Daventry si trova confinata a Bath presso la nonna, separata sia dalla sorella Cecily, che sta passando la stagione a Londra presso una cugina, sia dal padre ,che è partito per la Francia oltre un anno prima, lasciando le figlie presso parenti. Quando Cecily le manda un invito per raggiungerla presso la tenuta di Edenbrooke, dove anche lei sarà ospite, Marianne è al settimo cielo. Potrà finalmente lasciare la noia di Bath e di un fastidioso ammiratore, rilassarsi e godersi la campagna, che lei ama e che le è sempre mancata tanto nell'ultimo anno (da quando ha lasciato la sua casa).
Ma la sfortuna (o forse la fortuna, chissà, visto come andranno poi le cose...) vuole che prima di arrivare a Edenbrooke la carrozza di Marianne venga assalita da un brigante, che le porta via un medaglione e ferisce il suo cocchiere. La ragazza e la sua cameriera non si perdono d'animo e riescono a raggiungere una locanda nelle vicinanze, dove Marianne incontra il misterioso (e affascinante) Philip. Il giovane le aiuta, ma il mattino successivo è sparito. Grande sarà la sorpresa di Marianne nel ritrovarlo il giorno dopo a Edenbrooke, e nello scoprire che è uno dei componenti della famiglia...
E da questo momento Marianne si trova al centro di avventure, segreti e sentimenti non confessati.
Questo libro assomiglia molto al genere in voga qualche decennio fa - Georgette Heyer, Sylvia Thorpe, Constance Heaven, Barbara Cartland, tanto per fare i nomi di qualche autrice pubblicata anche in Italia - a quei titoli in cui si fondevano bene avventura e romance, senza esagerare in nessun senso. Quei libri che tante di noi hanno letto da ragazzine, ma che anche riletti da adulte ci piacciono sempre molto e mantengono la loro validità, dove ci sono gentiluomini e giovani lady intraprendenti e coraggiose, libertini e briganti di strada.
Ho letto Edenbrooke in due giorni, segno che mi ha coinvolta ed appassionata.
Marianne e Philip sono due bei personaggi: lei intelligente, spiritosa e piuttosto inconsapevole del proprio valore; lui un gentiluomo corretto, coraggioso e spudoratamente affascinante. La relazione fra Marianne e Philip è carica di tensione, e quello che Marianne non riesce a vedere sino alla fine del libro risalta chiaramente agli occhi del lettore già dal principio; non c'è stato nulla che non avessi già immaginato e sospettato capitoli prima :-) però la storia mi ha intrappolata lo stesso. La parte in cui Philip insegna a Marianne come scrivere una lettera d'amore è da antologia, bellissima!
Grazie a Francy che mi ha consigliato questa lettura!
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