Mi chiedo se siamo finiti in una realtà parallela, un'altra dimensione...
Un paese dove l'amministratore delegato della società nazionale di telecomunicazioni dice che ha appreso solo a posteriori, dai comunicati stampa, che la quota di maggioranza della sua azienda è passata in mano straniera (ma le telecomunicazioni non dovrebbero essere un asset strategico, di cui è importante mantenere il controllo? Non so, è una mia idea da semplice cittadina...).
Un paese dove metà degli eletti in parlamento minacciano, da bravi pecoroni, di dimettersi in ossequio al capriccio di un vecchio bambino dell'asilo che continua a fare i capricci, invece di ritirarsi finalmente in un Eden remoto a fare la bella vita insieme alla sua fidanzata ventisettenne (così nessuno lo perseguiterebbe più).
Un paese dove la speranza nel futuro e nel cambiamento è bell'e che morta.
mercoledì 25 settembre 2013
oltre ogni fantasia
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lunedì 19 agosto 2013
senza trucco
Nadia Tadioli - Senza Trucco. Cosa c'è , davvero, nei cosmetici che usiamo ogni giorno
Stampa Alternativa - Nuovi equilibri
Ci spalmiamo la faccia di creme agli isoflavoni della soia e ai polifenoli dell’uva per combattere ossidazione e radicali liberi e nutriamo una passione smodata per l’acido ialuronico e il collagene. A volte però leggere gli ingredienti dei prodotti è un’esperienza ardua.
Etichette alla mano, ecco un manuale sintetico e semplice, per scoprire i principali ingredienti di creme, saponi e bagnoschiuma, soprattutto quelli su cui si concentrano critiche e sospetti.
Non mancano i capitoli dedicati alla cosmesi naturale: uno all’aromaterapia – con un essenziale e pratico vademecum delle principali essenze e delle relative proprietà – un altro agli oli, per impararne composizione, uso e conservazione.
Terminato di leggere questo interessante libricciuolo (ma anche mentre lo stavo leggendo) mi sono passata in rassegna gran parte dei vasetti/flaconcini di creme, shampoo, bagnoschiuma e quant'altro avessi per casa, per controllarne l'INCI. Avete presente quella lista di ingredienti, scritta sempre molto in piccolo, che si trova sui flaconi? Ecco, quella è l'INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Alla fine, se avessi dato retta a ciò che avevo appena letto - e di cui non ho ragione particolare di dubitare, tut'altro - avrei dovuto buttare via quasi tutto. Non ho trovato nemmeno un prodotto che non avesse, tra gli ingredienti, almeno un componente a rischio di rilascio di sostanze cancerogene, di formaldeide, etc... soprattutto fra i conservanti. Ad esempio, l'acqua distillata di rose della Roberts contiene il conservante 2-bromo-2-nitropropane-1,3-diol, che pare possa essere cancerogeno; tutte le creme idratanti per il corpo che ho (esclusa una della Perlier) contengono quantità più che rilevanti di paraffina liquida, che deriva dagli idrocarburi ed è potenzialmente dannosa anche lei; il bagnoschiuma con olio idratante Neutro Roberts (spacciato come morbido e naturale) contiene il conservante imidazolidinyl urea, che sembra potenzialmente tossico, senza contare i vari Peg e tensioattivi vari presenti in shampoo e saponi.
Che faccio? Prendo tutto e butto via in blocco, oppure continuo così come ho fatto sino ad ora, beatamente inconsapevole di quello che c'è nei prodotti che adopero ogni giorno? Magari opto per una via di mezzo. Mi tengo i prodotti che ho già in casa e li uso, terminando il contenuto del flacone; però da ora in poi, per i nuovi acquisti, invece di fermarmi al packaging tanto carino e al prezzo conveniente, mi metterò a leggere con maggiore attenzione (e sicuramente maggiore consapevolezza) anche l'etichetta con l'INCI sul retro, e a scegliere in base a quello.
Stampa Alternativa - Nuovi equilibri
Ci spalmiamo la faccia di creme agli isoflavoni della soia e ai polifenoli dell’uva per combattere ossidazione e radicali liberi e nutriamo una passione smodata per l’acido ialuronico e il collagene. A volte però leggere gli ingredienti dei prodotti è un’esperienza ardua.
Etichette alla mano, ecco un manuale sintetico e semplice, per scoprire i principali ingredienti di creme, saponi e bagnoschiuma, soprattutto quelli su cui si concentrano critiche e sospetti.
Non mancano i capitoli dedicati alla cosmesi naturale: uno all’aromaterapia – con un essenziale e pratico vademecum delle principali essenze e delle relative proprietà – un altro agli oli, per impararne composizione, uso e conservazione.
Terminato di leggere questo interessante libricciuolo (ma anche mentre lo stavo leggendo) mi sono passata in rassegna gran parte dei vasetti/flaconcini di creme, shampoo, bagnoschiuma e quant'altro avessi per casa, per controllarne l'INCI. Avete presente quella lista di ingredienti, scritta sempre molto in piccolo, che si trova sui flaconi? Ecco, quella è l'INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Alla fine, se avessi dato retta a ciò che avevo appena letto - e di cui non ho ragione particolare di dubitare, tut'altro - avrei dovuto buttare via quasi tutto. Non ho trovato nemmeno un prodotto che non avesse, tra gli ingredienti, almeno un componente a rischio di rilascio di sostanze cancerogene, di formaldeide, etc... soprattutto fra i conservanti. Ad esempio, l'acqua distillata di rose della Roberts contiene il conservante 2-bromo-2-nitropropane-1,3-diol, che pare possa essere cancerogeno; tutte le creme idratanti per il corpo che ho (esclusa una della Perlier) contengono quantità più che rilevanti di paraffina liquida, che deriva dagli idrocarburi ed è potenzialmente dannosa anche lei; il bagnoschiuma con olio idratante Neutro Roberts (spacciato come morbido e naturale) contiene il conservante imidazolidinyl urea, che sembra potenzialmente tossico, senza contare i vari Peg e tensioattivi vari presenti in shampoo e saponi.
Che faccio? Prendo tutto e butto via in blocco, oppure continuo così come ho fatto sino ad ora, beatamente inconsapevole di quello che c'è nei prodotti che adopero ogni giorno? Magari opto per una via di mezzo. Mi tengo i prodotti che ho già in casa e li uso, terminando il contenuto del flacone; però da ora in poi, per i nuovi acquisti, invece di fermarmi al packaging tanto carino e al prezzo conveniente, mi metterò a leggere con maggiore attenzione (e sicuramente maggiore consapevolezza) anche l'etichetta con l'INCI sul retro, e a scegliere in base a quello.
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martedì 23 luglio 2013
fotografie naturalistiche
Wildlife Photographer of the Year 2012
Torino, Museo Regionale di Scienze Naturali
(5 luglio - 8 settembre 2013)
La nuova edizione della mostra Wildlife Photographer of the Year raccoglie oltre cento immagini, vincitrici nelle 18 categorie del concorso indetto dal Natural History Museum di Londra in collaborazione con il BBC Wildlife Magazine e giunto ormai alla sua 48esima edizione.
Il premio, che si tiene ogni anno dal 1964, è senz’altro il più prestigioso al mondo nel suo genere, e in questa edizione ha visto la partecipazione di oltre 48.000 concorrenti provenienti da 98 paesi. In ognuna delle categorie, sono stati selezionati i vincitori da una giuria di stimati esperti e fotografi naturalisti.
Il premio più ambito, il Veolia Environnement Wildlife Photographer of the Year, è stato assegnato al fotografo canadese Paul Nicklen per la sua fotografia Bubble-jetting emperor, un’immagine spettacolare di pinguini imperatori, nel loro caotico mondo sottomarino, scattata nel Mar di Ross, in Antartide. Paul è rimasto immobile, con le gambe bloccate nel ghiaccio, aspettando i pinguini. Improvvisamente gli uccelli sono saltati fuori dalla profondità e, con le dita congelate, il fotografo ha catturato questa incredibile immagine. «Questa immagine - secondo il parere espresso dalla giuria - ti trascina per un attimo nel privato mondo dei pinguini imperatori: un caos infinito e perfettamente organizzato».
La mostra si articola in un percorso che comprende varie categorie:
- Animali nel loro ambiente
- Comportamento animale: uccelli
- Comportamento animale: mammiferi
- Comportamento animale: tutti gli altri animali
- ll mondo subacqueo
- Ritratti di animali
- Natura in città
- Natura in bianco e nero
- Visioni creative della natura
- Paesaggi incontaminati
- Fotogiornalismo
Tre premi speciali:
- animali in estinzione
- interazione tra l’uomo e il mondo naturale
- migliore portfolio di sei immagini scattate da fotografi di età non superiore ai 26 anni
In più tre categorie Junior riservate a fotografi di età compresa tra i 15-17 anni, tra gli 11-14 anni e per fotografi di età inferiore ai 10 anni.
Torino, Museo Regionale di Scienze Naturali
(5 luglio - 8 settembre 2013)
La nuova edizione della mostra Wildlife Photographer of the Year raccoglie oltre cento immagini, vincitrici nelle 18 categorie del concorso indetto dal Natural History Museum di Londra in collaborazione con il BBC Wildlife Magazine e giunto ormai alla sua 48esima edizione.
Il premio, che si tiene ogni anno dal 1964, è senz’altro il più prestigioso al mondo nel suo genere, e in questa edizione ha visto la partecipazione di oltre 48.000 concorrenti provenienti da 98 paesi. In ognuna delle categorie, sono stati selezionati i vincitori da una giuria di stimati esperti e fotografi naturalisti.
Il premio più ambito, il Veolia Environnement Wildlife Photographer of the Year, è stato assegnato al fotografo canadese Paul Nicklen per la sua fotografia Bubble-jetting emperor, un’immagine spettacolare di pinguini imperatori, nel loro caotico mondo sottomarino, scattata nel Mar di Ross, in Antartide. Paul è rimasto immobile, con le gambe bloccate nel ghiaccio, aspettando i pinguini. Improvvisamente gli uccelli sono saltati fuori dalla profondità e, con le dita congelate, il fotografo ha catturato questa incredibile immagine. «Questa immagine - secondo il parere espresso dalla giuria - ti trascina per un attimo nel privato mondo dei pinguini imperatori: un caos infinito e perfettamente organizzato».
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| Photo by Paul Nicklen |
La mostra si articola in un percorso che comprende varie categorie:
- Animali nel loro ambiente
- Comportamento animale: uccelli
- Comportamento animale: mammiferi
- Comportamento animale: tutti gli altri animali
- ll mondo subacqueo
- Ritratti di animali
- Natura in città
- Natura in bianco e nero
- Visioni creative della natura
- Paesaggi incontaminati
- Fotogiornalismo
Tre premi speciali:
- animali in estinzione
- interazione tra l’uomo e il mondo naturale
- migliore portfolio di sei immagini scattate da fotografi di età non superiore ai 26 anni
In più tre categorie Junior riservate a fotografi di età compresa tra i 15-17 anni, tra gli 11-14 anni e per fotografi di età inferiore ai 10 anni.
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| Photo by Steve Winter |
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| Photo by Pal Hermansen |
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| Photo by Kim Wolhuter |
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| Photo by Larry Lynch |
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| Photo by Daniel Eggert |
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| Photo by Anna Henly |
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| Photo by Frits Hoogendijk |
mercoledì 17 luglio 2013
shopping
Date le difficoltà lavorative (e conseguentemente di stipendio), questa stagione di saldi per me è stata soltanto "visuale". Ho comprato soltanto una borsa gialla (stavo cercando da mesi una borsa con questo colore, che non costasse un occhio della testa), e tre paia di calzini carini.
Il tutto per 23 euro. Questa è stata la mia spesa media per i saldi estivi 2013, e non comprerò altro.
Il tutto per 23 euro. Questa è stata la mia spesa media per i saldi estivi 2013, e non comprerò altro.
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martedì 16 luglio 2013
il lavoro che non c'è più
Negli ultimi tempi non sono stata molto presente sul blog, ma questo periodo per me non è dei migliori.
Al lavoro stiamo chiudendo e tra poche settimane il lavoro non ce l'avrò più. Dopo quattordici anni di lavoro resto con niente, e a quarant'anni le prospettive non sono certo lì che aspettano te, anche se - come sempre - sei rimasta curiosa, disponibile e pronta ad imparare. In campo informatico, dove ho lavorato in tutti questi anni, è necessario esserlo.
Buona parte del tempo che passo su Internet in'sti giorni mi serve per cercare aziende, mandare curriculum, e studiare. Su circa una ventina di richieste mandate ho ottenuto tre colloqui, ma per ora resto in attesa.
Sono amareggiata ed incazzata, anche perché sto accorgendomi sulla mia pelle che in questo paese i lavoratori, ma anche i disoccupati, non sono tutti uguali. Lo sapevo già, è ovvio, ma che questo succeda anche fra i disoccupati penso che sia davvero grave. Tutti i disoccupati dovrebbero essere sostenuti allo stesso modo dal cosiddetto welfare. Invece no. Se hai avuto la fortuna di lavorare in un'azienda grande, o in un certo settore, puoi godere della cassa integrazione per periodi anche lunghissimi - io vivo a Torino, e qui è ordinaria amministrazione sentire che chi lavora in Fiat è in cassa integrazione, così come gli operai dell'indotto, e questo va avanti per anni. Un fratello di un'amica che lavorava nelle Carrozzerie Bertone è stato in cassa integrazione per 5 anni! Certo non è bello, ma godere della cassa integrazione significa avere un minimo di tutele, un minimo di stipendio, un minimo di contributi versati, etc... Io e i miei (pochi) colleghi non abbiamo neanche quello. Poi ci sono quelli che hanno la possibilità di essere messi in mobilità, grazie alla quale diventi "appetibile" per un eventuale nuovo datore di lavoro che intendesse assumerti, perché potrebbe godere di sgravi fiscali e/o contributivi. Ebbene, io ho la gravissima colpa di aver lavorato in un'azienda con meno di 15 dipendenti, e a partire da inizio 2013 non ho nemmeno questa possibilità. Grazie cara Fornero!
Se va bene, dal giorno in cui decorrerà la lettera di licenziamento che abbiamo ricevuto, potremo soltanto fare domanda per l'Aspi (la ex indennità di disoccupazione), per un periodo di 8 mesi... e già tante grazie anche per questa, perché ho scoperto che ci sono categorie di ex-lavoratori ancor più di serie Zeta di noi che non ne hanno neanche diritto. Allucinante!
Ma in questo paese disgraziato il governo e il parlamento si scannano giornalmente per questioni idiote di cui non frega niente a nessuno, mentre milioni di persone restano senza lavoro (e soprattutto senza speranze, che è molto peggio!). E i tanto strombazzati interventi di stimolo all'occupazione sono rivolti soltanto agli under 30, come se fossero loro il "vero" problema, e non la fascia d'età più anziana, composta da tanti lavoratori, magari precari da decenni, e da coloro che hanno perso il lavoro che avevano.
Siamo in una botte di ferro, dove però i chiodi sono rivolti tutti verso l'interno...
Al lavoro stiamo chiudendo e tra poche settimane il lavoro non ce l'avrò più. Dopo quattordici anni di lavoro resto con niente, e a quarant'anni le prospettive non sono certo lì che aspettano te, anche se - come sempre - sei rimasta curiosa, disponibile e pronta ad imparare. In campo informatico, dove ho lavorato in tutti questi anni, è necessario esserlo.
Buona parte del tempo che passo su Internet in'sti giorni mi serve per cercare aziende, mandare curriculum, e studiare. Su circa una ventina di richieste mandate ho ottenuto tre colloqui, ma per ora resto in attesa.
Sono amareggiata ed incazzata, anche perché sto accorgendomi sulla mia pelle che in questo paese i lavoratori, ma anche i disoccupati, non sono tutti uguali. Lo sapevo già, è ovvio, ma che questo succeda anche fra i disoccupati penso che sia davvero grave. Tutti i disoccupati dovrebbero essere sostenuti allo stesso modo dal cosiddetto welfare. Invece no. Se hai avuto la fortuna di lavorare in un'azienda grande, o in un certo settore, puoi godere della cassa integrazione per periodi anche lunghissimi - io vivo a Torino, e qui è ordinaria amministrazione sentire che chi lavora in Fiat è in cassa integrazione, così come gli operai dell'indotto, e questo va avanti per anni. Un fratello di un'amica che lavorava nelle Carrozzerie Bertone è stato in cassa integrazione per 5 anni! Certo non è bello, ma godere della cassa integrazione significa avere un minimo di tutele, un minimo di stipendio, un minimo di contributi versati, etc... Io e i miei (pochi) colleghi non abbiamo neanche quello. Poi ci sono quelli che hanno la possibilità di essere messi in mobilità, grazie alla quale diventi "appetibile" per un eventuale nuovo datore di lavoro che intendesse assumerti, perché potrebbe godere di sgravi fiscali e/o contributivi. Ebbene, io ho la gravissima colpa di aver lavorato in un'azienda con meno di 15 dipendenti, e a partire da inizio 2013 non ho nemmeno questa possibilità. Grazie cara Fornero!
Se va bene, dal giorno in cui decorrerà la lettera di licenziamento che abbiamo ricevuto, potremo soltanto fare domanda per l'Aspi (la ex indennità di disoccupazione), per un periodo di 8 mesi... e già tante grazie anche per questa, perché ho scoperto che ci sono categorie di ex-lavoratori ancor più di serie Zeta di noi che non ne hanno neanche diritto. Allucinante!
Ma in questo paese disgraziato il governo e il parlamento si scannano giornalmente per questioni idiote di cui non frega niente a nessuno, mentre milioni di persone restano senza lavoro (e soprattutto senza speranze, che è molto peggio!). E i tanto strombazzati interventi di stimolo all'occupazione sono rivolti soltanto agli under 30, come se fossero loro il "vero" problema, e non la fascia d'età più anziana, composta da tanti lavoratori, magari precari da decenni, e da coloro che hanno perso il lavoro che avevano.
Siamo in una botte di ferro, dove però i chiodi sono rivolti tutti verso l'interno...
martedì 11 giugno 2013
profiling
Profiling (titolo originale Profilage) è un telefilm poliziesco francese che mi ha appassionata moltissimo. I casi trattati si ispirano (pare) ad avvenimenti di cronaca nera reale, e li trovo originali e non banali.
L'ambientazione è parigina: buona parte dell'azione si svolge in esterni, mentre la location (finta) del commissariato di polizia si trova sul lungo Senna, sul Quai de Tournelle, con Notre Dame sullo sfondo.
Al momento è arrivato alla quarta stagione.
Chloe Saint-Laurent è una giovane criminologa, professionale ma un po' stralunata ed originale. Chloe ha un approccio molto particolare coi delitti che si trova ad affrontare: la sua forte empatia la porta a pensare come l'assassino o la vittima, estraniandosi da tutto e da tutti, e scontrandosi quindi con quello più solido e metodico del poliziotto.
Chloe viene inserita nella squadra di polizia giudiziaria di Parigi dal commissario Lamarck. Il gruppo è guidato dal capitano Matthieu Perac, e inizialmente Chloe non viene subito accettata bene, anche perché il team era già affiatato, e abituato a lavorare secondo schemi più classici di investigazione. La personalità di Chloe è alquanto eccentrica e stravagante, ma questo deriva da un meccanismo di difesa generato da un'esperienza particolamente traumatica vissuta nell'adolescenza. Lamarck conosce Chloe da molto tempo, e sa quali prove abbia dovuto affrontare. Pur nutrendo molta fiducia in lei, è cosciente della sua limitata esperienza, ma è fiducioso che la professionalità di Perac la guidi nella realtà dei casi. Infatti man mano che anche Perac viene a conoscenza del passato di Chloe, si sviluppa tra loro una relazione di confidenza e amicizia.
Dalla terza stagione il posto del comandante Perac è preso da Thomas Perec, inizialmente un po' scorbutico e scostante, ma ben presto anche lui mostrerà il suo lato umano.
La linea narrativa è doppia, come frequentemente accade nei polizieschi: ci sono i classici casi che vengono risolti nei singoli episodi, e poi le narrazioni relative alla vita personale dei personaggi principali, in primis Chloe.
Il modo di vestire di Chloe è altrettanto originale, quanto lo è la sua personalità. Abitini, cappotti e collant colorati, con contrasti stridenti. E su tutto risalta sempre la sua inseparabile borsa gialla (in francese soprannominata le colonel Moutarde). Secondo quanto dichiarato da Odille Vuillemin (l'attrice che interpreta Chloe), gli abiti e la borsa sono farina del suo sacco, poiché quando ha iniziato a prepararsi per la serie si è recata a Londra a cercare dei costumi, o comunque qualcosa di adatto a rispecchiare il carattere del personaggio, e ha comprato questa borsa in un negozio. Ai produttori poi è piaciuta, quindi è rimasta.
giovedì 16 maggio 2013
la serra volante
Aéroflorale II in piazza Castello a Torino
dal 16 al 19 maggio 2013
E' atterrata in piazza Castello l'Aéroflorale II, imponente serra volante che fa parte di «Expédition Végétale», progetto teatral-scientifico realizzato da Nantes Métropole, città nominata nel 2013 Capitale Europea del Verde. La curiosa struttura, dopo aver fatto tappa a Bruxelles, arriva a Torino dove resterà fino a domenica, nell’ambito delle iniziative di "Torino Incontra la Francia".
Progettata dalla compagnia La Machine, pesa 8 tonnellate, è alta 15 metri e lunga quasi 11 per 7 di larghezza ed è sormontata da alcuni palloni aerostatici. Una sorta di monumento-impalcatura vagamente steam-punk dominata dalle piante e composta di diverse varietà di vegetali provenienti da tutto il mondo a dimostrazione della biodiversità dell’universo. Al suo interno, in mezzo a sbuffi di vapore, serpentine di rame e originali macchinari, l’equipaggio composto da 12 esperti, tra ingegneri, tecnici e specialisti effettuerà esperimenti coinvolgendo anche i presenti.
Per costruire Aéroflorale II c’è voluto un anno intero e al suo interno ci sono quasi 3.000 specie vegetali. Il macchinario offrirà al pubblico la possibilità di misurare la conducibilità elettrica di rami e foglie, di suonare con strumenti musicali vegetali, si parlerà di semi, di biocarburanti e di varietà vegetali locali, per imparare come la scienza sia spettacolare e come con la fantasia accompagnata da un pizzico di curiosità possa aiutare a vivere in pace con l’ambiente sfruttandone a pieno le potenzialità.
(articolo tratto da "La Stampa" - le foto invece sono mie)
dal 16 al 19 maggio 2013
E' atterrata in piazza Castello l'Aéroflorale II, imponente serra volante che fa parte di «Expédition Végétale», progetto teatral-scientifico realizzato da Nantes Métropole, città nominata nel 2013 Capitale Europea del Verde. La curiosa struttura, dopo aver fatto tappa a Bruxelles, arriva a Torino dove resterà fino a domenica, nell’ambito delle iniziative di "Torino Incontra la Francia".
Progettata dalla compagnia La Machine, pesa 8 tonnellate, è alta 15 metri e lunga quasi 11 per 7 di larghezza ed è sormontata da alcuni palloni aerostatici. Una sorta di monumento-impalcatura vagamente steam-punk dominata dalle piante e composta di diverse varietà di vegetali provenienti da tutto il mondo a dimostrazione della biodiversità dell’universo. Al suo interno, in mezzo a sbuffi di vapore, serpentine di rame e originali macchinari, l’equipaggio composto da 12 esperti, tra ingegneri, tecnici e specialisti effettuerà esperimenti coinvolgendo anche i presenti.
Per costruire Aéroflorale II c’è voluto un anno intero e al suo interno ci sono quasi 3.000 specie vegetali. Il macchinario offrirà al pubblico la possibilità di misurare la conducibilità elettrica di rami e foglie, di suonare con strumenti musicali vegetali, si parlerà di semi, di biocarburanti e di varietà vegetali locali, per imparare come la scienza sia spettacolare e come con la fantasia accompagnata da un pizzico di curiosità possa aiutare a vivere in pace con l’ambiente sfruttandone a pieno le potenzialità.
(articolo tratto da "La Stampa" - le foto invece sono mie)
martedì 14 maggio 2013
austenland
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La prozia di Jane scopre questo suo piccolo segreto, e le lascia come eredità una vacanza completamente pagata a Pembrook Park in Inghilterra, una specie di Austenland (sì proprio una specie di Disneyland declinata secondo le atmosfere austeniane) per donne ricche in cerca di un eroe da romanzo. Jane spera che questo posto le servirà come terapia, come un'ultima lussuosa full-immersion nella sua ossessione per Mr Darcy, prima di abbandonare le sue fantasie e tornare definitivamente nel mondo reale.
Però dentro Austenland capire che cosa è reale (e che cosa è stupendamente recitato) è anche più complicato delle regole del whist. Combattuta fra il sexy giardiniere e l'attore che interpreta il ruolo di Darcy, Jane si trova innanzitutto a confrontarsi con le regole dell'etichetta, e poi a godersi il ruolo che si è costruita di fanciulla più affascinante del ballo. Ma quando sarà ora di dire addio a Austenland, Jane riuscirà a lasciarsi dietro i propri sogni?
Al principio la storia del libro mi ispirava, altrimenti non l'avrei nemmeno cominciato... mi sembrava stuzzicante leggere una storia su persone contemporanee che, volontariamente, facevano finta di vivere in epoca Regency (avevo questo pensiero). Ma il libro non mi ha convinta del tutto, e in alcune parti ho pensato che fosse davvero ridicolo, così come le regole della casa (niente oggetti moderni, a pena di essere cacciati via!) La fine è abbastanza prevedibile, non ho mai dubitato per un istante che sarebbe andata così.
Invece giuro che non lo sapevo, l'ho appena scoperto consultando il sito dell'autrice: da questo libro hanno tratto anche un film, presentato al Sundance Film Festival di quest'anno (ma ahimé, nessuno dei personaggi maschili è come me li ero immaginati durante la lettura).
lunedì 13 maggio 2013
mercoledì 8 maggio 2013
84, charing cross road
Un librino delizioso e delicato, brillante e commovente, che consiglio a chi ama i libri, a chi ama Londra, e a chi si riconoscerà nelle sensazioni descritte da Helen. La storia e le lettere sono vere.
Il libro ha conosciuto anche una trasposizione filmica, nel 1986, interpretata da Anne Bancroft e Anthony Hopkins. Il film non l'ho ancora visto, ma cercherò di procurarmelo.
Negli anni Helene si ripropone più volte di recarsi a Londra, suo sogno da tempo, anche (ma non solo) per conoscere gli amici di Marks & Co., ma ogni volta che il traguardo sembra vicino, ecco che qualche spesa imprevista la costringe a rimandare il progetto. Riuscirà a fare l'agognato viaggio solo nel 1969, pochissimo tempo dopo che Frank è mancato prematuramente.
Nel 1970 anche la libreria chiuderà i battenti. Marks & Co. oggi non esiste più, al suo posto c'è un ristorante, per nulla tipico (vedere Streetview per rendersi conto). Una piccola targa ricorda però la libreria, resa famosa ed indimenticabile dalla pubblicazione del libro della Hanff.
A fine lettura sono rimasta con un senso di vuoto e di magone, così ho cercato di riempirlo andando a caccia di qualche informazione in più. Ho trovato questo interessante sito, che racconta la storia della libreria e delle persone che ci lavoravano, e riporta numerose fotografie in bianco e nero.
Il libro ha conosciuto anche una trasposizione filmica, nel 1986, interpretata da Anne Bancroft e Anthony Hopkins. Il film non l'ho ancora visto, ma cercherò di procurarmelo.
...è il più delizioso vecchio negozio uscito direttamente dalle pagine di Dickens che abbia mai visto....l'ambiente è scuro, percepisci l'odore della libreria prima di vederla, è un odore delizioso, non è facile descriversi ma è un misto di muffa, polvere, anni, pareti di legno e pavimenti anch'essi di legno.84 Charing Cross Road è l'indirizzo di una piccola libreria antiquaria di Londra, Marks & Co., alla quale si rivolge epistolarmente la newyorkese Helene Hanff, scrittrice e sceneggiatrice squattrinata, per cercare vecchi libri di letteratura inglese che non costino una follia. Siamo nel 1949, immediatamente dopo la guerra. Frank Doel, uno dei librai del negozio, le risponde, e inizia così una corrispondenza - che al principio tratta soltanto di ricerche di opere e dei loro prezzi. All'inizio i londinesi sono ancora costretti ad una vita di sacrifici: c'è ancora il razionamento dei viveri, ed Helene, dalla ricca America, invia pacchi alimentari, destinati alla famiglia di Frank e al personale della libreria.
Ricordo che anni fa un tipo che conosco mi disse che la gente che va in Inghilterra trova esattamente quello che è andata a cercare. Io gli ho detto che sarei andata per veder l'Inghilterra della letteratura inglese, e lui, annuendo: "è là".A poco a poco, il carteggio diventerà un rapporto sempre più confidenziale, solidale ed affettuoso, e si allargherà alla cerchia della famiglia e dei colleghi di Mr Doel, durando oltre 20 anni.
Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso[...]
Amo le dediche sulla prima pagina e le note a margine, mi piace il sentimento fraterno che si prova sfogliando pagine che qualcun altro ha già sfogliato. Leggendo passaggi che qualcun altro, magari da tempo scomparso, ha voluto segnalare alla mia attenzione.
Ogni primavera, faccio le pulizie generali alla mia libreria e elimino i libri che non rileggerò mai più, come elimino i vecchi vestiti che so non indosserò mai più. I miei amici sono strani con i libri. Leggono tutti i best seller, li divorano il più velocemente possibile, penso che saltino un sacco di pagine. E non rileggonno MAI nulla una seconda volta, di modo che un anno dopo non ne ricordano più una sola parola.Eppure, se mi vedono buttare un libro nel cestino o darlo via si scandalizzano profondamente. Secondo loro compri un libro, lo leggi, lo metti nella libreria, non lo riapri più per il resto dei tuoi giorni, ma NON LO BUTTI VIA! SOPRATTUTTO SE HA UNA COPERTINA RIGIDA! E perché mai? Personalmente non riesco a immaginare nulla di meno sacrosanto di un libro brutto o addirittura di un libro mediocre.
Negli anni Helene si ripropone più volte di recarsi a Londra, suo sogno da tempo, anche (ma non solo) per conoscere gli amici di Marks & Co., ma ogni volta che il traguardo sembra vicino, ecco che qualche spesa imprevista la costringe a rimandare il progetto. Riuscirà a fare l'agognato viaggio solo nel 1969, pochissimo tempo dopo che Frank è mancato prematuramente.
Nel 1970 anche la libreria chiuderà i battenti. Marks & Co. oggi non esiste più, al suo posto c'è un ristorante, per nulla tipico (vedere Streetview per rendersi conto). Una piccola targa ricorda però la libreria, resa famosa ed indimenticabile dalla pubblicazione del libro della Hanff.
A fine lettura sono rimasta con un senso di vuoto e di magone, così ho cercato di riempirlo andando a caccia di qualche informazione in più. Ho trovato questo interessante sito, che racconta la storia della libreria e delle persone che ci lavoravano, e riporta numerose fotografie in bianco e nero.
lunedì 6 maggio 2013
i film di audrey hepburn/3
Colazione da Tiffany (1961)
Trama: Holly Golightly è un'eccentrica ragazza di New York, si potrebbe definire una ragazza squillo, con tutte le implicazioni del caso, sofisticata e ingenua al tempo stesso... Vive insieme al suo gatto - di nome Gatto, per l'appunto - in un appartamento privo di mobili, senza un particolare senso di appartenenza a nulla, tra feste mondane e orari impossibili che la portano a fare colazione con una brioche nelle ore piccole della mattina, in piedi davanti alle vetrine di Tiffany, la gioielleria sulla Quinta Strada.
Paul Varjak è il suo nuovo vicino di casa, un giovane scrittore con pochi quattrini, mantenuto da una ricca ed opprimente signora. I due si conoscono e diventano amici, condividendo smarrimenti e gioie. Holly, dopo aver chiuso con un ex marito sposato da giovanissima, cerca di farsi sposare da un ricco milionario brasiliano, ma le cose non vanno come previsto e alla fine le resta soltanto Paul. Paul, che l'ama davvero e il cui amore forse lei deciderà di ricambiare, dopo aver finalmente scelto di accettare il legame di appartenenza nei confronti di un'altra persona.
La cosa principale che mi stupì di Colazione da Tiffany la prima volta che lo vidi fu la sua estrema modernità. Per essere un film del 1961 tratta con apparente leggerezza e soavità di ragazze squillo, di gigolò, di spaccio di droga... insomma, temi che probabilmente nell'America degli anni dell'innocenza non venivano messi così in rilievo, e ancor meno in un film brillante. Facevo anche un po' fatica a definire questo film come una commedia, perché nonostante le battute e il regista (Blake Edwards) è un film "serio", sicuramente privo di toni drammatici ma non per questo liquidabile come lieve e scanzonato.
Inoltre per me, 'che son stata ragazzina negli anni '80, vedere un George Peppard "inedito", in un ruolo diverso dal Colonnello di A-Team fu davvero una scoperta :-)
Holly Golightly è una "randagia", che non appartiene a nessuno e che, anzi, è sempre scappata dai legami. Una ribelle, un'anticonformista un po' matta; credo sicuramente uno dei primi personaggi cinematografici femminili rappresentati come indipendenti, senza giudizi didascalici o negativi. Forse anche per questa estrema modernità, l'iconografia del film è stata prepotentemente riscoperta nell'ultimo decennio come oggetto di merchandising (io stessa ho in casa un poster con la locandina del film, e una shopper con l'immagine di Holly e del suo gatto).
E poi c'è la canzone "Moon River", di Henry Mancini, diventata un tema famosissimo ed amatissimo: ogni volta che mi torna in mente mi rimane in testa e continuo a canticchiarla per giorni e giorni.
Due per la strada (1967)
L'architetto inglese Mark e sua moglie Joanna rievocano, durante un viaggio in auto verso il sud della Francia, i dodici anni del loro matrimonio. Ma nel cercare di comprendere la vera natura della loro relazione, entrambi si rendono conto che è necessario accettare tutti i cambiamenti degli ultimi anni, se vogliono ritrovare il sentimento originale che li ha uniti.
Non è proprio facilissimo star dietro allo svolgimento del film, il cui montaggio alterna continuamente scene che si svolgono in tre/quattro momenti temporali diversi. A partire da quando Joanna e Mark si incontrano per la prima volta; passando per un loro viaggio da giovani squattrinati nei primi anni di matrimonio; un altro viaggio insieme ad un'altra coppia ingessata con bambina inclusa; sino all'ultimo viaggio, quando la coppia ormai imborghesita si agita sull'orlo di una possibile separazione. Anni diversi e automobili diverse accompagnano i due coniugi attraverso i paesaggi francesi visitati e ri-visitati.
Il loro matrimonio è ormai sul punto della rottura, ma un serio ripensamento dei momenti significativi del loro passato li conduce a riconsiderare la loro vita e ad accorgersi di quanto forte sia il legame che li unisce.
Audrey Hepburn e Albert Finney ebbero davvero una relazione durante le riprese di questo film. La Hepburn era ancora sposata con Mel Ferrer, ma il loro rapporto ovviamente non funzionava più. Finney scelse comunque di farsi da parte per evitare che la Hepburn rischiasse di perdere la custodia del figlio.
Trama: Holly Golightly è un'eccentrica ragazza di New York, si potrebbe definire una ragazza squillo, con tutte le implicazioni del caso, sofisticata e ingenua al tempo stesso... Vive insieme al suo gatto - di nome Gatto, per l'appunto - in un appartamento privo di mobili, senza un particolare senso di appartenenza a nulla, tra feste mondane e orari impossibili che la portano a fare colazione con una brioche nelle ore piccole della mattina, in piedi davanti alle vetrine di Tiffany, la gioielleria sulla Quinta Strada.
Paul Varjak è il suo nuovo vicino di casa, un giovane scrittore con pochi quattrini, mantenuto da una ricca ed opprimente signora. I due si conoscono e diventano amici, condividendo smarrimenti e gioie. Holly, dopo aver chiuso con un ex marito sposato da giovanissima, cerca di farsi sposare da un ricco milionario brasiliano, ma le cose non vanno come previsto e alla fine le resta soltanto Paul. Paul, che l'ama davvero e il cui amore forse lei deciderà di ricambiare, dopo aver finalmente scelto di accettare il legame di appartenenza nei confronti di un'altra persona.
La cosa principale che mi stupì di Colazione da Tiffany la prima volta che lo vidi fu la sua estrema modernità. Per essere un film del 1961 tratta con apparente leggerezza e soavità di ragazze squillo, di gigolò, di spaccio di droga... insomma, temi che probabilmente nell'America degli anni dell'innocenza non venivano messi così in rilievo, e ancor meno in un film brillante. Facevo anche un po' fatica a definire questo film come una commedia, perché nonostante le battute e il regista (Blake Edwards) è un film "serio", sicuramente privo di toni drammatici ma non per questo liquidabile come lieve e scanzonato.
Inoltre per me, 'che son stata ragazzina negli anni '80, vedere un George Peppard "inedito", in un ruolo diverso dal Colonnello di A-Team fu davvero una scoperta :-)
Holly Golightly è una "randagia", che non appartiene a nessuno e che, anzi, è sempre scappata dai legami. Una ribelle, un'anticonformista un po' matta; credo sicuramente uno dei primi personaggi cinematografici femminili rappresentati come indipendenti, senza giudizi didascalici o negativi. Forse anche per questa estrema modernità, l'iconografia del film è stata prepotentemente riscoperta nell'ultimo decennio come oggetto di merchandising (io stessa ho in casa un poster con la locandina del film, e una shopper con l'immagine di Holly e del suo gatto).
E poi c'è la canzone "Moon River", di Henry Mancini, diventata un tema famosissimo ed amatissimo: ogni volta che mi torna in mente mi rimane in testa e continuo a canticchiarla per giorni e giorni.
Due per la strada (1967)L'architetto inglese Mark e sua moglie Joanna rievocano, durante un viaggio in auto verso il sud della Francia, i dodici anni del loro matrimonio. Ma nel cercare di comprendere la vera natura della loro relazione, entrambi si rendono conto che è necessario accettare tutti i cambiamenti degli ultimi anni, se vogliono ritrovare il sentimento originale che li ha uniti.
Non è proprio facilissimo star dietro allo svolgimento del film, il cui montaggio alterna continuamente scene che si svolgono in tre/quattro momenti temporali diversi. A partire da quando Joanna e Mark si incontrano per la prima volta; passando per un loro viaggio da giovani squattrinati nei primi anni di matrimonio; un altro viaggio insieme ad un'altra coppia ingessata con bambina inclusa; sino all'ultimo viaggio, quando la coppia ormai imborghesita si agita sull'orlo di una possibile separazione. Anni diversi e automobili diverse accompagnano i due coniugi attraverso i paesaggi francesi visitati e ri-visitati.
Il loro matrimonio è ormai sul punto della rottura, ma un serio ripensamento dei momenti significativi del loro passato li conduce a riconsiderare la loro vita e ad accorgersi di quanto forte sia il legame che li unisce.
Audrey Hepburn e Albert Finney ebbero davvero una relazione durante le riprese di questo film. La Hepburn era ancora sposata con Mel Ferrer, ma il loro rapporto ovviamente non funzionava più. Finney scelse comunque di farsi da parte per evitare che la Hepburn rischiasse di perdere la custodia del figlio.
sabato 20 aprile 2013
lover at last
At last. Finalmente. Noi lettrici della Ward era da tempo che aspettavamo il libro dedicato a Qhuinn e Blay, e la Ward aveva sempre detto che sarebbe arrivato. Eccolo infatti, ma per quanto mi riguarda è stata meglio l'attesa della sua lettura o, meglio, avevo preferito di gran lunga le scene Qhuinn-Blay centellinate e sparse nei libri precedenti. Molto più vibranti e cariche di aspettativa. Qui i due si prendono (fisicamente) per tutto il libro, ma sino alle ultime pagine non chiariscono fino in fondo i loro sentimenti, e questo mi ha fatto innervosire non poco: sembrava sempre che si fosse avviata una relazione, ma dopo poche pagine saltava fuori un dubbio, una pippa mentale di una delle parti, ed ecco che si doveva ricominciare. Troppo sesso e poco sentimento, per i miei gusti.
Durante la lettura mi sono anche trovata a provare un bel po' di fastidio nei confronti della Ward, perché 'sta donna, invece di dedicare un libro a ogni Brother e poi cercare di chiudere le fila della serie (cosa che mi aspetterei prima o poi!), sta infilando nei libri nuovi character in continuazione, gente a cui probabilmente dedicherà nuovi libri interi - senza contare che pare abbia intenzione di dedicarne nuovamente altri a coppie già viste (ad es. Wrath e Beth saranno la coppia su cui verterà The King, il prossimo libro, ma probabilmente non saranno gli unici). Fra parentesi, io mi chiedo ancora a cosa sia servito uno come Murhder, di cui la Ward ci ha fatto annusare la presenza qualche libro fa, ma che da allora sembra essere ri-diventato nuovamente un fantasma. Peccato, perché sembrava un personaggio con delle potenzialità.
In "Lover at last" ricompare "miracolosamente" anche Luchas, il fratello di Qhuinn, tenuto prigioniero in modalità very-very-gore... poverello, speriamo che la terribile esperienza non abbia intaccato troppo la sua natura vampirica; anche lui vittima della sua famiglia, anche se in modo diverso da Qhuinn. Spero di leggere ancora di lui.
Poi mi sono definitivamente convinta che la Ward ce l'abbia con Layla: cosa non sta facendo passare a 'sto personaggio? Perché non le può dare un hellren decente senza farla passare attraverso tutte queste incertezze e sofferenze? Ormai è chiaro che la sua controparte sarà Xcor, ma santo cielo: anche lui che si è fissato con una che ha appena visto una volta, e la considera "sua" senza nemmeno premurarsi di capire se lei è d'accordo, o se è già impegnata... tutto sommato mi ha stupito che accetti così tranquillamente che lei sia incinta di un altro... Comunque, nonostante queste mie piccole obiezioni, le parti che riguardavano loro due mi sono piaciute molto ma molto di più di quelle dedicate a Qhuinn e Blay :-) così come non ho disprezzato nemmeno le parti dedicate ad Assail e a Sola.
Bè, Assail è stato introdotto nel libro precedente, ma non l'avevo particolarmente notato... invece qui mi ha ricordato moltissimo il Rehvenge dei tempi andati - e di conseguenza l'ho apprezzato molto :-) Un po' troppo automatico e poco sviluppato il senso di attrazione che prova nei confronti dell'umana Sola, ma pazienza: non so come mai, ma ero comunque più interessata a loro che non ai soliti Qhuinn e Blay... Apro un'altra parentesi per auspicare che, nei prossimi mesi, i traduttori cambino del tutto il cognome di Sola nell'edizione italiana (ehm: Sola Morte non si può sentire!!! Che razza di appellativo è? Mi aspettavo che si trattasse di una letale cacciatrice delle creature della notte, invece mi pare una ladra che, per quanto abile, ha bisogno di affetto e protezione... e probabilmente Assail finirà per fornirglieli...)
Trez e iAm sono altri due personaggi in giro da diverso tempo, e in questo libro mi sono parsi più "umani" di quanto non lo fossero nei libri passati. Non sono mai riuscita a capire bene cosa fossero le Ombre, cosa avessero di più letale e pericoloso rispetto ai vampiri e ai sympath. Adesso Trez mi pare una sorta di Cenerentolo in fuga, dedito ad affogare le proprie pene fra le gambe di chi gli capita a tiro, tenuto d'occhio dal fratello più responsabile. Speriamo che la Ward tiri fuori qualcosa di meglio anche per la sua storia: ce n'è bisogno...
Chi resta ancora? Ah sì, la Band of Bastards. Mi aspettavo che da questo gruppo la Ward traesse "materiale" per i libri a venire, ma per ora - escludendo Xcor - nessuno di loro è stato messo in rilievo particolare. Aspettiamo decisioni della Ward anche su questo fronte (anche qui c'è del potenziale, ma va messo a frutto). Tutto sommato, forse, non devo poi lamentarmi troppo se la Ward continua ad allungare il brodo ;-)
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