lunedì 13 giugno 2016
non disturbare
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martedì 7 giugno 2016
la costanza di scrivere
Non è che non avrei avuto cose da scrivere. Non è che non abbia letto libri, visto film (anzi, soprattutto telefilm) per i quali avrei potuto spendere due righe di commento. Ci sarebbero stati.
Però non riesco a trovare il tempo - forse soprattutto la voglia - per farlo...
Spero di ritrovarli a breve.
Però non riesco a trovare il tempo - forse soprattutto la voglia - per farlo...
Spero di ritrovarli a breve.
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giovedì 12 maggio 2016
il principato di seborga
In Liguria, sulle alture dell'immediato entroterra di Bordighera si trova il paese di Seborga, famoso in quanto sostiene di essere un principato indipendente, autonomo rispetto alla Repubblica Italiana.
Però l'Italia non lo riconosce, e di fatto nel paese vi è un normalissimo municipio retto da un sindaco come dappertutto.
La motivazione ufficiale della (presunta) autonomia si perde nei meandri storici, e nella burocrazia dei tempi che furono. In buona sostanza, il principato venne venduto nel 1729 a Vittorio Amedeo II di Savoia, ma come patrimonio personale del re (pare che fu pagato coi fondi personali del sovrano, e non con quelli della Corona) e quindi non facente parte del Regno di Sardegna. Inoltre si sostiene che l'atto di vendita riguardasse soltanto il possesso dei territori di Seborga, e non la sovranità sul luogo. Ed infine pare che l'atto di vendita non venne mai registrato.
Di conseguenza, gli abitanti di Seborga sostengono che il loro paese non fece mai parte del Regno di Sardegna, per cui l'annessione al Regno d'Italia, prima, e alla Repubblica Italiana, dopo, avvennero in maniera unilaterale da parte italiana, senza il loro accordo, e quindi il tutto risulterebbe non valido.
Ai nostri giorni, la notorietà del paesello si traduce soprattutto in servizi televisivi o in articoli sulle riviste di viaggio.
Il paesello (pardon, principato) ha una forma di governo retta da un Principe (una carica che immaginavo ereditaria, ma che invece ho scoperto essere elettiva!), da un Consiglio dei Priori e da un Consiglio della Corona. Il sito ufficiale del Principato racconta che viene battuta moneta (il "luigino") e vengono addirittura stampati dei francobolli.
Tutto molto folkoristico... ancor di più se pensate che un paio di settimane prima che mi ci recassi, su alcuni giornali era comparsa la notizia di un "colpo di stato" a Seborga: in pratica un francese si sarebbe autoproclamato lui Principe al posto di quello attualmente in carica. Manovre di palazzo che sembravano non far sfigurare Seborga rispetto al più blasonato Principato di Monaco, che si trova a una sola trentina di km di distanza.
Con tutte queste doverose premesse, ero pronta a godermi la visita "stando al gioco", nel senso che mi aspettavo una specie di pittoresca mini-Seborgaland con varie trovate acchiappa-turisti, anche un po' kitsch. Me le aspettavo proprio: ci contavo.
Invece, la tappa a Seborga è stata piuttosto deludente. In un pomeriggio di un sabato primaverile c'erano in giro pochissimi visitatori, ma soprattutto il paese non offriva nulla in più - né di diverso - rispetto agli altri borghi dell'entroterra della zona. Degli unici due bar/trattorie che abbiamo visto soltanto uno era aperto (e dentro non c'era anima viva).
Nella piazzetta del paese c'era un solo negozietto che vendeva pasta, olio, miele, marmellate, amaretti e qualche altra golosità.
L'altra vetrina - ahimé polverosa - che esponeva souvenir era chiusa, e abbiamo dovuto aspettare che aprisse a metà pomeriggio; ma potevamo anche risparmiarci l'attesa, poiché a parte i famosi francobolli e i "luigini", tutto il resto non era strettamente legato a Seborga (vendeva infatti paccottiglia di stampo medievale e merchandising del Signore degli Anelli: robe che si possono trovare anche vicino a casa, senza fare tutti quei chilometri).
Abbiamo visitato la piccola chiesa del paese e il caso ha poi voluto che, all'uscita, fossimo sorpresi da diverse persone vestite con una tunica di foggia templare. Devo confessare che il mio primo pensiero è stato: ma guarda, ecco il gruppo folkloristico locale che ci dà il benvenuto... ma allora ci tengono, a far bella figura coi turisti! In realtà abbiamo poi capito subito che anche questi personaggi erano turisti esattamente come noi: si trattava infatti di un gruppo francese gemellato con quello locale.
In definitiva, se vi trovate a passare da quelle parti potete anche farci un salto, a Seborga. Chissà, magari durante la stagione estiva ci troverete un po' più di movimento. Magari la Pro loco (anzi, come direbbero loro, il Ministero del Turismo) organizza qualcosa di originale.
Ma non vi consiglio di andarci apposta. Per me è stata un po' una delusione.
domenica 1 maggio 2016
mercoledì 27 aprile 2016
l'usignolo
La narrazione comincia negli Stati Uniti, anni Novanta, con un'anziana signora, malata, che sta lasciando la propria casa per l'ultima volta per essere accompagnata dal figlio Julian in una casa di riposo. Il suo stato d'animo è di tranquilla rassegnazione, ma di fronte a scatole di vecchi cimeli tornano a farsi strada i ricordi.
L'ambientazione passa in Francia, primi anni Quaranta. Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Vianne non avrebbe mai creduto che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma in breve tempo si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti (vicino a Carriveau c'è un aeroporto militare).
Ora che la Francia e il suo villaggio sono stati invasi, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: un capitano tedesco alloggia da lei. Da quel momento ogni suo movimento diventa difficile, e lei e sua figlia Sophie sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, Vianne si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime.
Isabelle Rossignol, la sorella più giovane di Vianne, è una diciottenne ribelle - appena buttata fuori dall'ennesimo collegio - in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Il padre di Vianne e Isabelle, che vive a Parigi, è rimasto vedovo anni prima, non ha molto tempo da dedicare alle figlie, e anzi sembra particolarmente distaccato nei loro riguardi: dopo la morte della moglie sembra essere diventato un'altra persona.
Mentre Isabelle sta lasciando Parigi insieme a migliaia di persone, per scappare dai tedeschi in avanzata nella capitale e andare dalla sorella, incontra il misterioso Gaëtan, un giovane partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti.
Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro.
L'autrice, sorretta da una documentazione molto accurata, si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà.
Il libro ha ricevuto recensioni entusiaste su Goodreads ("Choice Award 2015" dei lettori nella categoria Historical fiction) e su Amazon. Premetto che ormai io diffido come la peste dei libri incensati su vari siti, o sui cataloghi degli editori: il più delle volte si tratta di giudizi fatti a tavolino, semplicemente per vendere. Però la trama di questo libro mi attirava, mi attirava tanto, e non mi sono per niente pentita di averlo cominciato. Già dall'inizio mi ha presa, mi ha coinvolta a più livelli: durante la lettura mi sembrava davvero di essere dentro alle pagine, di star "vedendo" la storia da vicino, e ogni volta che lo posavo non vedevo l'ora di riprenderlo per andare avanti e vedere cosa succedeva.
Ti chiedi ben presto chi sia la signora conosciuta in apertura del libro: dev'essere sicuramente una delle figure femminili raccontate. Potrebbe essere Vianne, oppure Isabelle, o addirittura Sophie. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi di voi deciderà di leggere L'usignolo. La sorpresa (e lo choc) per me è stato Julian.
Per cui stavolta i giudizi stra-positivi sul romanzo sono veramente meritati. Il libro secondo me è bellissimo. Le vicende raccontate sono drammatiche (e quando pensi che la guerra si avvicini quasi alla fine, gli eventi per le sorelle Rossignol precipitano ulteriormente). Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.
L'ambientazione passa in Francia, primi anni Quaranta. Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Vianne non avrebbe mai creduto che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma in breve tempo si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti (vicino a Carriveau c'è un aeroporto militare).
Ora che la Francia e il suo villaggio sono stati invasi, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: un capitano tedesco alloggia da lei. Da quel momento ogni suo movimento diventa difficile, e lei e sua figlia Sophie sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, Vianne si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime.
Isabelle Rossignol, la sorella più giovane di Vianne, è una diciottenne ribelle - appena buttata fuori dall'ennesimo collegio - in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Il padre di Vianne e Isabelle, che vive a Parigi, è rimasto vedovo anni prima, non ha molto tempo da dedicare alle figlie, e anzi sembra particolarmente distaccato nei loro riguardi: dopo la morte della moglie sembra essere diventato un'altra persona.
Mentre Isabelle sta lasciando Parigi insieme a migliaia di persone, per scappare dai tedeschi in avanzata nella capitale e andare dalla sorella, incontra il misterioso Gaëtan, un giovane partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti.
Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro.
L'autrice, sorretta da una documentazione molto accurata, si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà.
Il libro ha ricevuto recensioni entusiaste su Goodreads ("Choice Award 2015" dei lettori nella categoria Historical fiction) e su Amazon. Premetto che ormai io diffido come la peste dei libri incensati su vari siti, o sui cataloghi degli editori: il più delle volte si tratta di giudizi fatti a tavolino, semplicemente per vendere. Però la trama di questo libro mi attirava, mi attirava tanto, e non mi sono per niente pentita di averlo cominciato. Già dall'inizio mi ha presa, mi ha coinvolta a più livelli: durante la lettura mi sembrava davvero di essere dentro alle pagine, di star "vedendo" la storia da vicino, e ogni volta che lo posavo non vedevo l'ora di riprenderlo per andare avanti e vedere cosa succedeva.
Ti chiedi ben presto chi sia la signora conosciuta in apertura del libro: dev'essere sicuramente una delle figure femminili raccontate. Potrebbe essere Vianne, oppure Isabelle, o addirittura Sophie. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi di voi deciderà di leggere L'usignolo. La sorpresa (e lo choc) per me è stato Julian.
Per cui stavolta i giudizi stra-positivi sul romanzo sono veramente meritati. Il libro secondo me è bellissimo. Le vicende raccontate sono drammatiche (e quando pensi che la guerra si avvicini quasi alla fine, gli eventi per le sorelle Rossignol precipitano ulteriormente). Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.
domenica 10 aprile 2016
the painter's daughter
Sophie Dupont, figlia di un ritrattista, aiuta il padre nel suo studio, tenendo celati alla gente i propri lavori. Lo studio si trova in una piccola cittadina nel Devonshire, e spesso Sophie si trova a passeggiare per i sentieri della scogliera lungo la costa, un luogo molto popolare fra gli artisti e i poeti. E' proprio qui che Sophie incontra l'affascinante Wesley Overtree, il primo uomo a dirle che è bella.
Il capitano Stephen Overtree invece è abituato a prendersi in carico i doveri lasciati perdere dal fratello. A casa in licenza, viene inviato a recuperare Wesley. Sapendo che suo fratello ha affittato un cottage da un amico, il capitano si reca nel Devonshire e incontra miss Dupont, la figlia del pittore. La riconosce immediatamente da un ritratto in miniatura che porta con sé - una delle opere fatte (e abbandonate) dal fratello.
Ma il suo senso di felicità si spegne quando si rende conto che Wesley ha lasciato miss Dupont in attesa di un figlio, e se n'è andato in Italia in cerca di una nuova musa. Dato che Stephen ha intenzione di fare qualcosa di utile con la propria vita, propone a Sophie di sposarlo. Non le offre amore, e nemmeno un futuro insieme (è infatti convinto che, a causa di un'oscura predizione, sia destinato a morire presto in battaglia), ma può salvarla dallo scandalo. Se morirà in battaglia, lei sarà una vedova rispettabile, con la protezione della famiglia di lui.
Alla disperata ricerca di una via per sfuggire alla propria infelice situazione, Sophie acconsente a sposare quello straniero, e a viaggiare con lui verso la tenuta della sua famiglia. Ma a Overtree Hall, i suoi problemi saranno soltanto al principio.
Si pentirà di aver sposato il capitano Overtree, quando Wesley, pentito, farà ritorno? Oppure si troverà combattuta tra il padre del suo bambino e il suo crescente affetto per il marito che conosceva a malapena, e che nel frattempo è stato richiamato in servizio e si trova a Waterloo?
Il capitano Stephen Overtree invece è abituato a prendersi in carico i doveri lasciati perdere dal fratello. A casa in licenza, viene inviato a recuperare Wesley. Sapendo che suo fratello ha affittato un cottage da un amico, il capitano si reca nel Devonshire e incontra miss Dupont, la figlia del pittore. La riconosce immediatamente da un ritratto in miniatura che porta con sé - una delle opere fatte (e abbandonate) dal fratello.
Ma il suo senso di felicità si spegne quando si rende conto che Wesley ha lasciato miss Dupont in attesa di un figlio, e se n'è andato in Italia in cerca di una nuova musa. Dato che Stephen ha intenzione di fare qualcosa di utile con la propria vita, propone a Sophie di sposarlo. Non le offre amore, e nemmeno un futuro insieme (è infatti convinto che, a causa di un'oscura predizione, sia destinato a morire presto in battaglia), ma può salvarla dallo scandalo. Se morirà in battaglia, lei sarà una vedova rispettabile, con la protezione della famiglia di lui.
Alla disperata ricerca di una via per sfuggire alla propria infelice situazione, Sophie acconsente a sposare quello straniero, e a viaggiare con lui verso la tenuta della sua famiglia. Ma a Overtree Hall, i suoi problemi saranno soltanto al principio.
Si pentirà di aver sposato il capitano Overtree, quando Wesley, pentito, farà ritorno? Oppure si troverà combattuta tra il padre del suo bambino e il suo crescente affetto per il marito che conosceva a malapena, e che nel frattempo è stato richiamato in servizio e si trova a Waterloo?
giovedì 24 marzo 2016
da poussin agli impressionisti
Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall'Ermitage
Torino, Palazzo Madama
11 marzo - 4 luglio 2016
Dopo infiniti rinvii di data, si è finalmente aperta a Palazzo Madama una grande mostra dedicata alla storia dell’arte francese. Capolavori straordinari che rispecchiano l’evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l’arte francese, e al contempo testimoniano l’amore per l’Italia di molti dei pittori in mostra.
Una selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia) per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell’Ottocento, dall’avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti.
L’esposizione intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna – dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere – e delinea la storia della fortuna dell’arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all’impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell’Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre.
Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all’antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Croot e all’affermazione dell’Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all’apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.
Torino, Palazzo Madama
11 marzo - 4 luglio 2016
Dopo infiniti rinvii di data, si è finalmente aperta a Palazzo Madama una grande mostra dedicata alla storia dell’arte francese. Capolavori straordinari che rispecchiano l’evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l’arte francese, e al contempo testimoniano l’amore per l’Italia di molti dei pittori in mostra.
Una selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia) per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell’Ottocento, dall’avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti.
L’esposizione intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna – dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere – e delinea la storia della fortuna dell’arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all’impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell’Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre.
Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all’antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Croot e all’affermazione dell’Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all’apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.
lunedì 21 marzo 2016
l'abbazia della novalesa
L'abbazia della Novalesa si trova in una bellissima posizione nella conca naturale della Val Cenischia, una ramificazione della Valle di Susa che porta al colle del Moncenisio, importante punto di passaggio obbligato fra Italia e Francia nei secoli passati.
L'abbazia venne fondata nel 726, in una posizione strategica, su una delle rotte principali dei pellegrini che dalla Francia e dall'Inghilterra si recavano in Italia. Questa data fa rientrare la Novalesa fra i monasteri più antichi d'Europa. Anche l'imperatore Carlo Magno vi passò e vi fece tappa.
L'attività dei monaci benedettini era fondamentale per dare assistenza ai viandanti e ai pellegrini in transito, e al tempo stesso serviva per trasmettere cultura, poiché la comunità dei monaci trascriveva codici. Ai tempi infatti, la biblioteca della Novalesa era una fra le più ricche d'Europa (citata anche da Eco ne "Il nome della rosa"). Questi primi secoli di vita furono i più fiorenti per l'abbazia. Purtroppo intorno all'anno Mille la Novalesa venne gravemente saccheggiata dai Saraceni, che la misero a ferro e fuoco. I monaci fuggirono per salvarsi, e anche se successivamente vi fecero ritorno, l'abbazia nei secoli successivi non tornò più agli antichi splendori.
A metà dell'Ottocento la legge Siccardi abolì tutti i monasteri: da allora e per oltre un secolo l'edificio dell'abbazia divenne prima un albergo, poi la dependance estiva di un collegio torinese.
Nel 1972 la Provincia di Torino acquistò il complesso, lo restaurò e lo affidò a una nuova comunità di monaci benedettini provenienti dal Veneto. Da allora rivivono le atmosfere di spiritualità e lavoro tipiche dei monaci. Oggi nell'abbazia ha sede un importante centro di restauro di libri antichi, e negli ultimi anni è stato allestito anche un museo archeologico.
Il complesso dell'abbazia è composto dalla chiesa principale, un chiostro e altri locali collegati, e da quattro piccole e semplici cappelle nei terreni circostanti. Uno degli aspetti che sorprendono di più i visitatori (sì, perché il posto si può visitare: ci sono anche visite guidate che sono quelle che consiglio) è il ciclo di affreschi che si trovano ormai soltanto nella cappella di Sant'Eldrado. Sono stati fatti circa mille anni fa, ma sono ancora oggi in buonissimo stato di conservazione, e dotati di una brillantezza di colori incredibile, data la loro età.
Io conservo un particolare ricordo infantile legato a un'altra cappella, quella di San Salvatore, più spoglia e spartana, perché quando ero piccola, durante l'estate andavo spesso lì coi miei alla messa della domenica pomeriggio: era forse l'unico posto che avevo visto (fino ad allora) dove usavano l'incenso durante la liturgia, e visto che l'ambiente era molto piccolo, l'odore pervadeva intensamente tutto lo spazio.
Da allora, e ancora oggi, io associo sempre il profumo dell'incenso all'immagine di quella cappella medievale, dagli spogli e spessi muri di pietra.
L'abbazia venne fondata nel 726, in una posizione strategica, su una delle rotte principali dei pellegrini che dalla Francia e dall'Inghilterra si recavano in Italia. Questa data fa rientrare la Novalesa fra i monasteri più antichi d'Europa. Anche l'imperatore Carlo Magno vi passò e vi fece tappa.
L'attività dei monaci benedettini era fondamentale per dare assistenza ai viandanti e ai pellegrini in transito, e al tempo stesso serviva per trasmettere cultura, poiché la comunità dei monaci trascriveva codici. Ai tempi infatti, la biblioteca della Novalesa era una fra le più ricche d'Europa (citata anche da Eco ne "Il nome della rosa"). Questi primi secoli di vita furono i più fiorenti per l'abbazia. Purtroppo intorno all'anno Mille la Novalesa venne gravemente saccheggiata dai Saraceni, che la misero a ferro e fuoco. I monaci fuggirono per salvarsi, e anche se successivamente vi fecero ritorno, l'abbazia nei secoli successivi non tornò più agli antichi splendori.
A metà dell'Ottocento la legge Siccardi abolì tutti i monasteri: da allora e per oltre un secolo l'edificio dell'abbazia divenne prima un albergo, poi la dependance estiva di un collegio torinese.
Nel 1972 la Provincia di Torino acquistò il complesso, lo restaurò e lo affidò a una nuova comunità di monaci benedettini provenienti dal Veneto. Da allora rivivono le atmosfere di spiritualità e lavoro tipiche dei monaci. Oggi nell'abbazia ha sede un importante centro di restauro di libri antichi, e negli ultimi anni è stato allestito anche un museo archeologico.
Il complesso dell'abbazia è composto dalla chiesa principale, un chiostro e altri locali collegati, e da quattro piccole e semplici cappelle nei terreni circostanti. Uno degli aspetti che sorprendono di più i visitatori (sì, perché il posto si può visitare: ci sono anche visite guidate che sono quelle che consiglio) è il ciclo di affreschi che si trovano ormai soltanto nella cappella di Sant'Eldrado. Sono stati fatti circa mille anni fa, ma sono ancora oggi in buonissimo stato di conservazione, e dotati di una brillantezza di colori incredibile, data la loro età.
Io conservo un particolare ricordo infantile legato a un'altra cappella, quella di San Salvatore, più spoglia e spartana, perché quando ero piccola, durante l'estate andavo spesso lì coi miei alla messa della domenica pomeriggio: era forse l'unico posto che avevo visto (fino ad allora) dove usavano l'incenso durante la liturgia, e visto che l'ambiente era molto piccolo, l'odore pervadeva intensamente tutto lo spazio.
Da allora, e ancora oggi, io associo sempre il profumo dell'incenso all'immagine di quella cappella medievale, dagli spogli e spessi muri di pietra.
venerdì 11 marzo 2016
meme libri 2015
Ogni anno si fa più grande il ritardo con cui arrivo a postare questo breve riepilogo delle mie letture nell'anno precedente. E per fortuna esiste Goodreads, altrimenti sarei persa...
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.
Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.
Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.
E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.
Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.
I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.
Quanti libri scritti da autori italiani?
8.
E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.
Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.
Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick
Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.
E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.
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giovedì 10 marzo 2016
la santa degli zingari
C'è una cittadina della Camargue nella quale si respira un'atmosfera decisamente particolare, molto poco francese e invece tanto andalusa.
Si tratta di Saintes-Maries-de-la-Mer, dove ci si imbatte, invece che in lavanda e saponette, in trofei di teste di toro appese nei bar e pittoreschi stivaloni in cuoio esposti sulle bancarelle del mercato.
Il paese prende il nome dalla tradizione secondo cui Maria Jacoba, cugina della Madonna, e Maria Salomé giunsero su un'imbarcazione senza vela né timone (insieme ad altri personaggi illustri in fuga dalla Palestina, fra cui san Lazzaro, la Maria Maddalena, Santa Marta e San Giacomo) su una spiaggia nelle vicinanze.
Le due Marie in questione erano accompagnate dalla loro serva Sara, di pelle scura, e restarono a vivere nei pressi del luogo del loro sbarco. Da qui partì l'evangelizzazione della Gallia. Come potete notare, "Il codice da Vinci" riprende una leggenda ben nota: Dan Brown non ha inventato nulla di originale.
Il villaggio è conosciuto soprattutto per il pellegrinaggio degli zingari (les Gitans), che accorrono ogni anno da tutta Europa in occasione della festa di Santa Sara, la Santa degli zingari, che per l'appunto è la loro patrona.
I festeggiamenti si svolgono il 24 e il 25 maggio: durante il primo giorno la statua di Sara, coperta di gioielli e vestiti colorati, viene trasportata sin sulla spiaggia nel corso di una processione, per benedire le onde che la portarono sin lì. Gli zingari portano a spalle la loro santa e sono accompagnati dai Gardians camarguesi a cavallo. Il giorno successivo una seconda processione è invece dedicata alle due sante Marie, e termina sempre sulla spiaggia.
Le reliquie delle due Marie e di Sara sono conservate nell'Eglise des Saintes Maries, che si individua senza difficoltà perché la sua torre svetta massicciamente sui tetti rossi della cittadina. Anzi, la si vede già da distante, avvicinandosi al paese.
L'edificio è in pietra, in uno stile romanico senza fronzoli, tanto che più che una chiesa sembra quasi una fortezza (e in effetti è probabile che rivestì anche questo ruolo, perché quando venne costruita - intorno al IX secolo - i pirati saraceni imperversavano in queste zone, ed è quindi altamente probabile che la popolazione cercasse riparo nella chiesa durante le incursioni).
Il suo interno è sorprendente: totalmente in pietra, nudo e quasi grezzo, senza decorazioni, quasi una specie di cantina dalla volta altissima, dove forse in diversi punti le pietre avrebbero bisogno di qualche restauro. Quando ci ho messo piede ho immediatamente pensato che sarebbe stato un set perfetto per qualche scena di Pirati dei Caraibi...
Sotto l'altare è ben visibile una piccola scalinata, che porta alla piccola cripta sottostante. La cripta toglie davvero il respiro, in senso letterale: tanto è ampio e freddo l'interno di pietra della chiesa, tanto è ristretto, caldissimo e dalla volta bassa l'ambiente della cripta, pieno zeppo di candele accese e di persone che si recano a rendere omaggio alla santa.
Arrivando da fuori, per un attimo si fa davvero fatica ad abituarsi al caldo, poi tutto sommato si riesce a resistere il tempo di curiosare e fare qualche fotografia. Ciò che sorprende è la statua di Sara, letteralmente imbacuccata sotto strati e strati di vestiti coloratissimi, uno sull'altro, talmente spessi da nascondere la figura della statua stessa.
Noi abbiamo visitato la chiesa al principio di giugno, pochissimi giorni dopo lo svolgersi del pellegrinaggio degli zingari, e quindi nella cripta erano ancora freschi e ben presenti i ricordi della festa. Può darsi che in altri periodi dell'anno la statua sia meno ricca di decorazioni. In giro ci sono moltissimi ex-voto, fotografie e oggetti di chiara impronta gitana, lampade accese e violini appesi.
Risalendo gli scalini che portano alla navata superiore, si ritorna all'aria fresca e respirabile, e per un attimo si viene colpiti da una sensazione di quasi freddo, tanto dev'essere notevole l'escursione termica fra i due ambienti.
giovedì 25 febbraio 2016
il manneken pis
Di solito i simboli delle grandi capitali sono grandi monumenti, come la Tour Eiffel per Parigi e il Colosseo per Roma, ma nel caso di Bruxelles l'icona della città è rappresentata da una piccola statua.
Il Manneken Pis è una statuina in bronzo raffigurante un bambino che fa la pipì, collocata all'angolo fra due vie nel centro della città.
Non è ben chiaro come mai questa statua sia diventata il simbolo di Bruxelles, ma pare che i suoi abitanti la amino tantissimo.
Addirittura dal XVIII secolo (eh sì, perché la statuina attuale risale almeno al principio del 1600) hanno creato per il bimbetto desnudo i più svariati costumi (sono oltre 800), che ogni tanto gli vengono fatti indossare, in occasione di determinate ricorrenze, e che vengono esposti nel museo di storia cittadina.
Per i turisti è un must andare a vederlo, e fotografarlo, ma ci si accorge presto che questo bimbetto è davvero un prezzemolino.
A Bruxelles lo si trova in ogni dove, declinato in ogni forma possibile ed immaginabile di souvenir kitsch, cartoline, magliette, portachiavi, fantoccio all'entrata dei negozi e dei locali, sui manifesti pubblicitari e così via.
Fra i souvenir mi ricordo gli infiniti cavatappi a soggetto, e dato che sono una signora non mi dilungherò nello spiegarvi dove era collocata la vite per cavare il tappo...
Insomma, io non so voi, ma per quanto mi riguarda, superate le 24 ore di esposizione a questo tipo di souvenir io avevo finito per sviluppare quasi una sorta di insofferenza, perché questo bimbetto pisciarolo ti perseguita veramente dappertutto!
Eppure gli abitanti di Bruxelles devono pensarla diversamente perché esistono, sempre in zona centro, altre due statuine - molto più recenti - raffiguranti una bambina acciucciata per fare pipì, e un cagnolino che fa la pipì per strada.
Le predilezioni dei belgi danno da pensare :-)
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mercoledì 24 febbraio 2016
una giornata petalosa
Quest'oggi i social italiani sono stati letteralmente invasi dalla petalosità di una nuova parola.
Quando ho acceso il computer verso le 8:30 ho casualmente notato che un'amica aveva messo il "mi piace" su Facebook a un post fotografico, che commentava un quadro e faceva uso di questa parola. L'ho notato, ma non ci ho fatto caso più di tanto. Ma quando dopo mezzora sono incappata in un altro post, di tutt'altra tipologia, e stavolta corredato da fotografie della lettera, ho capito che non ce ne saremmo più liberati, almeno per un po'. E sono stata al gioco.
La storia è presto raccontata, così come ce l'hanno proposta. Qualche settimana fa, un alunno di una scuola elementare in provincia di Ferrara, durante un compito ha scritto di un fiore che era "petaloso". La maestra gliel'ha giustamente indicato come errore, perché la parola non esiste, ma gli ha detto che comunque si trattava di un "errore bello", e ha suggerito al bambino di inviare la segnalazione all'Accademia della Crusca.
Pare che il bambino l'abbia fatto, e che l'Accademia gli abbia risposto, evidenziando come la parola sia in potenziale ben formata, ma che, affinché possa essere inserita in un dizionario, debba entrare in circolo ed essere usata dalle persone.
La storia è arrivata a un pubblico più ampio e oggi - apriti cielo! - credo che "petaloso" sia stata la parola più utilizzata sui social, postatissima su Facebook nonché su Twitter, dove già in mattinata l'hashtag corrispondente era già fra i più ricorrenti in Italia. Istituzioni ed enti fra i più insospettabili l'hanno usata.
E anche l'Accademia della Crusca ha monitorato l'hashtag, perlomeno su Twitter. Mi sono scompisciata dal ridere nel vedere il reply che hanno fatto al tweet della Ladurée chiedendo una cassa di macarons.
L'ironia oggi non gli è mancata.
Non sono mancate le voci di dissenso, o di chi era infastidito da tutto 'sto baillamme social.
Io l'ho trovata una cosa simpatica. La storia, per quanto sia vera oppure inventata, mi è parsa dolce e carina. Senza dubbio trovo più pregnante una parola nata in questa maniera, rispetto a tante inventate da giornalisti che decidono di usarle nei loro articoli (e che soltanto per il fatto di essere messe nero su bianco in quelle sedi vengono considerate degne di entrare in un vocabolario).
La storia è presto raccontata, così come ce l'hanno proposta. Qualche settimana fa, un alunno di una scuola elementare in provincia di Ferrara, durante un compito ha scritto di un fiore che era "petaloso". La maestra gliel'ha giustamente indicato come errore, perché la parola non esiste, ma gli ha detto che comunque si trattava di un "errore bello", e ha suggerito al bambino di inviare la segnalazione all'Accademia della Crusca.
Pare che il bambino l'abbia fatto, e che l'Accademia gli abbia risposto, evidenziando come la parola sia in potenziale ben formata, ma che, affinché possa essere inserita in un dizionario, debba entrare in circolo ed essere usata dalle persone.
La storia è arrivata a un pubblico più ampio e oggi - apriti cielo! - credo che "petaloso" sia stata la parola più utilizzata sui social, postatissima su Facebook nonché su Twitter, dove già in mattinata l'hashtag corrispondente era già fra i più ricorrenti in Italia. Istituzioni ed enti fra i più insospettabili l'hanno usata.
E anche l'Accademia della Crusca ha monitorato l'hashtag, perlomeno su Twitter. Mi sono scompisciata dal ridere nel vedere il reply che hanno fatto al tweet della Ladurée chiedendo una cassa di macarons.
L'ironia oggi non gli è mancata.
Non sono mancate le voci di dissenso, o di chi era infastidito da tutto 'sto baillamme social.
Io l'ho trovata una cosa simpatica. La storia, per quanto sia vera oppure inventata, mi è parsa dolce e carina. Senza dubbio trovo più pregnante una parola nata in questa maniera, rispetto a tante inventate da giornalisti che decidono di usarle nei loro articoli (e che soltanto per il fatto di essere messe nero su bianco in quelle sedi vengono considerate degne di entrare in un vocabolario).
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