sabato 29 ottobre 2011

white collar

Ho scovato un altro telefilm piuttosto carino, che mi è piaciuto molto, e che mi ha tenuta incollata al video per circa una quindicina di giorni (tempo necessario per vedermi le prime due stagioni).Si tratta di "White Collar", serie americana di genere poliziesco, incentrata sull’insolito abbinamento tra un brillante artista della truffa, Neal Caffrey (Matthew Bomer), e un detective dell'FBI, Peter Burke (Tim DeKay), che si occupa dei cosiddetti crimini riguardanti i colletti bianchi (white collar, per l'appunto). E' un'espressione che si usa normalmente anche in italiano, e indica quei crimini economico/finanziari, truffe, furti d'arte, frodi in bilancio, etc... perpetrati soprattutto da persone di stato sociale medio alto e spesso nell'ambito della loro professione. Insomma, dopo tanti telefilm dedicati a squadre omicidi, narcotraffici e RIS, questo riempie un altro settore che ancora mancava :-)

La storia non sarà il massimo dell'originalità, ma è piuttosto avvincente. Se poi servisse anche un motivo estetico per seguire il telefilm, basta pensare agli occhi e alla presenza fisica dell'attore che interpreta Neal (anche se voci di gossip - che pare proprio siano fondate - dicono sia gay... ma tanto a noi 'sta cosa non ci cambia la vita, no?).

Nel pilot della prima stagione, Neal Caffrey, giovane e affascinante mago della truffa, finito in prigione dopo tre anni di ricerca da parte dell’FBI, riesce ad evadere. Viene richiamato Burke, che l'aveva catturato in passato, il quale in poche ore riesce a rintracciarlo. Neal prima di ritornare in prigione dà informazioni importanti a Burke e si offre come consulente per aiutarlo a catturare un criminale. In cambio Neal ottiene il rilascio sotto la custodia dell'agente Burke e dell'FBI. L'accordo si rivela azzeccato e funzionante, e Neal diventa a tutti gli effetti "consulente" civile per l'FBI.

Il rapporto fra Caffrey e Burke si rivela da subito perfetto: furbo e divertente uno, con l'aria scanzonata ma affascinante, serioso e un po' cinico e un tantino arrogante l’altro. Ma l'alchimia funziona, e nel corso delle puntate nasce un vero e proprio rapporto di affetto e amicizia. Intorno a loro gravitano personaggi indovinatissimi come Elizabeth, la moglie di Burke, che prende subito in simpatia Neal, e Mozzie, l'amico truffatore di Neal (i cui interpreti ce li ricordiamo, rispettivamente, in "Beverly Hills 90210" e in "Sex and the city").

giovedì 20 ottobre 2011

diari bestiali

Dal diario di un cane:

8:00 - Cibo ! La mia cosa preferita !
9:30 - Un giro in macchina ! La mia cosa preferita !
9:40 - A spasso nel parco ! La mia cosa preferita !
... 10:30 - Coccole ! La mia cosa preferita !
12:00 - Pranzo ! La mia cosa preferita !
13:00 - Giochi in giardino! La mia cosa preferita !
15:00 - Scondizolo ! La mia cosa preferita !
17:00 - Merenda ! La mia cosa preferita !
19:00 - Si gioca a palla ! La mia cosa preferita !
20:00 - Wow! Guardo la tv con mamma e papà ! La mia cosa preferita !
23:00 - A nanna nella cuccia ! La mia cosa preferita !

Dal diario di un gatto :

Giorno di prigionia numero 983.
I miei guardiani continuano a prendermi per il culo con dei piccoli oggetti ciondolanti.
L'unica cosa che mi aiuta ad andare avanti è il mio sogno di scappare. Nel tentativo di disgustarli, vomito ancora sul tappeto.
Oggi ho decapitato un topo e ho gettato il corpo senza testa ai loro piedi. Speravo che ciò li terrorizzasse, perchè è la prova di cosa son capace di fare. Comunque, hanno fatto un piccolo commento su che "bravo piccolo cacciatore" io sia. Bastardi.
Oggi son quasi riuscito ad assassinare uno dei miei tormentatori passandogli in mezzo ai piedi mentre camminava. Devo riprovarci domani, però in cima alle scale.
Sono convinto che gli altri prigionieri siano lecchini e spie. Il cane ha sempre dei privilegi speciali. Viene regolarmente rilasciato, e sembra pure che voglia tornare. Ovviamente è un ritardato.

L'uccellino dev'essere un informatore. Lo osservo mentre comunica con le guardie regolarmente. Son sicuro che riferisce ogni mia singola mossa. I miei guardiani l'hanno messo in custodia protettiva in una cella in alto, così è al sicuro, per ora... Vi terrò aggiornati.

lunedì 17 ottobre 2011

moda italiana

Moda in Italia. 150 anni di eleganza
17 settembre 2011 - 8 gennaio 2012 (prorogata al 29 gennaio)
Reggia di Venaria, Torino


Nello scorso weekend ho visitato una bella ed interessante mostra alla Reggia della Venaria. L'esposizione racconta la storia della moda in Italia dal 1861 ad oggi. E' divisa in due parti (presentate su due piani) affidate rispettivamente alla direzione artistica della costumista premio Oscar Gabriella Pescucci e del direttore di Vogue Italia Franca Sozzani.

Lungo le sale veniamo accompagnati da un suggestivo gioco di specchi tra arti figurative, fotografie, musica e cinema, che ci guidano in un viaggio lungo i 150 anni di stile italiano. Le musiche e le immagini sono legate al periodo presentato nella sala, mentre se devo essere sincera non mi sono accorta per nulla del percorso olfattivo (o mi sono assuefatta appena entrata nella prima sala, oppure il raffreddore stava covando... mah? - comunque mi è stato assicurato che esiste anche quello...)
Il percorso di visita è organizzato per decenni e per temi, e si suddivide in otto sezioni.


Verso l'Unità, tra storia e romanzo
La mostra parte dall'Unità d'Italia e dall'epopea del Risorgimento. Il 1861. Il Romanticismo aulico che ispira le gesta di quegli anni si esprime nell'eleganza soave della dama romantica, stretta nel busto e avvolta nella lusseureggiante gonna sorretta dalla crinolina, oggetto emblema di un'epoca. Una femminilità distante ed eterea, di ispirazione aristocratica, pervade le prime sale tra abiti originali e costumi del grande cinema di Luchino Visconti.
Le prime tre sale ospitano rispettivamente un abito da sera originale della Contessa di Castiglione, e due riproduzioni "filmiche": l'abito bianco da ballo di Claudia Cardinale ne "Il gattopardo" e l'abito scuro da viaggio di Alida Valli in "Senso".

L'Italia diventa regno
Dopo il 1870 e maggiormente nell'età umbertina (1878-1900) la figura femminile evolve e con essa muta l'approccio alla vita sociale. La donna borghese è sinuosa e vitale grazie alla silhouette offertale dalla tournure (struttura per rigonfiare le gonne) che punta sugli aspetti maggiormente sensuli, come fianchi e retro. Il preziosismo della nuova cultura esteta importata in Italia da D'Annunzio e il gusto decadente creano l'immaginario sofisticato della cosiddetta fin de siecle.
In mostra ci sono un manto regale della regina Margherita, un suo abito, le divise dei gentiluomini di corte.


L'Italia della Belle Epoque
Il primo 900 è un'età nevrotica e brillante per l'ansia di vita che traspare e il presagio della fine di un mondo. La moda è conservatrice, sempre ancorata a busti e sottane, però eclettica, preziosa, severa e volutamente non rivolta ai più. Decori presi da ogni epoca e stile, ispirazioni dettate dal colonialismo o dalla fantasia ispirata all'opera lirica di Giacomo Puccini, profili innaturali e femminilità vistose rappresentano una vivacità culturale densa di simboli.

Futurismo
Nel 1919 a Firenze il futurista Thayat realizza la tuta da lavoro, pensata per tutte le occasioni, anche eleganti, determinando così un percorso di sperimentazione tra moda e arte. Tripudio di colori in panciotti sgargianti, dinamica praticità del taglio e modernità delle asimmetrie oltre che rifiuto delle costrizioni borghesi (la cravatta per esempio) si esplicano con freschezza in queste creazioni perché, come disse Giacomo Balla "si pensa e si agisce come si veste".

Tra due guerre mondiali
La Grande Guerra cambia il volto all'Europa e la moda, come quasi tutte le arti applicate, cambia anch'essa identità. Sparisce il secolare busto, mentre il cinema muto ispira nuovi canoni di bellezza: capelli corti, linee appena accennate da abiti semplicissimi quanto sgargianti, bellezze acerbe. Negli anni '30 l'atmosfera si incupisce e la donna diventa diva fatale: profili androgini e abiti a sirena per la sera, carattere militaresco per il giorno. Si sviluppa nell'Italia fascista l'interesse per le fibre sintetiche, come la viscosa, prodotta per lungo tempo a Venaria (Snia Viscosa).
Sono esposti una divisa militare di D'Annunzio, abiti di Eleonora Duse, numerosi abiti di stile charleston degli anni '20, abiti degli anni '30-'40, italiani e tedeschi

La Repubblica e la rinascita della moda italiana
"Riprendere a sognare per riprendere a vivere" asseriva Dior che nel 1947 con il suo new look aveva riproposto un modello di donna ormai dimenticato: vitino stretto, tacchi a spillo e gonna a crinolina, inarrivabile ai più, ma sufficiente a fare dimenticare gli orrori e le privazioni recenti. Nel 1951 a Firenze il verbo francese dell'eleganza si traduce per la prima volta in italiano. L'esperimento funziona e nascono gli stilisti, autori delle creazioni rese celebri nelle pellicole della Hollywood sul Tevere, che mostrarono la rinascita e le bellezze italiane al mondo.
La mostra prosegue al piano superiore, e propone, fra gli altri, abiti delle sorelle Fontana, abiti delle dive cinematografiche degli anni '50-60: Audrey Hepburn, Liz Taylor, Ava Gardner (con il "pretino", un tailleur di foggia vescovile), scarpe di Ferragamo realizzate per Marylin Monroe.


Sartorialità
Dagli anni '60 lo stile italiano si fa unico nel mondo. L'eleganza data dalla maestria nella confezione e dalla creatività dei primi grandi stilisti creano un gusto unico e inconfondibile nelle sue firme. Il rosso di Valentino, il taglio scultura di Capucci, l'esuberanza di Versace, l'eleganza di Armani rappresentano un carattere di autorialità sartoriale impossibile da eguagliare.

1970/2011
La moda approda a Milano. Scandalo e sperimentalismo degli anni '70. Neo conservatorismo e stile rampante per gli anni '80. Eleganza minimale e del dettaglio per i '90. Creatività che si concede ai più nel mercato globale del post 2000. Nel suggestivo Teatro delle Commedie della Reggia, un'installazione che riproduce la passerella di una coloratissima sfilata raccoglie i capolavori delle più grandi firme della moda italiana.

venerdì 14 ottobre 2011

jane eyre


Ieri sera ho visto il nuovo adattamento cinematografico di "Jane Eyre", che rimane, pur a tanti anni dall'ultima volta in cui l'ho letto, uno dei miei libri preferiti e più cari. Nei giorni scorsi avevo letto in giro sul web delle recensioni di spettatrici che erano rimaste un po' deluse da questa nuova versione, e soprattutto dal Rochester interpretato da Michael Fassbender. Partivo quindi con qualche paura, ma alla fine devo dire che questa versione non mi è dispiaciuta, tutt'altro.

Più gotica e cupa delle precedenti, questa rilettura filmica si apre con la fuga di Jane da Thornfield, dopo il mancato matrimonio, e procede a raccontare tutta la storia precedente - anni infantili a Longbourn inclusi - in forma di flashback.
E' sicuramente difficile infilare tutto il libro in due ore esatte, e infatti secondo me alcuni passaggi sono stati talmente solo accennati che, se non si è letto il libro, vanno persi (ad esempio la malattia della piccola Helen, il fratello di Bertha). Comunque le atmosfere riprodotte sono fosche al punto giusto, con una Thornfield Hall illuminata dalle luci delle candele, popolata da voci lontane, pavimenti scricchiolanti e tendaggi svolazzanti, boscaglie nelle quali compare improvvisamente un nero destriero e brughiere attraverso cui giunge la voce perduta di Rochester.

Rispetto al precedente film di Zeffirelli, ho trovato un po' affrettato e scarsamente elaborato l'avvicinamento iniziale fra Jane e Rochester (non vi ho avvertito molta tensione) ma mi sono ugualmente emozionata soprattutto nella seconda parte.

Se siete amanti di Jane Eyre, questo film va sicuramente visto. Da parte mia penso proprio che nei prossimi giorni mi riguarderò anche le precedenti versioni (quella di Zeffirelli e quella dello sceneggiato BBC 2006).
Jane Eyre - la recensione del film
(di Federico Gironi, ComingSoon)


Americano, madre svedese e padre giapponese, Cary Fukunaga aveva all’attivo il grande successo indipendente di Sin Nombre, ovviamente inedito in Italia, quando ha deciso di cimentarsi nell’impresa di un nuovo adattamento cinematografico del celebre romanzo vittoriano di Charlotte Brontë.
Imbattutosi nel copione scritto dalla sceneggiatrice di Tamara Drewe, Moira Buffini, Fukunaga ha fin dall’inizio dichiarato di voler lavorare con attenzione sui risvolti gotici della storia, dell’ambientazione e dei personaggi: e i risultati confermano queste intenzioni.

Il suo Jane Eyre è lontanissimo dalla celebre versione di Robert Stevenson interpretata da Joan Fontaine e Orson Welles, così come dal più recente degli adattamenti, quello diretto da Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt. Eppure rimane coerentissimo alla sua matrice letteraria, con un afflato di fedeltà che travalica le mere circostanze narrative.
Ricalcando la ricchezza interiore e il rigore formale del personaggio che gli da il titolo e di cui narra la parabola di vita, il film di Fukunaga si aggrappa alla ruvida e gelida materialità dei luoghi e di certe mentalità, ma lascia anche spirino folate di spiritualità, di mistero e di passioni.
Di spiriti, la Jane Eyre interpretata da una Mia Wasikowska che recita con la sordina e colpisce al cuore con le frequenze basse della sua ottima performance, parla fin dall’inizio. Spiriti, rumori, misteri, presagi e voci nella brughiera che rispecchiano l’irrazionale incontenibile delle passioni del cuore e della mente, che sembrano provenire dai racconti che si facevano Byron, Shelley e Polidori chiusi dalla villa di Diodati. E allora non appare un caso o un vezzo che il Rochester di Fassbender sia un personaggio decisamente byronesco: scapigliato, inquieto e volatile, quasi più rockstar ante litteram che poeta maledetto.

L’amore tra i due, di conseguenza, o come causa, è allora più viscerale e appassionato di quanto il cinema ci abbia abituato a vedere, più ossessionante nella sua irrinunciabile natura. Per questo, più centrale e dominante rispetto alle altre sfumature della storia.
Eppure, quello di Fukunaga non è un film "caldo": perché, proprio come fatto da Andrea Arnold nell’altro recente adattamento brontiano, quello di "Cime tempestose", dimore e brughiere sono messe in scena in tutta la loro ostica natura, in una nudità che non nasconde il buio, il freddo, lo scomodo e il doloroso. Ma rispetto a Wuthering Heights, Jane Eyre si perde meno nella ricercatezza fotografica che quasi contraddice la natura dura e pura dello sguardo, concedendosi un’eleganza pittorica mai levigata, nella quale il segno del pennello e della fatica son sempre percepibili.

Una fatica che è quella sopportata da Jane, fisica e morale, in qualsiasi contesto la mostri il film: dalla casa della zia Reed a quella solo in apparenza più ospitale di St.John Rivers, passando per la scuola Lowwood. E, ovviamente, in una Thornfield Hall mai così oscura e stregata, i cui cupi e monotoni corridoi s’illuminano solo al passare della Wasikowska.
Flebilmente ma intimamente, come quei rossori che balenano sulle guance dell’attrice che scaldano e coinvolgono perfino lo spettatore.

lunedì 10 ottobre 2011

contiamoci tutti...

Ho scoperto soltanto ieri che esistono due versioni diverse del modulo per il Censimento Istat, una rossa e una verde. E io che pensavo che invece venissero chieste a tutti le stesse cose: credevo sarebbe stato più logico.
La versione completa del questionario è di colore rosso, quella breve di colore verde. La versione completa contiene una serie di quesiti di natura socio-economica che sono stati omessi nella versione breve. Ai cittadini potrà arrivare dunque l'uno o l'altro modello sulla base di una metodologia campionaria decisa dall'Istat.
"Nei Comuni fino a 20mila abitanti - spiegano dall'istituto nazionale di statistica - tutti i residenti riceveranno il questionario rosso, quello più complesso, mentre nei Comuni oltre 20mila abitanti i 2/3 dei residenti riceveranno il questionario verde e 1/3 quello rosso".

A me ovviamente è arrivato il modulo rosso, che oltre al resto mi chiede, ad esempio, il numero dei cellulari che possiedo, il tipo di connessione ad Internet, il numero di posti auto, il numero di docce e/o vasche da bagno, quanto tempo ci impiego ad andare al lavoro/scuola e che tipo di mezzo utilizzo, se ho dei deficit visivi o motori (almeno su quest'ultima posso invocare la privacy e non rispondere), etc...
Tutte queste domande sul modulo verde non ci sono.

Quello che mi dà potenzialmente fastidio è che, se non rispondessi a "queste" domande (o le sbagliassi palesemente), sarei soggetta a una sanzione, mentre chi ha ricevuto il modulo verde non vi risponde (proprio perché "queste" domande non gli vengono sottoposte). Parlando di possibili multe, credo che dovremmo essere messi tutti nella stessa condizione di partenza, vale a dire: tutti con le medesime domande, con lo stesso modulo.
Non capisco proprio quale senso statistico e metodologico abbia l'utilizzo di un modulo normale e di uno ridotto...

giovedì 29 settembre 2011

blog courtesy

Caro blog cosechevedoingiro.blogspot.com,
sarebbe molto carino - visto che dai miei log noto che dalle tue pagine provengono sempre numerosi accessi (probabilmente mi hai linkata) - che mi mandassi un invito ad accedere al tuo blog :)
Sarei curiosa di visitarlo, ma la porta di accesso mi è chiusa... senza un tuo invito non si può entrare (mi sembra quasi di essere in un telefilm di vampiri, accipicchia XD) - visto che vieni spesso da me vorrei poter fare altrettanto.

naked heat


Credo che questo libro si possa leggere piacevolmente anche se non si è mai visto il telefilm "Castle". Però sono certa che non lo si possa godere fino in fondo, in tutte le sfumature tra le righe, se non si conosce il telefilm.

Infatti è uno pseudobiblium, parolone che indica un libro mai scritto, ma che viene citato come realmente esistente in un'altra opera (narrativa o filmica). Nel telefilm, Castle è uno scrittore di gialli che trova nella detective Kate Beckett, della Omicidi di New York, la sua musa per una nuova serie di libri basati sulla figura di Nikki Heat, costruita sulla falsariga di Beckett. Nel telefilm, "Naked heat" è il secondo libro che Castle sta scrivendo nel corso della seconda stagione e che viene pubblicato al principio della terza.
I simpatici sceneggiatori della serie l'hanno scritto e pubblicato davvero anche nella realtà, esattamente come avevano fatto per il primo ("Heat wave"). Buon esempio di marketing indovinato!

La fortuna ha voluto che fosse tradotto e pubblicato anche in italiano, e per gli appassionati del telefilm, è davvero uno spasso leggere di Nikki Heat e Jameson Rook ed immaginarsi i volti di Beckett e Castle. Ci sono un sacco di parallelismi fra i romanzi e il telefilm, costruiti apposta per mandare in sollucchero i fans. Nei libri, a differenza che nel telefilm, i due si trovano "invischiati" in una relazione.

Proprio in questi giorni negli Stati Uniti in contemporanea con l'avvio della quarta stagione del telefilm - è uscito anche il terzo libro finto-vero di Castle, intitolato "Heat rises". Chissà se anche questo verrà tradotto?

Una cosa che invece non mi spiego è perché in Italia non siano ancora stati fatti uscire i DVD del telefilm, visto che comunque la serie sta avendo molto successo anche nel nostro paese.
Riporto sotto le copertine dei cofanetti statunitensi:



Edit 30 agosto 2012: La prima stagione di Castle in italiano è finalmente disponibile in DVD anche in Italia, in un cofanetto con 3 dischi. Eh, sì purtroppo soltanto la prima stagione, mentre in tivù sono già arrivati alla quarta (sulla pay-per-view) e alla terza (in chiaro).

venerdì 23 settembre 2011

incontro con Lara Adrian

Lara Adrian, autrice della serie di paranormal romance The midnight breed (La stirpe di mezzanotte), è in questi giorni in Italia per un tour promozionale in varie librerie.
La prima tappa si è svolta ieri a Torino, e io sono andata a farci un salto, nonostante abbia letto soltanto il primo libro della serie.

Torino, Libreria Feltrinelli di piazza CLN
Non eravamo in moltissimi, circa 25-30 persone.
Allora, innanzitutto la Adrian mi è sembrata una persona molto carina e anche disponibile. Torino è stata la sua prima tappa, e forse era un po' emozionata. E' arrivata accompagnata dalla sua intervistatrice/traduttrice, una ragazza che scrive per FantasyMagazine che immagino l'accompagnerà per tutto il tour. Nel corso delle domande abbiamo saputo che c'era anche suo marito in fondo alla sala, così tutti ci siamo girati e abbiamo visto un signore molto distinto coi capelli bianchi, un bell'uomo. Così come anche la Adrian, se è per questo - è più carina dal vivo che non nelle foto.
E' la prima volta che la Adrian e il marito vengono in Italia.

Da quanto ha raccontato la Adrian, suo marito è stato molto importante nella sua carriera di scrittrice: lei sin da piccola amava leggere e scrivere, ma è stato suo marito a farle notare che - visto com'era brava a scrivere - poteva provare a proporre un libro a qualche casa editrice.
Cresciuta in un piccolo paese del Michigan, la giovane Adrian non conosceva però nessuno che lavorasse in campo editoriale, e quindi non aveva mai tentato di percorrere la carriera di scrittrice. Invece suo marito è stato determinante in questa sua scelta. Così, una volta deciso di provarci, ha impiegato quasi due anni per scrivere il suo primo libro (anche se all'inizio pensava che in 3 mesi ce l'avrebbe fatta :12: ), poi l'ha sottoposto a diverse case editrici, e nel giro di 4 mesi ha ricevuto un paio di risposte positive.
Si trattava di un romance di ambientazione medievale.
A quel punto ha scelto Tina St. John come suo nom de plume, per evitare di utilizzare il suo vero nome (Tina Hack), in quanto - ci ha spiegato - "Hack" non è un cognome che si desidera usare se fai lo scrittore o il programmatore (c'è un gioco di parole inglese difficile da tradurre, ma è come se uno si chiamasse "brocco" di cognome, tanto per fare un esempio), e quindi in onore di suo marito , che ha avuto tanto ruolo nella sua scelta, ha optato per St. John.

Nel momento in cui è passata alla saga della Stirpe, il suo editore le ha chiesto uno pseudonimo diverso, più "oscuro e avventuroso" (è prassi comune per gli autori americani adottare pseudonimi diversi quando scrivono in filoni diversi). "Lara Adrian" nasce dalla passione dei due coniugi per il film del Dottor Zivago (da cui il nome Lara, abbastanza esotico in terra americana) e per Lara Croft, mentre Adrian contiene in sè riferimenti oscuri (boh? dove? perché? giuro che ha detto così...) e soprattutto comincia con la lettera A (questo poiché nelle librerie americane i libri sono disposti alfabeticamente per autore, e in questo modo i libri rimangono sulla parte alta degli scaffali, a portata d'occhio).

Quando ha iniziato a scrivere il primo libro della serie, non pensava minimamente che sarebbe stata una serie. Il suo editore gliene aveva chiesto uno... in realtà poi le hanno chiesto una trilogia (tanto che ha dovuto riadattare il primo libro), poi gliene hanno chiesti ancora tre successivi, e a 'sto punto ha capito che si sarebbe andati avanti ancora a lungo. Al momento negli States è uscito il libro nr. 9, e lei ha già scritto anche il decimo.
Non avendo io letto i libri successivi al primo, ho avuto qualche difficoltà a seguire bene le domande relative ai vari personaggi dei libri successivi - quindi su questo è meglio che non scriva nulla, perché correrei il rischio di sbagliare.

Rispondendo a una ragazza che voleva sapere se avrebbe approfondito la storia di due personaggi (non mi ricordo il nome, comunque due personaggi la cui storia si svolge quarant'anni prima dei libri), la Adrian ha detto di sì, e che ha intenzione di scrivere una novella su di loro. Non sarebbe un romanzo vero e proprio. Questa novella la vorrebbe collocare in una sorta di "Insider's guide", nella quale inserirebbe un sacco di altre informazioni. (Stranamente qui la ragazza che le faceva le domande e traduceva ha avuto un attimo di stupore, evidentemente non ha mai sentito parlare delle Insider Guides - eppure ne hanno scritte sia la Ward, sia la Kenyon, sia la Harris - ogni serie che si rispetti sembra averne una).

Alla fine dell'incontro, durato un'ora ampia, la Adrian ha firmato le copie dei libri. Io da brava salamina non mi sono portata il libro (quell'unico che possiedo), perché pensavo che non avrebbe fatto la signing session (dato che sul sito non c'era segnata), e nemmeno la macchina fotografica.

Per quanto riguarda le domande poste su blog e forum nelle settimane scorse dai vari fan, l'accompagnatrice aveva un grande foglio dove erano riportate tutte. Ne ha fatte un paio, e il resto verranno fatte nei prossimi incontri. Ad esempio, un'altra cosa che mi viene in mente ora: a chi chiedeva se fosse mai stata contattata da qualche casa di produzione per un eventuale film/telefilm tratto dai libri, la Adrian ha risposto che è stata contattata da un network USA (Lifetime) per una eventuale trasposizione, ma poi non se ne è fatto nulla, anche perché questa stazione televisiva ha un target diverso, e in genere ha una linea editoriale molto all'acqua di rose, per famiglie, quindi non esattamente adatto a questa serie.

Infine una curiosità. Se non ho capito male, il fatto che la Adrian stia facendo questo tour italiano dipende tutto dalla sua assistente.
In pratica la sua assistente stava navigando sul web per cercare le copertine delle edizioni italiane, ed è finita per caso sul blog della Leggere Editore (che è l'editore italiano della serie). Gli autori americani - ci ha confermato la Adrian - non sanno mai nulla né sulle copertine delle edizioni straniere, né su come e quando vengono pubblicati i loro libri all'estero, e nemmeno se vanno bene, se vendono oppure no.
Quindi questa segretaria è finita dietro sua iniziativa sul blog della Leggere, e qui ha scoperto che un libro della Adrian era finito nella top ten dei libri più venduti. Da questo è partito uno scambio di mail con la casa editrice italiana, fino ad arrivare all'organizzazione di questo giro promozionale.


- giovedì 22 sett TORINO Feltrinelli Piazza C.L.N Presentazione 18.00
- venerdì 23 sett GENOVA Feltrinelli via Ceccardi Presentazione 18.00
- sabato 24 sett MILANO Feltrinelli c.so Buenos Aires Firma Copie 16.00
- sabato 24 sett MILANO Multicenter Mondadori via Marghera Presentazione 18.00
- domenica 25 sett PADOVA Lovat Parco Commerciale di Padova Est (accanto a Ikea) Presentazione 18.30
- lunedì 26 sett TRIESTE Lovat Viale XX Settembre 20, c/o stabile Oviesse, terzo piano Presentazione 18.00
- martedì 27 sett VILLORBA (TREVISO) Lovat Via Newton 13 Presentazione 18.30
- mercoledì 28 sett BOLOGNA Libreria COOP Officine Minganti via dell'indipendenza angolo via Ferrarese Firma copie e brindisi con l'autrice 12.30
- mercoledì 28 sett FIRENZE Libreria Edison - Piazza della Repubblica, 27 Presentazione 18.00
- giovedì 29 sett NAPOLI Megastore Feltrinelli stazione Presentazione 18.00
- venerdì 30 sett BARI Feltrinelli via melo 119 firma copie 16.00
- venerdì 30 sett MATERA Women's fiction festival festa dedicata a Leggereditore 19.00
- sabato 1 ott MATERA Women's fiction festival firma copie da definire
- sabato 01 ott ROMA Libreria Fanucci Via di Vigna Stelluti 162 Party la stirpe di mezzanotte 19.00
- domenica 02 ott ROMA Nuova Europa Granai via Rigamonti 100 Presentazione 12.00

mercoledì 21 settembre 2011

il linguaggio segreto dei fiori

Vanessa Diffenbaugh, Il linguaggio segreto dei fiori, Garzanti
Ormai ho imparato che gli apprezzamenti stra-positivi su un nuovo libro, più spesso su un'opera prima di un nuovo autore, scritti sulle fascette o nei risvolti di copertina, vanno letti senza dar loro alcun peso. Bisogna ritenerli delle semplici macchioline d'inchiostro, e saltati a piè pari.
Frasi come: "un romanzo d'esordio che ha suscitato un entusiasmo strepitoso, pubblicato in contemporanea mondiale - un fenomeno editoriale senza precedenti", ti lasciano con forti aspettative e con la sensazione che non puoi assolutamente fare a meno di leggere quel gioiellino, non te lo puoi lasciar sfuggire. Ancora più subdola è la formulazione del tipo. 100mila copie vendute grazie al passaparola. Ti dici che in quel caso l'apprezzamento è stato dei lettori, quindi reale e non gonfiato dai critici.
E "Il linguaggio segreto dei fiori" rientra alla perfezione in questo genere di libri ampiamente strombazzati prima ancora della loro pubblicazione: "l'evento editoriale più atteso del 2011", secondo alcuni, un libro per il quale ci immaginiamo che le case editrici si siano letteralmente scannate alle aste per aggiudicarsi i diritti XD (questo non me lo sto inventando, l'ho letto su un'anteprima della primavera scorsa su "Il libraio").

Incuriosita, l'ho letto anch'io, ma l'ho trovato decisamente sopravvalutato (e per fortuna non l'avevo acquistato). Victoria ha compiuto 18 anni ed è appena uscita dalla casa di accoglienza nella quale ha passato l'adolescenza. E' una ragazza particolare, ha paura del contatto fisico, e delle parole, sue e quelle degli altri, ma soprattutto, ha paura di amare e lasciarsi amare, non se ne ritiene degna. C'è solo un'attività in cui le sue paure sfumano: i fiori sono il suo rifugio. E attraverso il loro linguaggio Victoria comunica le sue emozioni più profonde. La lavanda per la diffidenza, il cardo per la misantropia, la rosa bianca per la solitudine.
Perché Victoria non ha avuto una vita facile. Abbandonata in culla, ha passato l'infanzia saltando da una famiglia adottiva a un'altra. Fino all'incontro, drammatico e sconvolgente, con Elizabeth, l'unica vera madre che abbia mai avuto, la donna che le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. E grazie a questo dono Victoria riesce a trovare lavoro come fioraia, e i suoi fiori sono tra i più richiesti della città, regalano la felicità e curano l'anima. Ma Victoria non è ancora riuscita a rimarginare la sua ferita, perché si porta dietro una colpa segreta.

La storia si muove alternativamente su un doppio piano temporale: narrato in prima persona, dalla Victoria diciottenne e dalla Victoria bambina, e devo riconoscere che è scritto piuttosto bene.
Ma la storia in sé non mi ha detto molto, e soprattutto ho trovato insopportabile il personaggio di Victoria: le avrei dato volentieri uno scossone la maggior parte delle volte. D'accordo che ha avuto un'infanzia difficile e tutto il resto, ma a volte mi pareva decisamente cretina e autodistruttiva. Una ragazzina violenta, arrabbiata, incapace di amare e di sentirsi amata, che ogni giorno tenta di farla pagare al prossimo, chiudendosi sempre più in se stessa. Un personaggio troppo esasperato (almeno per me). E nonostante ciò, incontra invece sul suo cammino delle persone che la aiutano e la sostengono, anche quando avrebbero ogni ragione di fare il contrario. Esempio lampante è Grant, che la riprende con sé come se nulla fosse dopo oltre un anno, dopo che lei l'ha mollato senza una parola, portandosi via i suoi soldi e senza dirgli nulla della sua gravidanza (questa parte è stata quella che mi ha definitivamente alienato le poche simpatie che avevo nutrito sino ad allora per la protagonista)

L'aspetto relativamente originale del libro è invece l'aver ripescato dal dimenticatoio il linguaggio dei fiori, molto in voga durante l'età vittoriana. Sembra che oggi giorno molti non lo conoscano più. In effetti che le rose rosse significhino passione forse lo sanno tutti, ma in genere molto pochi sono in grado di indicare il significato di un qualsiasi altro fiore.
Anche se poi non posso fare a meno di dirmi che, in fondo in fondo, il significato attribuito ai vari fiori sia puramente arbitrario. Oppure è determinato da qualche caratteristica intrinseca del fiore?
Boh, per quanto mi riguarda io non sono assolutamente un'esperta di botanica e non so dirlo, anche se conservo ancora una vecchia agendina dell'orto e del giardino del 1984, allegata alla rivista "Gardenia", al fondo della quale c'erano quattro pagine dedicate al linguaggio dei fiori. L'ho conservata proprio per quel dizionarietto. Ora in fondo al libro della Diffenbaugh ce n'è uno molto ricco, che si può anche scaricare sul sito ufficiale del libro.

p.s. Nell'edizione italiana il libro è disponibile con 4 differenti copertine: Buganvillea (passione), Camomilla (forza nelle difficoltà), Gerbera (allegria) e Rosa (grazia, eleganza).

martedì 13 settembre 2011

è difficile firmare

Sono anni che sostengo che l'attuale legge elettorale (legge Calderoli) è una minc**ata, quindi ci terrei davvero che si potesse svolgere il referendum per abrogarla. Per questo vorrei firmare anch'io.
Mi sono informata, e ho visto che oltre che in Comune si può firmare nei banchetti per strada predisposti dai vari comitati. Volevo farlo stasera: ne aveto trovato fortunatamente uno in piazza San Carlo, proprio vicino all'ufficio.
Volevo, sì.

Peccato che loro non abbiano voluto la mia firma perché non sono residente in città, ma in un comune della cintura. E quindi, da quanto ho capito, non avrebbero potuto validare la mia firma.
Ma cacchio, io davo per scontato che un banchetto di raccolta pubblica di firme, collocato nella piazza più grande della città, non lontano dalla stazione, dove passano ogni giorno migliaia di persone provenienti da ogni dove, fosse attrezzato per validarle almeno a livello provinciale (avevo capito che i consiglieri provinciali, ad esempio, hanno questa facoltà, ma magari avevo capito male). Invece non è così.

E ora se io voglio davvero esercitare questo mio diritto, devo prendermi mezza giornata di permesso per andare al mio piccolo Comune (che non fa certo un orario continuato). Certo che la democrazia partecipata non viene granché facilitata...

lunedì 5 settembre 2011

le case cubo di rotterdam/1

Rotterdam è una città che gli appassionati di architettura moderna non possono lasciarsi sfuggire. La zona centrale venne rasa al suolo quasi del tutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, e dovette letteralmente essere rifatta da capo nel dopoguerra. Dopo le ricostruzioni "standard" dei primi decenni post-bellici, a partire dagli anni '80 venne avviata una politica architettonica innovativa e dinamica, in corso ancor oggi.
Fra grattacieli e ponti avveniristici spicca però un gruppo di costruzioni molto più piccole: le famose case cubo gialle di Rotterdam (in olandese, kubuswoningen), ideate dall'architetto Piet Blom negli anni 1982-84, vicino alla zona del vecchio porto.

Il complesso venne immaginato dall'architetto come un insieme di alberi in un bosco (Blaakse Bos), come una specie di villaggio - nella città - che offrisse spazio per diverse funzioni. Nella parte bassa, pubblica, ci dovevano essere negozi, piccole attività, scuola e parco-giochi, nella parte alta, privata, i cubi, cioè le abitazioni. Il complesso oggi è costituito da 51 cubi, sorretti da pali e molto inclinati, disposti in file e attaccati gli uni agli altri tramite gli angoli. Di questi, 38 sono abitazioni in uso, gli altri fanno parte della scuola o di edifici commerciali. Ogni casa comprende 3 piani.

Le case cubo di Rotterdam sono una singolarità architettonica che non si dimentica, una volta vista. Mi avevano colpita molto nel mio precedente viaggio in Olanda, quindici anni fa, ma all'epoca non le avevo viste all'interno. Quest'estate invece sono potuta entrare in una di loro, adibita a casa museo.
Negli ultimi anni un gruppo di case-cubo è stata addirittura trasformata in ostello, per cui chiunque ha la possibilità di provare l'esperienza di viverci e dormirci dentro :-)

La casa museo si trova al numero 70 del complesso, ed è una vera e propria casa ammobiliata. Si sale una scalettina abbastanza stretta e si entra direttamente nel primo piano, dove - oltre alla scrivania dove si paga il biglietto - sono collocati il salotto/soggiorno e la cucina. Proseguendo al secondo piano c'è la camera da letto, un piccolo bagno, uno spazio con studio/libreria e la prosecuzione della scala. In alto al terzo piano c'è lo spazio per un piccolo salottino/attico con le finestre.

E' pazzesco come dentro ci stiano tante cose! Naturalmente i mobili vanno fatti su misura, e stare in piedi diritti non è un lusso che ci si può permettere in tutti i punti delle stanze. Ogni casa cubo ha una superficie calpestabile di 100mq, ma naturalmente non tutti questi metri quadri dispongono dello stesso spazio sulla verticale...

In ogni modo è una casa in cui ci si può "realmente" vivere, non è un semplice esercizio di stile architettonico. Certo, bisogna essere giovani e senza problemi di mobilità: un bimbo piccolo, un anziano, o una persona con problemi di disabilità non sono esattamente compatibili con gli spazi di una casa cubo.

Abbiamo fatto un paio di domande alla ragazza dei biglietti, la quale ci ha detto che le case cubo non si possono affittare, ma si possono comprare. Pare che il prezzo base di un cubo sia intorno ai 200mila euro, se qualcuno fosse interessato...

venerdì 2 settembre 2011

lover unleashed

Durante la prima metà di Lover Unleashed ho continuato a pensare che stavolta la magia della Ward non si stava verificando, 'sto libro non mi coinvolgeva come avevano sempre fatto i precedenti. La seconda metà mi è piaciuta un pochetto di più, ma comunque non siamo più ai livelli del passato. O mi sto stufando io, oppure è vero la Ward si sta impappinando e perdendo smalto...

La storia "principale" dovrebbe essere quella di Payne e di Manny, ma in realtà c'è molto, moltissimo Vishous, e di conseguenza anche Jane e Butch. E la seconda parte mi è piaciuta di più anche perché V. riesce finalmente a risolvere i suoi dilemmi interiori, grazie anche al contributo attivo di Butch e alla pazienza e alla comprensione di Jane. Quasi un'estensione di Lover Unbound, ma con momenti più intimi e commoventi, e con un finale che mi soddisfa sicuramente di più.
Manny riesce a piacere, pur da semplice umano (quarantacinquenne!) in mezzo a tutti 'sti figaccioni vampiri, e a fare la sua discreta figura. Sarà anche che proprio a poche pagine dalla fine la Ward si inventa la probabile parentela fra lui e Butch... ovvero che anche Manny sarebbe un half-breed, con sangue vampiro nelle vene. Ma che espediente originale!
Poi è piuttosto commovente il rapporto che lega Manny alla sua cavalla, e sono molto dolci le scene dove ci sono sia la cavalla sia Payne.

E va bene per quanto riguarda la famiglia allargata dei gemelli Vishous & Payne. Ma il resto? La Ward si è dimenticata che ultimamente ci aveva abituati a romanzi molto più corali...
Parliamo un attimo dei cattivi: l'Omega non fa la benché minima apparizione (che sia in lutto per la perdita di Lash??), mentre gli unici lesser a comparire sono dei novellini che vengono subito fatti fuori. E la Virgin Scribe, che in passato sembrava onnipotente, e adesso invece nessuno considera nemmeno di striscio?

E' probabile che i prossimi antagonisti dei Brothers saranno i vampiri provenienti dal Vecchio Mondo e capitanati da XCor. Se tanto mi dà tanto qui c'è carne nuova, ma in senso narrativo, come possibili protagonisti di nuove relazioni. Lo stesso dubbio mi viene anche per Thomas DelVecchio, il nuovo poliziotto, che mi sembra suscettibile di evoluzioni interessanti, a livello di character..

Però un attimo, cara J.R.Ward, dove hai lasciato tutti i personaggi che hai introdotto nei libri precedenti e verso cui ci hai creato aspettative: Murhder, Tohrment (soprattutto!), Lassiter, i due Moors di Rehvenge??? Adesso ci introduci un manipolo di baldanzosi vampironi nuovi, ma non è che ci molli per strada i vecchi, eh?

E visto che hai carinamente ridato un sacco di spazio a V. e Butch (cosa di cui ti sono grata), potevi anche dare qualche battuta significativa in più anche a Rehvenge, Ehlena ('che poveretta sembra sempre un soprammobile nella stanza), Zsadist, Bella, Beth e la piccola Mary... magari anche a Phury e Cormia...

E che cosa hai intenzione di fare con Qhuinn e Blay? E anche con la povera Layla, che si meriterebbe finalmente un vampiro pure lei? Cosa hai intenzione di combinare, data la visione che Qhuinn ha avuto di una bimba bionda con gli occhi bicolore?