Leopardi l’ha percorsa a disagio, sballottato in una carrozza, Shelley ci ha lasciato la vita, Garibaldi la salute: è l’Italia, da tempo immemorabile vituperata e ammirata, un Paese che pensiamo di conoscere ma che nasconde in ogni città, in ogni suo angolo un segreto. Compreso il più sconcertante: come mai le cose sono andate come sono andate? Come ha potuto diventare, questa penisola allungata di sbieco nel Mediterraneo tra mondi diversi, allo stesso tempo la patria dei geni e dei lazzaroni, la culla della bellezza e il pozzo del degrado?
Questo libro tenta una spiegazione in forma di racconto, accompagnandoci dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro all’elegante corte di Maria Luigia a Parma, dalla nascita del ghetto di Venezia alla eroica fiammata dell’insurrezione napoletana contro i nazisti.
Nel suo racconto dell’antropologia italiana, Augias mette a confronto due libri antitetici come Cuore di De Amicis e Il piacere di D’Annunzio, ricorda le truci storie di briganti che affascinarono Stendhal, celebra la resurrezione postbellica di Milano attraverso le glorie della Scala e del Piccolo Teatro, ma constata anche la decadenza di una classe dirigente...
Il risultato è il romanzo di una nazione, i cui protagonisti sono i luoghi, le opere, i monumenti, gli angoli oscuri del nostro Paese, le pagine della sua letteratura ma anche le storie esemplari o terribili nascoste nelle pieghe della cronaca. Perché è la memoria – della storia, dell’arte e del sangue – che fa degli italiani quello che sono, il solo strumento per illuminare i segreti coperti o dimenticati che riaffiorano puntuali a scandire il loro presente. Nel condurci in questa scoperta, Augias mescola vicende realmente accadute, ricordi personali, incontri intellettuali, suggestioni letterarie e opere d’arte di un’Italia ideale e paradossalmente più vera, perché “non basta guardarla com’è oggi l’Italia; per cercare di capire bisogna ricordare anche le molte vicende del suo passato, la dimensione immaginaria degli eventi, le sue ‘chimere’.”
Ho sempre trovato molto godibili ed interessanti i vari segreti di Parigi, Londra, New York, Roma e del Vaticano: libri pieni
di storie, più o meno note, curiosità toponomastiche e dei luoghi, profili di personaggi o di momenti storici specifici. Una
miniera di storie, che delineano l'atmosfera di una città.
Pensavo che anche I segreti d'Italia si muovesse su questi binari, invece l'ho trovato un libro più "pesante". Qui ciò
che resta a fine lettura, più che un arricchimento culturale, è una forte sensazione di sconforto - anche un po' di vergogna
- e il dubbio se ci sia la possibilità di diventare in futuro una nazione normale, una comunità, dove il senso civico sia
patrimonio di ogni cittadino, da nord a sud, e non soltanto di una parte della popolazione.
E poi mi chiedo quali saranno i "motivi personali ed editoriali" che hanno portato Augias, con suo grande rammarico (sue
testuali parole), a tralasciare Torino, che viene citata soltanto en passant a proposito del libro Cuore?
sabato 29 dicembre 2012
giovedì 27 dicembre 2012
lady almina
Accenni e curiosità sulla vita di Almina Wombell, figlia illegittima del banchiere Alfred de Rotschild, la quale, appena diciannovenne, sposò nel 1895 a Westminster lo spiantato e indebitato conte di Carnarvon, salvando dalla rovina la sua tenuta e il bel castello di Highclere. Negli ultimi anni Highclere sta conoscendo una nuova fama in quanto location dello sceneggiato inglese "Downton Abbey". Il personaggio di Lady Cora è in parte ispirato proprio alla figura di Almina.
Dotata di grande fascino personale e di coraggio, durante la I guerra mondiale Lady Almina trasformò generosamente Highclere Castle in ospedale per i feriti. Finanziò generosamente le spedizioni in Egitto del marito e del suo socio Howard Carter, nell'ultima delle quali si scoprì la tomba di Tutankamon. Rimasta vedova, sposò quasi subito un colonnello suo amico, e morì a 93 anni, in una modesta casetta di Bristol.
Il libro non è tanto una biografia della quinta contessa di Carnavon, quanto piuttosto una rievocazione del primo ventennio del Novecento ad Highclere e in Inghilterra, con l'accento posto in particolare su alcuni personaggi e, necessariamente, sulla Grande Guerra. Non aspettatevi approfondimenti o curiosità personali, ma piuttosto una fotografia d'insieme di un'epoca.
domenica 23 dicembre 2012
sabato 15 dicembre 2012
alegrìa
Ieri sera sono andata a vedere "Alegrìa", il colorato e bellissimo spettacolo del Cirque du Soleil, insieme a due mie care amiche, che devo immensamente ringraziare per avermi regalato il biglietto per il mio compleanno. La compagnia del Cirque du Soleil è attiva da quasi trent'anni ed è famosissima in tutto il mondo, ma nonostante conoscessi a grandi linee le caratteristiche dei loro show (non uso di animali, teatralità e grandi abilità atletiche degli artisti), non avevo mai assistito dal vivo a uno spettacolo così bello e coinvolgente: mi è davvero piaciuto tanto. Le musiche e le canzoni sono parti integranti dello spettacolo e vengono eseguite dal vivo; i costumi sono colorati e baroccheggianti, e realizzati artigianalmente.
Lo spettacolo Alegria ha debuttato in Canada nel 1994 e fino ad oggi è stato rappresentato nelle varie parti del mondo, prima nella versione sotto il tendone del circo, e negli ultimi anni è stato adattato per lo svolgimento nelle arene.
"Alegría è uno stato d'animo. I temi dello show, il cui nome significa 'gioia, giubilo' in spagnolo, sono molti. Il potere e la trasmissione della potenza nel tempo, l'evoluzione dalle monarchie antiche alle democrazie moderne, la vecchiaia, la giovinezza: è in questo contesto che i personaggi di Alegría giocano con la loro vita. Re, mendicanti, nobili, vecchi e bambini costituiscono il suo universo, insieme con i clown, che da soli sono in grado di resistere al passare del tempo e alle trasformazioni sociali che l'accompagnano."
Alegrìa è un'ode barocca all'energia, alla grazia e al potere della giovinezza.
I numeri acrobatici sono intervallati dalle esibizioni dei clown, fra cui ho trovato divertentissimo l'omino a cavallo che vuole saltare l'ostacolo, e poi i due personaggi che coinvolgono una persona fra le prime file del pubblico e lo fanno salire sul palco, facendolo partecipare ma al contempo sbeffeggiandolo.
Le performance circensi/atletiche sono diverse: il trapezio sincronizzato di due giovani su due altalene, il power track (un gruppo di acrobati si esibiscono in piroette e salti mortali su un tappeto ad X che sbuca dal palcoscenico), l'uomo equilibrista con le braccia, la danza del fuoco (di stile tribale), la ginnasta che si esibisce con nastro e numerosi hula-hoop, l'uomo volante (che si esibisce con un cavo elastico - forse il numero che mi ha emozionata di più: sembrava davvero volare intorno alla sua fune...), le barre russe (una sorta di travi elastiche, tenute ai lati da due uomini mentre un terzo vi volteggiava), un acrobata che si fa girare dentro un cerchio, due ragazzine contorsioniste (altro che Barbie... queste due mi facevano davvero impressione talmente riuscivano a piegare la schiena nel senso opposto a quello che usiamo tutti), e infine il numero finale degli acrobati trapezisti, sette ragazzi che dopo la loro esibizione si lasciano cadere uno dopo l'altro giù sulla rete di protezione.
Lo spettacolo Alegria ha debuttato in Canada nel 1994 e fino ad oggi è stato rappresentato nelle varie parti del mondo, prima nella versione sotto il tendone del circo, e negli ultimi anni è stato adattato per lo svolgimento nelle arene.
"Alegría è uno stato d'animo. I temi dello show, il cui nome significa 'gioia, giubilo' in spagnolo, sono molti. Il potere e la trasmissione della potenza nel tempo, l'evoluzione dalle monarchie antiche alle democrazie moderne, la vecchiaia, la giovinezza: è in questo contesto che i personaggi di Alegría giocano con la loro vita. Re, mendicanti, nobili, vecchi e bambini costituiscono il suo universo, insieme con i clown, che da soli sono in grado di resistere al passare del tempo e alle trasformazioni sociali che l'accompagnano."
Alegrìa è un'ode barocca all'energia, alla grazia e al potere della giovinezza.
I numeri acrobatici sono intervallati dalle esibizioni dei clown, fra cui ho trovato divertentissimo l'omino a cavallo che vuole saltare l'ostacolo, e poi i due personaggi che coinvolgono una persona fra le prime file del pubblico e lo fanno salire sul palco, facendolo partecipare ma al contempo sbeffeggiandolo.
Le performance circensi/atletiche sono diverse: il trapezio sincronizzato di due giovani su due altalene, il power track (un gruppo di acrobati si esibiscono in piroette e salti mortali su un tappeto ad X che sbuca dal palcoscenico), l'uomo equilibrista con le braccia, la danza del fuoco (di stile tribale), la ginnasta che si esibisce con nastro e numerosi hula-hoop, l'uomo volante (che si esibisce con un cavo elastico - forse il numero che mi ha emozionata di più: sembrava davvero volare intorno alla sua fune...), le barre russe (una sorta di travi elastiche, tenute ai lati da due uomini mentre un terzo vi volteggiava), un acrobata che si fa girare dentro un cerchio, due ragazzine contorsioniste (altro che Barbie... queste due mi facevano davvero impressione talmente riuscivano a piegare la schiena nel senso opposto a quello che usiamo tutti), e infine il numero finale degli acrobati trapezisti, sette ragazzi che dopo la loro esibizione si lasciano cadere uno dopo l'altro giù sulla rete di protezione.
giovedì 13 dicembre 2012
ci abbiamo provato
Nelle scorse settimane ho provato a partecipare a un concorso per una posizione di tipo tecnico-amministrativo all'Università. Cavoli, un lavoro molto interessante in un posto dove non facevano un concorso da ben quattro anni! Poteva essere una bella occasione.
Non sono più abituata allo studio e agli esami da un bel po' di anni (quando uno comincia a lavorare acquisisce una routine diversa rispetto agli anni universitari), e avevo poco tempo per prepararmi, almeno un minimo, comunque ho voluto provarci, anche visti i chiari di luna che passano: il mio lavoro è sempre appeso a un filo, e ogni mese ci chiediamo sempre se lo stipendio arriverà o no.
Passata una pre-selezione piena di domande di logica, di matematica e di alcune nozioni relative al programma di esame, ho svolto le due prove scritte: la prima con domande a risposta sintetica, e la seconda un elaborato teorico-progettuale (praticamente una domanda con svolgimento molto più ampio di quelle del giorno prima). A proposito della prima ero sicura di aver fatto diversi errori (ahimé), ma per la seconda ero convinta di aver svolto un compito più che dignitoso. Dato che l'accesso agli orali era consentito soltanto in caso si fosse ottenuto almeno 21/30 in entrambe le prove, avevo molti dubbi sul fatto di potercela fare, soprattutto ricordandomi degli strafalcioni scritti nel primo compito :-) comunque la speranza è sempre l'ultima a morire.
Ad ogni modo, se per caso avessi avuto qualche ottimistica speranza di una selezione "onesta" e non pilotata, ebbene è andata a farsi benedire quando ho visto l'elenco degli ammessi all'orale. Sono passate soltanto 11 persone su circa 250, con votazioni intorno al 21 e al 23! (e di queste 11 persone ben 8 erano "interne", e non avevano dunque affrontato la preselezione).
Per quanto mi riguarda pazienza... come già detto ero consapevole di non aver fatto una buona prima prova, ma è mai possibile che quasi TUTTI abbiamo fatto un compito così schifoso? O piuttosto la commissione è stata severissima e molto stretta coi voti?
Ho chiesto (e ottenuto) di sapere il mio voto nelle prove (perché sono stati affissi pubblicamente soltanto i voti di chi è passato, tutti gli altri no), ma ho potuto conoscere soltanto quello della prima prova. L'altro no, perché la commissione ha deciso di non procedere nemmeno alla correzione delle seconde prove di chi non aveva preso almeno 21/30 nella prima. Per cui mi rimarrà sempre il dubbio di quanto avrei preso nel secondo compito, che ero sicura di aver fatto dignitosamente.
Non sono più abituata allo studio e agli esami da un bel po' di anni (quando uno comincia a lavorare acquisisce una routine diversa rispetto agli anni universitari), e avevo poco tempo per prepararmi, almeno un minimo, comunque ho voluto provarci, anche visti i chiari di luna che passano: il mio lavoro è sempre appeso a un filo, e ogni mese ci chiediamo sempre se lo stipendio arriverà o no.
Passata una pre-selezione piena di domande di logica, di matematica e di alcune nozioni relative al programma di esame, ho svolto le due prove scritte: la prima con domande a risposta sintetica, e la seconda un elaborato teorico-progettuale (praticamente una domanda con svolgimento molto più ampio di quelle del giorno prima). A proposito della prima ero sicura di aver fatto diversi errori (ahimé), ma per la seconda ero convinta di aver svolto un compito più che dignitoso. Dato che l'accesso agli orali era consentito soltanto in caso si fosse ottenuto almeno 21/30 in entrambe le prove, avevo molti dubbi sul fatto di potercela fare, soprattutto ricordandomi degli strafalcioni scritti nel primo compito :-) comunque la speranza è sempre l'ultima a morire.
Ad ogni modo, se per caso avessi avuto qualche ottimistica speranza di una selezione "onesta" e non pilotata, ebbene è andata a farsi benedire quando ho visto l'elenco degli ammessi all'orale. Sono passate soltanto 11 persone su circa 250, con votazioni intorno al 21 e al 23! (e di queste 11 persone ben 8 erano "interne", e non avevano dunque affrontato la preselezione).
Per quanto mi riguarda pazienza... come già detto ero consapevole di non aver fatto una buona prima prova, ma è mai possibile che quasi TUTTI abbiamo fatto un compito così schifoso? O piuttosto la commissione è stata severissima e molto stretta coi voti?
Ho chiesto (e ottenuto) di sapere il mio voto nelle prove (perché sono stati affissi pubblicamente soltanto i voti di chi è passato, tutti gli altri no), ma ho potuto conoscere soltanto quello della prima prova. L'altro no, perché la commissione ha deciso di non procedere nemmeno alla correzione delle seconde prove di chi non aveva preso almeno 21/30 nella prima. Per cui mi rimarrà sempre il dubbio di quanto avrei preso nel secondo compito, che ero sicura di aver fatto dignitosamente.
Etichette:
uffa
venerdì 7 dicembre 2012
il rumore del silenzio
L'altra sera ero ferma (e mezza congelata) alla fermata del pulman, e per un istante in strada non sono passate macchine. Probabilmente bloccate dal semaforo rosso a monte della via. E in quel momento ho percepito nettamente il rumore del silenzio, intenso e liberatorio, freddo ed ovattato.
Abituati a vivere nelle città, non ci facciamo mai caso, esposti ventiquattr'ore su ventiquattro a suoni costanti e perenni. Ma è stato bellissimo godere di un attimo di silenzio, tanto più apprezzato proprio perché rarissimo in quel contesto.
Abituati a vivere nelle città, non ci facciamo mai caso, esposti ventiquattr'ore su ventiquattro a suoni costanti e perenni. Ma è stato bellissimo godere di un attimo di silenzio, tanto più apprezzato proprio perché rarissimo in quel contesto.
sabato 10 novembre 2012
venerdì 9 novembre 2012
a feast for crows
Quarto libro delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin.
In Italia la Mondadori l'ha pubblicato dividendolo in due parti:
Il Dominio della Regina + L'Ombra della Profezia.
Cominci "A feast for crows" dopo essere passato attraverso la carneficina del librone precedente. Hai aspettative, hai dubbi, e tra le infinite cose che vuoi sapere ti chiedi soprattutto cosa ne è stato di Tyrion e cosa succede su alla Barriera. E lo zio Martin invece ti dà l'inizio più palloso che abbia mai visto in uno dei suoi libri, con un sacco di punti di vista nuovi e nuovi personaggi tirati fuori dal cappello da prestigiatore, ma soprattutto... la cosa peggiore di tutte.
Decide di riservare l'intero libro (due nello spezzatino Mondadori) ad alcuni personaggi e ad alcune linee narrative, e non considera minimamente gli altri. Invece di andare avanti temporalmente con la storia, in modo verticale, procede invece in senso orizzontale, limitandosi a certi luoghi e basta. Che cavolo di scelta!
Tyrion e Daenerys sono completamente nel dimenticatoio e di loro non sappiamo nulla di nuovo (anche se sulla regina dei draghi ci sono molti "sentito dire" che girano nel continente occidentale), Jon e la Barriera fanno una brevissima apparizione all'inizio nelle parole di Sam e poi niente nemmeno loro. Gli Estranei non sono citati nemmeno di striscio.
Invece lo zio Martin ce la mena in lungo e in largo con gli uomini delle Isole di Ferro (che mi stanno cordialmente sulle palle...), con Arya che in quel di Braavos non capisco bene cosa diventerà (se non una pericolosa assassina), con nuovi principi e principesse in quel di Dorne (che sembrano avere mire piuttosto in alto), con Brienne e compagni che procedono un po' a casaccio e finiscono dalla padella nella brace (ecché diamine, adesso abbiamo anche le lady morte resuscitate che fanno le Robin Hood dei boschi? assurdo...), con Sansa abbarbicata nell'alto castello dei ghiacci (e son curiosa di vedere fin dove si spingerà Ditocorto), con Jamie che si esercita nella spada con l'ex boia (e si affranca sempre di più dalla rete della sorella), e soprattutto con i giochi politici della regina reggente Cersei ad Approdo del Re (improvviso quanto impagabile il modo in cui si mescolano le carte per lei, alla fine del volume).
Ecco, se fossi stata nei panni di Martin avrei strutturato in maniera diversa l'intreccio di questo volume e del successivo "A dance with dragons", perché non è possibile lasciare 6 anni i lettori in attesa degli altri personaggi (questo libro risale al 2005, mentre il successivo è uscito soltanto nel 2011). Io li sto leggendo di seguito, quindi la cosa non mi infastidisce più di tanto, ma ahimé sono consapevole che fra poco, appena avrò terminato "A dance with dragons" entrerò anch'io nella cerchia dei lettori che aspettano lo zio Martin - e aspettano, e aspettano...
In Italia la Mondadori l'ha pubblicato dividendolo in due parti:
Il Dominio della Regina + L'Ombra della Profezia.
Cominci "A feast for crows" dopo essere passato attraverso la carneficina del librone precedente. Hai aspettative, hai dubbi, e tra le infinite cose che vuoi sapere ti chiedi soprattutto cosa ne è stato di Tyrion e cosa succede su alla Barriera. E lo zio Martin invece ti dà l'inizio più palloso che abbia mai visto in uno dei suoi libri, con un sacco di punti di vista nuovi e nuovi personaggi tirati fuori dal cappello da prestigiatore, ma soprattutto... la cosa peggiore di tutte.
Decide di riservare l'intero libro (due nello spezzatino Mondadori) ad alcuni personaggi e ad alcune linee narrative, e non considera minimamente gli altri. Invece di andare avanti temporalmente con la storia, in modo verticale, procede invece in senso orizzontale, limitandosi a certi luoghi e basta. Che cavolo di scelta!
Tyrion e Daenerys sono completamente nel dimenticatoio e di loro non sappiamo nulla di nuovo (anche se sulla regina dei draghi ci sono molti "sentito dire" che girano nel continente occidentale), Jon e la Barriera fanno una brevissima apparizione all'inizio nelle parole di Sam e poi niente nemmeno loro. Gli Estranei non sono citati nemmeno di striscio. Invece lo zio Martin ce la mena in lungo e in largo con gli uomini delle Isole di Ferro (che mi stanno cordialmente sulle palle...), con Arya che in quel di Braavos non capisco bene cosa diventerà (se non una pericolosa assassina), con nuovi principi e principesse in quel di Dorne (che sembrano avere mire piuttosto in alto), con Brienne e compagni che procedono un po' a casaccio e finiscono dalla padella nella brace (ecché diamine, adesso abbiamo anche le lady morte resuscitate che fanno le Robin Hood dei boschi? assurdo...), con Sansa abbarbicata nell'alto castello dei ghiacci (e son curiosa di vedere fin dove si spingerà Ditocorto), con Jamie che si esercita nella spada con l'ex boia (e si affranca sempre di più dalla rete della sorella), e soprattutto con i giochi politici della regina reggente Cersei ad Approdo del Re (improvviso quanto impagabile il modo in cui si mescolano le carte per lei, alla fine del volume).
Ecco, se fossi stata nei panni di Martin avrei strutturato in maniera diversa l'intreccio di questo volume e del successivo "A dance with dragons", perché non è possibile lasciare 6 anni i lettori in attesa degli altri personaggi (questo libro risale al 2005, mentre il successivo è uscito soltanto nel 2011). Io li sto leggendo di seguito, quindi la cosa non mi infastidisce più di tanto, ma ahimé sono consapevole che fra poco, appena avrò terminato "A dance with dragons" entrerò anch'io nella cerchia dei lettori che aspettano lo zio Martin - e aspettano, e aspettano...
Etichette:
libri
mercoledì 24 ottobre 2012
l'abito non fa il monaco
Ohssignur, ho appena visto il restyling della copertina di "Tess dei d'Urberville" che han fatto gli Oscar Mondadori! Ricorda qualcosa, non è vero???
Vogliono forse spingere orde di annoiate signore verso la tragica storia della povera Tess? Non voglio nemmeno pensare ai prossimi classici che vestiranno con questo concept: magari "Madame Bovary", "L'amante di lady Chatterley" o "Anna Karenina"...
(Non è che poi qualcuno penserà che Thomas Hardy sia un giovanotto che ha scritto il romanzo basandosi su una sua fan fiction su, chessò, Downton Abbey et similia?)
(Non è che poi qualcuno penserà che Thomas Hardy sia un giovanotto che ha scritto il romanzo basandosi su una sua fan fiction su, chessò, Downton Abbey et similia?)
Etichette:
libri,
senzaparole
giovedì 18 ottobre 2012
inseguendo l'amore
Che gli inglesi siano un po' strani ed eccentrici è una verità universalmente riconosciuta, e la cosa emerge, in maniera affettuosa ed ironica, anche in questo libro, scritto da Nancy Mitford nel 1945. Nonostante il titolo (quello della traduzione italiana, ma anche quello originale The pursuit of love)porti a pensare in modo riduttivo a un romanzo sentimentale, non lo è affatto. E' piuttosto un ritratto irriverente e profondo dell'aristocrazia terriera inglese negli anni Venti e Trenta del Novecento, raccontato attraverso le vicende della famiglia Radlett.
La giovanissima Fanny, figlia di genitori separati, un lord e una lady di costumi abbastanza "disinibiti", viene allevata da una zia materna e cresce trascorrendo lunghi periodi ad Alconleigh, la tenuta di campagna degli zii Ratlett, insieme a una banda di cugini. La prima metà del libro verte su questi anni giovanili, tra cacce alla volpe e debutti in società, ed è piena di umorismo tipicamente britannico, incarnato perfettamente dallo zio Matthew e dalla zia Sadie.
La seconda metà si concentra invece di più sulla storia della cugina Linda, frivola, superficiale ed appassionata, "alla ricerca dell'amore" al di fuori delle convenzioni tradizionali, sino alla seconda guerra mondiale.
Nancy Mitford nacque nel 1904 a Londra, in una famiglia della nobiltà terriera nota per l’originalità dei suoi numerosi membri. Escluse da qualsivoglia preparazione alla vita che non fosse l’obiettivo di procurarsi un marito della più alta posizione sociale possibile, le sei sorelle Mitford reagirono alle imposizioni dei genitori ciascuna a suo modo: un paio sposando in effetti duchi o capitani d’industria ma alle proprie condizioni, altre diventando, più o meno clamorosamente, filonaziste o filocomuniste - Diana sposò in seconde nozze Sir Oswald Mosley, fondatore del fascismo inglese, e Unity fu un'accesa sostenitrice del nazismo, mentre Jessica militò per la causa socialista e poi, negli Stati Uniti, per quella comunista. Le sei affascinanti sorelle divennero molto famose in Europa e America, tanto che venne loro dedicato persino un musical, oltre che molti libri.
Nancy, la maggiore delle sorelle, che aveva talento letterario e umorismo per condirlo, dopo aver gestito una libreria a Londra durante la seconda guerra mondiale si trasferì dal 1946 a Parigi, dove trovò un ambiente a lei più congeniale di quello inglese e incontrò il grande amore della sua vita. E' ricordata soprattutto per la sua serie di romanzi sulla vita della upper-class in Inghilterra e in Francia, ma scrisse anche quattro biografie storiche (su Luigi XIV, Madame de Pompadour, Voltaire e Federico il Grande). Morì nel 1973 in Francia.
La giovanissima Fanny, figlia di genitori separati, un lord e una lady di costumi abbastanza "disinibiti", viene allevata da una zia materna e cresce trascorrendo lunghi periodi ad Alconleigh, la tenuta di campagna degli zii Ratlett, insieme a una banda di cugini. La prima metà del libro verte su questi anni giovanili, tra cacce alla volpe e debutti in società, ed è piena di umorismo tipicamente britannico, incarnato perfettamente dallo zio Matthew e dalla zia Sadie.La seconda metà si concentra invece di più sulla storia della cugina Linda, frivola, superficiale ed appassionata, "alla ricerca dell'amore" al di fuori delle convenzioni tradizionali, sino alla seconda guerra mondiale.
Nancy Mitford nacque nel 1904 a Londra, in una famiglia della nobiltà terriera nota per l’originalità dei suoi numerosi membri. Escluse da qualsivoglia preparazione alla vita che non fosse l’obiettivo di procurarsi un marito della più alta posizione sociale possibile, le sei sorelle Mitford reagirono alle imposizioni dei genitori ciascuna a suo modo: un paio sposando in effetti duchi o capitani d’industria ma alle proprie condizioni, altre diventando, più o meno clamorosamente, filonaziste o filocomuniste - Diana sposò in seconde nozze Sir Oswald Mosley, fondatore del fascismo inglese, e Unity fu un'accesa sostenitrice del nazismo, mentre Jessica militò per la causa socialista e poi, negli Stati Uniti, per quella comunista. Le sei affascinanti sorelle divennero molto famose in Europa e America, tanto che venne loro dedicato persino un musical, oltre che molti libri.
Nancy, la maggiore delle sorelle, che aveva talento letterario e umorismo per condirlo, dopo aver gestito una libreria a Londra durante la seconda guerra mondiale si trasferì dal 1946 a Parigi, dove trovò un ambiente a lei più congeniale di quello inglese e incontrò il grande amore della sua vita. E' ricordata soprattutto per la sua serie di romanzi sulla vita della upper-class in Inghilterra e in Francia, ma scrisse anche quattro biografie storiche (su Luigi XIV, Madame de Pompadour, Voltaire e Federico il Grande). Morì nel 1973 in Francia.
martedì 16 ottobre 2012
capolavori di degas
Degas. Capolavori dal Musée d'Orsay
Torino, Palazzina Promotrice delle Belle Arti, parco del Valentino
(18 ottobre 2012 - 27 gennaio 2013)
Si apre fra due giorni la più importante mostra che l’Italia abbia dedicato a Edgar Degas negli ultimi decenni, curata da Xavier Rey, conservatore presso il Musée d’Orsay e grande specialista di Degas.
Si possono ammirare in esposizione circa ottanta opere, tra dipinti, disegni e sculture, che documentano, in una straordinaria rassegna, l’attività dell’autore, e rappresentano un corpus di eccezionale valore storico e artistico.
Edgar Degas, celebre pittore francese, tra i protagonisti della stagione artistica impressionista della seconda metà dell'Ottocento, di cui ha condiviso l'aspirazione a una pittura più libera e aderente al vero, partecipando a quasi tutte le esposizioni del gruppo, ha assunto tuttavia una posizione del tutto autonoma all'interno del movimento, affrontando differenti temi e padroneggiando le più svariate tecniche di realizzazione.
Degas ha attribuito sin dall'inizio grande importanza al disegno, rivelando nel tempo uno straordinario talento: preferisce fare rapidi schizzi dal vero, che poi riporta su tela o carta in studio con un’attenta costruzione della composizione definitiva.
In mostra si potranno ammirare tutti i temi della sua copiosa produzione: l'ambiente familiare; l'esperienza italiana; il mondo parigino degli artisti, della musica e dei caffé; il paesaggio; i cavalli e le corse; le celeberrime ballerine; il nudo. Due straordinari ritratti aprono la mostra: l'Autoritratto del giovane artista (1855) e quello del nonno Hilaire de Gas (1857), che si era trasferito in Italia e da cui il nipote soggiorna per tre anni all'inizio della sua attività. All'esperienza italiana di quegli anni si collega anche l'eccezionale presenza in mostra di Ritratto di famiglia (La Famiglia Bellelli, 1858- 1869), opera che solo in rarissime occasioni ha lasciato il museo parigino, anche per le sue considerevoli dimensioni (2 x 2,5 metri). Si tratta di uno dei capolavori più conosciuti e apprezzati dell'intera opera di Degas, che con fine indagine psicologica indaga i rapporti di questa famiglia italiana.
Ci restituiscono invece il mondo della Parigi di fine Ottocento con i suoi caffè frequentati da artisti, letterati, musicisti altre opere straordinarie come L'orchestra dell'Opéra (1870), Lorenzo Pagans e Auguste de Gas (1871-1872), Jeantaud, Linet, Lainé (1871), Donne fuori da un caffé la sera (1877), cui seguono capolavori a soggetto femminile come Ritratto di donna con vaso di porcellana (1872), La pédicure (1873), Giovane donna che si annoda il nastro del cappello (1882).
Anche il tema del paesaggio, tra i meno conosciuti in Degas, trova un suo spazio nella mostra. Qui l'artista porta a un livello di virtuosismo l'uso del pastello, stendendo il colore e lavandolo, creando così uno sfondo compatto e soffuso. Seguono i soggetti più popolari dell'opera di Degas: i cavalli, cui Degas comincia ad appassionarsi dal ritorno a Parigi nel 1859, frequentando a lungo l'ippodromo diLongchamp. In mostra troviamo il celeberrimo quadro Il Defilé (Cavalli da corsa davanti alle tribune, 1866-1868) e un altro magnifico olio Corsa di gentlemen.
Si continua con le celeberrime ballerine, opere che costituiscono una delle cifre stilistiche di Degas, presenti in mostra in tutte le tecniche utilizzate dal maestro – olio, pastello, gouache – e in diverse inquadrature di scena o di prova, tra cui spiccano autentici capolavori come Prove di balletto in scena (1874), Fin d'arabesque (Ballerina con bouquet) (1877), Arlecchino e Colombina (1886-1890).
In queste opere, Degas appare sempre più impegnato nell'intento di rendere l'energia e vitalità delle sue figure. Accanto a queste opere, anche una raccolta di splendide sculture in bronzo di ballerine, tra cui la celeberrima Piccola danzatrice di quattordici anni (fusione eseguita tra il 1921-1931), alta circa un metro e abbigliata con un tessuto di tulle. Degas comincia a modellare cera e creta attorno al 1865; via via che si aggravano i suoi problemi alla vista – sarà alla fine quasi cieco – la scultura diviene il genere più amato, soprattutto di piccolo formato e con i soggetti più amati, ballerine e donne viste nei momenti di intimità quotidiana.
E infine il nudo femminile – figure di donne riprese nell'atto di lavarsi, di pettinarsi, dopo il bagno –, che vede la presenza in mostra di Donna alla toilette che si asciuga il piede (1886), uno dei più importanti pastelli dedicati da Degas a questo tema. Completano la mostra alcune altre piccole sculture in bronzo, figurine femminili dinamiche anch'esse riprese nell'intimità quotidiana.
Torino, Palazzina Promotrice delle Belle Arti, parco del Valentino
(18 ottobre 2012 - 27 gennaio 2013)
Si apre fra due giorni la più importante mostra che l’Italia abbia dedicato a Edgar Degas negli ultimi decenni, curata da Xavier Rey, conservatore presso il Musée d’Orsay e grande specialista di Degas.
Si possono ammirare in esposizione circa ottanta opere, tra dipinti, disegni e sculture, che documentano, in una straordinaria rassegna, l’attività dell’autore, e rappresentano un corpus di eccezionale valore storico e artistico.
Edgar Degas, celebre pittore francese, tra i protagonisti della stagione artistica impressionista della seconda metà dell'Ottocento, di cui ha condiviso l'aspirazione a una pittura più libera e aderente al vero, partecipando a quasi tutte le esposizioni del gruppo, ha assunto tuttavia una posizione del tutto autonoma all'interno del movimento, affrontando differenti temi e padroneggiando le più svariate tecniche di realizzazione.
Degas ha attribuito sin dall'inizio grande importanza al disegno, rivelando nel tempo uno straordinario talento: preferisce fare rapidi schizzi dal vero, che poi riporta su tela o carta in studio con un’attenta costruzione della composizione definitiva.
In mostra si potranno ammirare tutti i temi della sua copiosa produzione: l'ambiente familiare; l'esperienza italiana; il mondo parigino degli artisti, della musica e dei caffé; il paesaggio; i cavalli e le corse; le celeberrime ballerine; il nudo. Due straordinari ritratti aprono la mostra: l'Autoritratto del giovane artista (1855) e quello del nonno Hilaire de Gas (1857), che si era trasferito in Italia e da cui il nipote soggiorna per tre anni all'inizio della sua attività. All'esperienza italiana di quegli anni si collega anche l'eccezionale presenza in mostra di Ritratto di famiglia (La Famiglia Bellelli, 1858- 1869), opera che solo in rarissime occasioni ha lasciato il museo parigino, anche per le sue considerevoli dimensioni (2 x 2,5 metri). Si tratta di uno dei capolavori più conosciuti e apprezzati dell'intera opera di Degas, che con fine indagine psicologica indaga i rapporti di questa famiglia italiana.
Ci restituiscono invece il mondo della Parigi di fine Ottocento con i suoi caffè frequentati da artisti, letterati, musicisti altre opere straordinarie come L'orchestra dell'Opéra (1870), Lorenzo Pagans e Auguste de Gas (1871-1872), Jeantaud, Linet, Lainé (1871), Donne fuori da un caffé la sera (1877), cui seguono capolavori a soggetto femminile come Ritratto di donna con vaso di porcellana (1872), La pédicure (1873), Giovane donna che si annoda il nastro del cappello (1882).
Anche il tema del paesaggio, tra i meno conosciuti in Degas, trova un suo spazio nella mostra. Qui l'artista porta a un livello di virtuosismo l'uso del pastello, stendendo il colore e lavandolo, creando così uno sfondo compatto e soffuso. Seguono i soggetti più popolari dell'opera di Degas: i cavalli, cui Degas comincia ad appassionarsi dal ritorno a Parigi nel 1859, frequentando a lungo l'ippodromo diLongchamp. In mostra troviamo il celeberrimo quadro Il Defilé (Cavalli da corsa davanti alle tribune, 1866-1868) e un altro magnifico olio Corsa di gentlemen.
Si continua con le celeberrime ballerine, opere che costituiscono una delle cifre stilistiche di Degas, presenti in mostra in tutte le tecniche utilizzate dal maestro – olio, pastello, gouache – e in diverse inquadrature di scena o di prova, tra cui spiccano autentici capolavori come Prove di balletto in scena (1874), Fin d'arabesque (Ballerina con bouquet) (1877), Arlecchino e Colombina (1886-1890).
In queste opere, Degas appare sempre più impegnato nell'intento di rendere l'energia e vitalità delle sue figure. Accanto a queste opere, anche una raccolta di splendide sculture in bronzo di ballerine, tra cui la celeberrima Piccola danzatrice di quattordici anni (fusione eseguita tra il 1921-1931), alta circa un metro e abbigliata con un tessuto di tulle. Degas comincia a modellare cera e creta attorno al 1865; via via che si aggravano i suoi problemi alla vista – sarà alla fine quasi cieco – la scultura diviene il genere più amato, soprattutto di piccolo formato e con i soggetti più amati, ballerine e donne viste nei momenti di intimità quotidiana.
E infine il nudo femminile – figure di donne riprese nell'atto di lavarsi, di pettinarsi, dopo il bagno –, che vede la presenza in mostra di Donna alla toilette che si asciuga il piede (1886), uno dei più importanti pastelli dedicati da Degas a questo tema. Completano la mostra alcune altre piccole sculture in bronzo, figurine femminili dinamiche anch'esse riprese nell'intimità quotidiana.
venerdì 12 ottobre 2012
il sistema non può reggere
C'era una volta una ditta piccina, che lavorava da molto tempo come fornitrice per un'azienda/consorzio pubblico ben più grande, la quale a sua volta operava per gli enti della pubblica amministrazione della propria Regione. I nanetti della ditta piccina, pur essendo dipendenti a tempo indeterminato per la ditta piccina, lavoravano per l'azienda/consorzio ed erano collocati fisicamente (e in modo costante e continuativo) presso uno degli enti della P.A. (venendo definiti, anche un po' spregevolmente, come "consulenti", e facendosi le loro belle quaranta ore settimanali in un'ambiente in cui tutti gli altri ne facevano, contrattualmente, un sacco di meno). Purtroppo l'azienda/consorzio pubblico era anche l'unico cliente dell'azienda piccina.
Successe che da diversi mesi l'azienda/consorzio non riceveva più i pagamenti da parte della Regione e del Comune capoluogo, o comunque li riceveva solo in parte. Questo finì per generare forti squilibri finanziari nei pagamenti anche verso le aziende sue fornitrici, come la ditta piccina. Ad esempio ad agosto 2012 venne saldata la fattura di novembre dell'anno precedente. Tempi di pagamento allucinanti, e l'azienda piccina si trovò al punto di attendere il pagamento del dicembre 2011, e di non vederlo più giungere...
Un bel giorno il capo dell'azienda piccina spiegò ai suoi nanetti che non aveva più soldi per gli stipendi (del mese precedente) che avrebbe dovuto pagare loro, perché l'azienda/consorzio pubblico si era di nuovo fermata coi pagamenti. I soldi bastavano a malapena per versare i contributi e la banca cattiva ormai si rifiutava di scontare le fatture dell'azienda/consorzio, considerandole come "carta straccia". Il capo si ripromise di andare a bussare alla porta di altri istituti di credito, ma anch'egli era fortemente sfiduciato. Certo che se ne nemmeno una fattura nei confronti di un consorzio pubblico veniva considerata solvibile, la situazione era davvero brutta.
Sarebbe bello pensare che questa sia soltanto una favola, ma purtroppo è la realtà, da ieri la mia realtà. La situazione è davvero kafkiana: 11 mesi di fatture a credito, e non entra in cassa neanche un centesimo, e nessuno può risolvere la situazione. Ma si può? Il governo cosa fa invece di costringere per davvero la P.A. a ridurre i tempi di pagamento nei confronti delle imprese? Già 3-4 mesi sarebbero tanti, troppi. Qui noi siamo a quasi un anno di ritardo....
Da ieri mi sono già depressa a sufficienza e non so davvero più cosa pensare.
Successe che da diversi mesi l'azienda/consorzio non riceveva più i pagamenti da parte della Regione e del Comune capoluogo, o comunque li riceveva solo in parte. Questo finì per generare forti squilibri finanziari nei pagamenti anche verso le aziende sue fornitrici, come la ditta piccina. Ad esempio ad agosto 2012 venne saldata la fattura di novembre dell'anno precedente. Tempi di pagamento allucinanti, e l'azienda piccina si trovò al punto di attendere il pagamento del dicembre 2011, e di non vederlo più giungere...
Un bel giorno il capo dell'azienda piccina spiegò ai suoi nanetti che non aveva più soldi per gli stipendi (del mese precedente) che avrebbe dovuto pagare loro, perché l'azienda/consorzio pubblico si era di nuovo fermata coi pagamenti. I soldi bastavano a malapena per versare i contributi e la banca cattiva ormai si rifiutava di scontare le fatture dell'azienda/consorzio, considerandole come "carta straccia". Il capo si ripromise di andare a bussare alla porta di altri istituti di credito, ma anch'egli era fortemente sfiduciato. Certo che se ne nemmeno una fattura nei confronti di un consorzio pubblico veniva considerata solvibile, la situazione era davvero brutta.
Sarebbe bello pensare che questa sia soltanto una favola, ma purtroppo è la realtà, da ieri la mia realtà. La situazione è davvero kafkiana: 11 mesi di fatture a credito, e non entra in cassa neanche un centesimo, e nessuno può risolvere la situazione. Ma si può? Il governo cosa fa invece di costringere per davvero la P.A. a ridurre i tempi di pagamento nei confronti delle imprese? Già 3-4 mesi sarebbero tanti, troppi. Qui noi siamo a quasi un anno di ritardo....
Da ieri mi sono già depressa a sufficienza e non so davvero più cosa pensare.
Etichette:
senzaparole
Iscriviti a:
Post (Atom)







