lunedì 21 settembre 2015
lady chatterley's lover
Lessi per la prima volta "L'amante di Lady Chatterley" da ragazzina, immaginando di trovarvi dentro chissà quali indicibili perversioni, data l'aura di scandalo che il libro si portava dietro. Un libro che era stato addirittura vietato nei paesi di lingua inglese sino al 1960, per cui mi immaginavo che contenesse racconti pruriginosi e dettagliati.
Invece c'è la storia di un adulterio, quello sì, e anche di una relazione carnale, ma ciò che determinò la messa al bando del libro non fu tanto il sesso in sé, quanto il superamento dei limiti tabù fra le classi sociali. L'amante della lady non era un esponente della upper class (nel qual caso non ci sarebbe stato particolare scandalo, alla fine...), quanto un guardiacaccia, un servo, un uomo appartenente alla working class, di un ceto inferiore. Una relazione "rivoluzionaria", fonte di instabilità per il sistema precostituito.
Questa nuova trasposizione televisiva della BBC condensa il libro in un'ora e mezza. Mi è piaciuta, e in alcuni passaggi l'ho trovata intensa e delicata, cosa che non mi sarei aspettata, poiché alquanto differente rispetto alle atmosfere del libro, che invece mi ricordavo più primordiale e sanguigno.
Per intenderci, in questo film tv John Thomas è appena accennato, e Lady Jane nemmeno menzionata... ma se ricordo abbastanza bene questi "appellativi" a distanza di oltre vent'anni dalla lettura, significa che invece nel libro erano menzionati spesso e volentieri.
Il film tv è piuttosto tranquillo anche visivamente: niente scene di nudo, soltanto qualche immagine del guardiacaccia senza camicia per accontentare le fan di Richard Madden (che interpreta Mellors).
Il finale del film è confezionato ad hoc con un bel lieto fine, con Mellors e Connie che se vanno sull'automobile (di chi? di lei?) dopo che Clifford ha acconsentito a concederle il divorzio. Ma il libro finiva in maniera molto più aperta, con un divorzio che non si sa se verrà concesso, molto meno happy-end.
P.S. E non mi ero nemmeno accorta che l'attrice che interpreta Connie avesse ricoperto, poco tempo fa, anche il ruolo di una delle due sorellastre in Cenerentola, sempre con Richard Madden.
Edit del 6 novembre 2015:
La versione italiana andrà in onda il 18 novembre, alle 21, su Laeffe.
lunedì 14 settembre 2015
un giro nel père lachaise
Già in due occasioni ho visitato il cimitero del Père Lachaise, a Parigi.
La primissima volta, diversi anni fa, si era più giovincelli, e la maggior parte del gruppetto di amici con cui mi trovavo era interessato soprattutto a vedere la tomba di Jim Morrison. Quella volta abbiamo fatto una visita relativamente veloce, in un'area abbastanza circoscritta.
La seconda volta è stata diversi anni dopo, insieme a una cugina con interessi altrettanto "crepuscolari", e in quell'occasione ci abbiamo trascorso almeno 3-4 ore, girandolo praticamente tutto, soffermandoci sui monumenti e andando alla ricerca delle tombe dei personaggi famosi.
Eh sì, perché il Père Lachaise è davvero ricco di monumenti e di storie. Storie di personaggi celebri, ma anche di persone comuni.
Il cimitero venne creato al principio del 1800, e a quell'epoca non si trovava ancora all'interno della città (ricordate l'editto di Saint-Cloud, di foscoliana memoria, che imponeva che i cimiteri si trovassero fuori dai confini dei paesi?). Peccato che all'inizio nessuno ci teneva particolarmente a farsi seppellire nel nuovo cimitero, per cui la municipalità decise di traslarvi le spoglie (o almeno quelle che si ritenevano essere tali) di Molière, di La Fontaine, e di Abelardo ed Eloisa (chissà di loro cosa era rimasto, dopo secoli)...
Questa "campagna di testimonial" funzionò, e nel giro di poco tempo il Père Lachaise ottenne numerose sepolture.
Una fra le tombe più visitate e belle, ricca di mazzi di fiori portati giornalmente, è quella di Chopin.
Quella che cercano tutti coloro che ti fermano chiedendo informazioni è quella di Jim Morrison (che però io ho trovato deludente e sacrificata in un angolino stretto e scomodo).
Sulla scia della narrazione di Augias ne I segreti di Parigi io mi sono messa alla ricerca del monumento funebre di Victor Noir, che in effetti ha un suo fascino.
Mi sono poi imbattuta per caso in una tomba che ha reso concreto un brutto fatto di cronaca successo non molto tempo prima della mia visita: quella di Marie Trintignant, uccisa dal suo compagno, il cantante dei Noir Desir.
Mi ha anche stupito la presenza di tante lapidi cinesi, recenti, segno che la comunità cinese è piuttosto numerosa.
E poi non mi aspettavo che la tomba di Oscar Wilde fosse così grande, pacchiana, sporca e piena di chewing-gum appicicati.
Una passeggiata nel Père Lachaise procura emozioni.
Sia che si creda nella vita dopo la morte, oppure soltanto nell'immortalità dell'arte e della storia, questo è il posto giusto in cui trascorrere qualche ora, nella quiete di una vera e propria città nella città.
La primissima volta, diversi anni fa, si era più giovincelli, e la maggior parte del gruppetto di amici con cui mi trovavo era interessato soprattutto a vedere la tomba di Jim Morrison. Quella volta abbiamo fatto una visita relativamente veloce, in un'area abbastanza circoscritta.
La seconda volta è stata diversi anni dopo, insieme a una cugina con interessi altrettanto "crepuscolari", e in quell'occasione ci abbiamo trascorso almeno 3-4 ore, girandolo praticamente tutto, soffermandoci sui monumenti e andando alla ricerca delle tombe dei personaggi famosi.
Eh sì, perché il Père Lachaise è davvero ricco di monumenti e di storie. Storie di personaggi celebri, ma anche di persone comuni.
Il cimitero venne creato al principio del 1800, e a quell'epoca non si trovava ancora all'interno della città (ricordate l'editto di Saint-Cloud, di foscoliana memoria, che imponeva che i cimiteri si trovassero fuori dai confini dei paesi?). Peccato che all'inizio nessuno ci teneva particolarmente a farsi seppellire nel nuovo cimitero, per cui la municipalità decise di traslarvi le spoglie (o almeno quelle che si ritenevano essere tali) di Molière, di La Fontaine, e di Abelardo ed Eloisa (chissà di loro cosa era rimasto, dopo secoli)...
Questa "campagna di testimonial" funzionò, e nel giro di poco tempo il Père Lachaise ottenne numerose sepolture.
Una fra le tombe più visitate e belle, ricca di mazzi di fiori portati giornalmente, è quella di Chopin.
Quella che cercano tutti coloro che ti fermano chiedendo informazioni è quella di Jim Morrison (che però io ho trovato deludente e sacrificata in un angolino stretto e scomodo).
Sulla scia della narrazione di Augias ne I segreti di Parigi io mi sono messa alla ricerca del monumento funebre di Victor Noir, che in effetti ha un suo fascino.
Mi sono poi imbattuta per caso in una tomba che ha reso concreto un brutto fatto di cronaca successo non molto tempo prima della mia visita: quella di Marie Trintignant, uccisa dal suo compagno, il cantante dei Noir Desir.
Mi ha anche stupito la presenza di tante lapidi cinesi, recenti, segno che la comunità cinese è piuttosto numerosa.
E poi non mi aspettavo che la tomba di Oscar Wilde fosse così grande, pacchiana, sporca e piena di chewing-gum appicicati.
Una passeggiata nel Père Lachaise procura emozioni.
Sia che si creda nella vita dopo la morte, oppure soltanto nell'immortalità dell'arte e della storia, questo è il posto giusto in cui trascorrere qualche ora, nella quiete di una vera e propria città nella città.
lunedì 17 agosto 2015
l'isola degli onesti
Il detto "tutto il mondo è paese" a volte non è così vero, poiché all'estero mi è capitato di vedere cose che voi umani non vi potreste nemmeno immaginare...
Ops, ho sbagliato sceneggiatura. Intendevo dire che ho visto cose che nel nostro paese avrebbero di sicuro un esito diverso.
Come ad esempio lasciare una bancarella di frutta e verdura sguarnita del venditore, affidandosi soltanto all'onestà degli acquirenti.
L'ho visto sull'Ile de Brehat, in Bretagna, un delizioso lungo isolotto non troppo lontano dalla terraferma, dove si può trascorrere un'intera giornata andando a passeggio o noleggiando una bicicletta.
Il cartello indica di servirsi e di lasciare il pagamento dovuto nella buca delle lettere che si nota sulla parte destra della bancarella.
E posso confermare che la procedura veniva seguita, e i soldi venivano inseriti.
venerdì 7 agosto 2015
film di barbara cartland
Ho recuperato due film dei quattro basati sui libri di Barbara Cartland che vennero realizzati dalla tv inglese a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, e che furono trasmessi anche dalla Rai. Ricordo che li passarono su Rai Due in prima serata, nel 1990, in un ciclo che avevano intitolato "Duello di cuori", e poi li ritrasmisero in replica almeno una volta in una delle estati successive.
In una di queste repliche ero riuscita a registrarne uno (ahimé solo uno...) su videocassetta, ma nel corso degli anni il nastro ha finito per consumarsi, visto che almeno una volta all'anno me lo riguardavo sempre. Il film che avevo (quello della bionda lady Caroline Faye che si fa passare per la sua dama di compagnia, e finisce per conoscere il segreto della "sorella" pazza di Lord Vane, di cui è innamorata) lo conoscevo quasi in ogni minima scena, mentre gli altri tre me li ero abbastanza dimenticati, dopo oltre vent'anni.
Per fortuna i due film che ho trovato sono proprio fra questi: li ho trovati soltanto in inglese (e senza sottotitoli). Alcune scene di "A hazard of hearts" mi si sono rivelate più familiari di "The lady and the highwayman", evidentemente all'epoca mi aveva colpito di più.
Ora devo mettermi alla ricerca dei due ancora mancanti.
L'intera serie dei 4 film è questa:
A hazard of hearts - 1987 (Passione sotto la cenere)
Sir Giles (Christopher Plummer) ha perso a carte tutte le sue proprietà giocando contro il viscido Lord Wrotham (Edward Fox). C'è soltanto una cosa di valore che gli resta, ed è la sua bella figlia Serena (Helena Bonham Carter). Nel tentativo di riavere indietro ciò che ha perso, sir Giles punta con Wrotham anche la mano della figlia. Purtroppo perde, e realizzando la gravità di ciò che ha fatto, si suicida.
Lord Justin Vulcan (Marcus Gilbert), che è stato testimone della partita, sfida ai dadi Lord Wrotham. Vince e si ritrova proprietario del patrimonio di Sir Giles nonché della giovane Serena.
Lord Justin la manda a stare come ospite, insieme alla cameriera, a Mandrake Palace, dove vive sua madre, lady Harriet Vulcan (Diana Rigg), la quale non si dimostra troppo amichevole, e non fa mistero di nutrire intenzioni poco onorevoli nei confronti di Serena, alleandosi con Wrotham stesso.
In questa storia ci sono suspence, intrighi, oscuri segreti e passioni. E' un film piacevole, che non deluderà le fans del genere regency. E' carico dei cliché del genere, e credo che proprio in questo risieda il suo fascino. C'è di tutto: una giovane eroina coraggiosa, un affascinante libertino con un oscuro segreto, una madre coinvolta in imprecisati piani di contrabbando, un lord dissipato che perde tutto in una stupida scommessa, duelli, un rapimento, un matrimonio forzato e addirittura un bandito con un cuore d'oro. Tombola! In perfetto stile Cartland, l'eroe non va oltre i casti baci sulla fronte all'eroina, e la scena finale del film è il classico "lieto fine" di fronte all'altare.
Prendendo in prestito un'espressione letta in giro: il film "porta in vita un'era che sembra più di fantasia rispetto alla realtà che era davvero".
Naturalmente questo film io l'ho visto per la prima volta da adolescente, e da allora ne ho mantenuto un ricordo forse idealizzato. E' difficile darne una valutazione obiettiva, con i metri di giudizio attuali.
Helena Bonham Carter era proprio agli inizi della sua carriera, forse subito dopo "Camera con vista", e mi ricordo ancora che in quel periodo era frequente vederla in questi ruoli in costume, da giovane donna in stile bambola di porcellana. La cosa fa sorridere ora, quando siamo abituati ad vederla nei film di Tim Burton, e in ruoli ben più dark e drammatici. In quanto a Marcus Gilbert, l'eroe maschile del film, senza l'aiuto di IMDB non avrei assolutamente saputo quale fine avesse fatto (pare che abbia continuato a recitare).
The Lady and the Highwayman - 1988 (La bella e il bandito)
La storia è ambientata durante la rivoluzione inglese, nel 1649, quando re Carlo II e i suoi cavalieri stanno tentando di riprendere il potere a Cromwell. Lucius Vyne è sempre stato fedele al re, così come tutta la sua famiglia. Il re fugge infatti accompagnato dal giovane duca Lord Richard Vyne, cugino di Lucius. Ma Lord Vyne viene imprigionato, e sua sorella, lady Panthea, nel tentativo di salvarlo accetta di sposare il vecchio esattore Drysdale.
Mentre Panthea e il neo-marito sono in carrozza, vengono assaliti da un cavaliere mascherato, soprannominato Silver Blade, che in realtà è Lucius. Egli rivela a Panthea che il fratello in realtà è già stato giustiziato due settimane prima, poi uccide in duello il vecchio Drysdale e riporta Panthea a Manston Hall.
Quattro anni dopo Lady Panthea vive con una zia presso la corte del re, che ha riottenuto il trono. Là il re propone a Lady Panthea di diventare dama di compagnia della regina, e ciò rende particolarmente gelosa Lady Castlemaine, che è l'amante del re. Lady Castlemaine conspira con Rudolph Vyne, un altro cugino di Panthea, il quale vorrebbe ottenere per sè il titolo di duca che era del defunto Richard, poiché il parente più prossimo, Lucius, è diventato un bandito ed è probabilmente morto. Ma Lucius non è morto, e anzi ha continuato a combattere i veri nemici del re, un po' come una specie di Robin Hood. Panthea, che lo ama in silenzio da quando l'ha salvata dal marito, viene a conoscenza di una trappola per catturarlo e corre a salvarlo, dichiarandogli il suo amore.
Nel frattempo, Lady Castlemaine viene a conoscenza delle circostanze della morte dell'esattore, e fa accusare Panthea dell'omicidio del marito approfittando della partenza del re per la Francia. Lucius tenta di salvarla, ma entrambi vengono arrestati, imprigionati e condannati a morte. La vigilia dell'esecuzione, Lucius riesce ad evadere e salva Panthea in extremis. Altrettanto in extremis re Carlo II torna e sistema la situazione. Lucius accetta il titolo e sposa finalmente Panthea.
Il film è un classico racconto di cappa e spada, con buone dosi di romanticismo, gelosie e tradimenti.
In una di queste repliche ero riuscita a registrarne uno (ahimé solo uno...) su videocassetta, ma nel corso degli anni il nastro ha finito per consumarsi, visto che almeno una volta all'anno me lo riguardavo sempre. Il film che avevo (quello della bionda lady Caroline Faye che si fa passare per la sua dama di compagnia, e finisce per conoscere il segreto della "sorella" pazza di Lord Vane, di cui è innamorata) lo conoscevo quasi in ogni minima scena, mentre gli altri tre me li ero abbastanza dimenticati, dopo oltre vent'anni.
Per fortuna i due film che ho trovato sono proprio fra questi: li ho trovati soltanto in inglese (e senza sottotitoli). Alcune scene di "A hazard of hearts" mi si sono rivelate più familiari di "The lady and the highwayman", evidentemente all'epoca mi aveva colpito di più.
Ora devo mettermi alla ricerca dei due ancora mancanti.
L'intera serie dei 4 film è questa:
- "A hazard of hearts" (Passione sotto la cenere) con Helena Bonham Carter, Marcus Gilbert, Diana Rigg
- "A ghost in Montecarlo" (Un fantasma a Montecarlo) con Lysette Anthony, Sarah Miles, Marcus Gilbert
- "The lady and the highwayman" (La bella e il bandito) con Hugh Grant, Lysette Anthony, Michael York
- "Duel of Hearts" (Duello di cuori) con Alison Doody, Michael York, Geraldine Chaplin
A hazard of hearts - 1987 (Passione sotto la cenere)
Sir Giles (Christopher Plummer) ha perso a carte tutte le sue proprietà giocando contro il viscido Lord Wrotham (Edward Fox). C'è soltanto una cosa di valore che gli resta, ed è la sua bella figlia Serena (Helena Bonham Carter). Nel tentativo di riavere indietro ciò che ha perso, sir Giles punta con Wrotham anche la mano della figlia. Purtroppo perde, e realizzando la gravità di ciò che ha fatto, si suicida.
Lord Justin Vulcan (Marcus Gilbert), che è stato testimone della partita, sfida ai dadi Lord Wrotham. Vince e si ritrova proprietario del patrimonio di Sir Giles nonché della giovane Serena.
Lord Justin la manda a stare come ospite, insieme alla cameriera, a Mandrake Palace, dove vive sua madre, lady Harriet Vulcan (Diana Rigg), la quale non si dimostra troppo amichevole, e non fa mistero di nutrire intenzioni poco onorevoli nei confronti di Serena, alleandosi con Wrotham stesso.
In questa storia ci sono suspence, intrighi, oscuri segreti e passioni. E' un film piacevole, che non deluderà le fans del genere regency. E' carico dei cliché del genere, e credo che proprio in questo risieda il suo fascino. C'è di tutto: una giovane eroina coraggiosa, un affascinante libertino con un oscuro segreto, una madre coinvolta in imprecisati piani di contrabbando, un lord dissipato che perde tutto in una stupida scommessa, duelli, un rapimento, un matrimonio forzato e addirittura un bandito con un cuore d'oro. Tombola! In perfetto stile Cartland, l'eroe non va oltre i casti baci sulla fronte all'eroina, e la scena finale del film è il classico "lieto fine" di fronte all'altare.
Prendendo in prestito un'espressione letta in giro: il film "porta in vita un'era che sembra più di fantasia rispetto alla realtà che era davvero".
Naturalmente questo film io l'ho visto per la prima volta da adolescente, e da allora ne ho mantenuto un ricordo forse idealizzato. E' difficile darne una valutazione obiettiva, con i metri di giudizio attuali.
Helena Bonham Carter era proprio agli inizi della sua carriera, forse subito dopo "Camera con vista", e mi ricordo ancora che in quel periodo era frequente vederla in questi ruoli in costume, da giovane donna in stile bambola di porcellana. La cosa fa sorridere ora, quando siamo abituati ad vederla nei film di Tim Burton, e in ruoli ben più dark e drammatici. In quanto a Marcus Gilbert, l'eroe maschile del film, senza l'aiuto di IMDB non avrei assolutamente saputo quale fine avesse fatto (pare che abbia continuato a recitare).
The Lady and the Highwayman - 1988 (La bella e il bandito)
La storia è ambientata durante la rivoluzione inglese, nel 1649, quando re Carlo II e i suoi cavalieri stanno tentando di riprendere il potere a Cromwell. Lucius Vyne è sempre stato fedele al re, così come tutta la sua famiglia. Il re fugge infatti accompagnato dal giovane duca Lord Richard Vyne, cugino di Lucius. Ma Lord Vyne viene imprigionato, e sua sorella, lady Panthea, nel tentativo di salvarlo accetta di sposare il vecchio esattore Drysdale.
Mentre Panthea e il neo-marito sono in carrozza, vengono assaliti da un cavaliere mascherato, soprannominato Silver Blade, che in realtà è Lucius. Egli rivela a Panthea che il fratello in realtà è già stato giustiziato due settimane prima, poi uccide in duello il vecchio Drysdale e riporta Panthea a Manston Hall.
Quattro anni dopo Lady Panthea vive con una zia presso la corte del re, che ha riottenuto il trono. Là il re propone a Lady Panthea di diventare dama di compagnia della regina, e ciò rende particolarmente gelosa Lady Castlemaine, che è l'amante del re. Lady Castlemaine conspira con Rudolph Vyne, un altro cugino di Panthea, il quale vorrebbe ottenere per sè il titolo di duca che era del defunto Richard, poiché il parente più prossimo, Lucius, è diventato un bandito ed è probabilmente morto. Ma Lucius non è morto, e anzi ha continuato a combattere i veri nemici del re, un po' come una specie di Robin Hood. Panthea, che lo ama in silenzio da quando l'ha salvata dal marito, viene a conoscenza di una trappola per catturarlo e corre a salvarlo, dichiarandogli il suo amore.
Nel frattempo, Lady Castlemaine viene a conoscenza delle circostanze della morte dell'esattore, e fa accusare Panthea dell'omicidio del marito approfittando della partenza del re per la Francia. Lucius tenta di salvarla, ma entrambi vengono arrestati, imprigionati e condannati a morte. La vigilia dell'esecuzione, Lucius riesce ad evadere e salva Panthea in extremis. Altrettanto in extremis re Carlo II torna e sistema la situazione. Lucius accetta il titolo e sposa finalmente Panthea.
Il film è un classico racconto di cappa e spada, con buone dosi di romanticismo, gelosie e tradimenti.
lunedì 27 luglio 2015
conta le stelle se puoi
“..ed il Signore disse ad Abramo guarda il cielo e conta le stelle , se puoi contarle… aggiunse, così numerosa sarà la tua stirpe..”
Moise Levi ha solo ventitre anni la mattina d'estate di fine Ottocento in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia.
Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti.
Dopo la grande guerra mondiale e quel «brutto spettacolo» della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel 1924 a quel «brutto muso di Mussolino» gli è preso un colpo secco, altrimenti la storia di nonno Moise e della sua discendenza sarebbe stata molto diversa. Invece la famiglia Levi - con i suoi amori e i suoi affanni, i suoi commerci e le sue tribolazioni, le grandi cene di Pasqua e i lunghi silenzi delle stanze chiuse - diventa sempre piú numerosa nella casa di via Maria Vittoria, costruita proprio lì dove una volta c'era il ghetto e adesso non c'è piú.
Cosa mi ha portato a leggere questo libro? La curiosità derivante dal fatto di lavorare io stessa vicino ai luoghi in cui viveva la famiglia in esso narrata, la voglia di conoscere le atmosfere di questa strada 100-150 anni fa. E man mano che si legge viene sviluppata una saga familiare...
Ma a un certo punto mi sono sentita spaesata: Mussolini non è davvero morto per uno sciùpun nel 1924, e il suffragio universale anche alle donne non è mica stato dato ad inizio secolo.
Che cosa sta succedendo? Eh, forse è un espediente narrativo dell'autrice - non posso essermi completamente rincitrullita con la storia - ma per averne la certezza ho dovuto cercare conferma su Internet, e interpretare meglio l'avvertimento che era già scritto sulla quarta di copertina, ma al quale io non avevo prestato troppa attenzione. E' stata un'esplicita scelta della Loewenthal, per non dover parlare della Shoah e delle persecuzioni razziali verso gli ebrei, ma io lettrice mi sono sentita presa in giro, è venuto meno il patto di fiducia che pensavo di aver instaurato col libro a cui avevo deciso di dedicare del tempo.
L'ho capito tardi, quando mi mancavano pochi capitoli, e a quel punto sono arrivata alla fine del libro, ma se ne fossi stata consapevole prima non penso proprio che l'avrei terminato.
Sono rimasta con il dubbio di cosa sia veramente successo alle varie figlie/figli/nipoti di nonno Moise, e a lui stesso, dato che la storia raccontata nelle pagine può tranquillamente essere di fantasia. Ma io che leggo non so che cosa sia vero, e che cosa sia invece fantasia.
E non ho nemmeno capito in quali termini la Loewenthal si collochi rispetto a tutto l'albero genealogico (immagino anch'esso suscettibile di essere in parte "finto"), visto che ad inizio libro avevo capito che si trattasse della storia della sua famiglia.
Moise Levi ha solo ventitre anni la mattina d'estate di fine Ottocento in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia.
Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti.
Dopo la grande guerra mondiale e quel «brutto spettacolo» della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel 1924 a quel «brutto muso di Mussolino» gli è preso un colpo secco, altrimenti la storia di nonno Moise e della sua discendenza sarebbe stata molto diversa. Invece la famiglia Levi - con i suoi amori e i suoi affanni, i suoi commerci e le sue tribolazioni, le grandi cene di Pasqua e i lunghi silenzi delle stanze chiuse - diventa sempre piú numerosa nella casa di via Maria Vittoria, costruita proprio lì dove una volta c'era il ghetto e adesso non c'è piú.
Cosa mi ha portato a leggere questo libro? La curiosità derivante dal fatto di lavorare io stessa vicino ai luoghi in cui viveva la famiglia in esso narrata, la voglia di conoscere le atmosfere di questa strada 100-150 anni fa. E man mano che si legge viene sviluppata una saga familiare...
Ma a un certo punto mi sono sentita spaesata: Mussolini non è davvero morto per uno sciùpun nel 1924, e il suffragio universale anche alle donne non è mica stato dato ad inizio secolo.
Che cosa sta succedendo? Eh, forse è un espediente narrativo dell'autrice - non posso essermi completamente rincitrullita con la storia - ma per averne la certezza ho dovuto cercare conferma su Internet, e interpretare meglio l'avvertimento che era già scritto sulla quarta di copertina, ma al quale io non avevo prestato troppa attenzione. E' stata un'esplicita scelta della Loewenthal, per non dover parlare della Shoah e delle persecuzioni razziali verso gli ebrei, ma io lettrice mi sono sentita presa in giro, è venuto meno il patto di fiducia che pensavo di aver instaurato col libro a cui avevo deciso di dedicare del tempo.
L'ho capito tardi, quando mi mancavano pochi capitoli, e a quel punto sono arrivata alla fine del libro, ma se ne fossi stata consapevole prima non penso proprio che l'avrei terminato.
Sono rimasta con il dubbio di cosa sia veramente successo alle varie figlie/figli/nipoti di nonno Moise, e a lui stesso, dato che la storia raccontata nelle pagine può tranquillamente essere di fantasia. Ma io che leggo non so che cosa sia vero, e che cosa sia invece fantasia.
E non ho nemmeno capito in quali termini la Loewenthal si collochi rispetto a tutto l'albero genealogico (immagino anch'esso suscettibile di essere in parte "finto"), visto che ad inizio libro avevo capito che si trattasse della storia della sua famiglia.
venerdì 24 luglio 2015
cenerentola il film
Cinderella (2015)
Regia: Kenneth Branagh
E' normale che anche avendo varcato (e non da ieri) la soglia degli "anta" mi sia trovata a godermi questo film come se fossi stata una bimba davanti a un negozio di caramelle? Potenza delle fiabe, o - meglio - della maniera magistrale in cui Kenneth Branagh, nelle vesti di regista, ha trasposto questa versione in carne ed ossa della celeberrima storia di Perrault (prima) e di Disney (dopo).
In effetti molti degli aspetti visivi di questo film ricalcavano il cartone Disney. Confesso che io ho visto per la prima volta il cartone disneyano soltanto quando ero già cresciuta, ma da piccolina possedevo un libro Disney pieno di illustrazioni, con la storia di Cenerentola narrata come veniva sviluppata nel cartone, per cui ho finito per conoscerne le scene piuttosto bene. Il libro lo conservo tuttora gelosamente.
Tornando al film, superato un attimo di disorientamento in cui mi sembrava di essere finita dentro Downton Abbey (sia Lily Rose/Cinderella che Sophie McShea/sorellastra recitano nella serie inglese) e il mini-shock nel ri-digerire il sempre amato (e pianto) King in the North Richard Madden nei panni del principe azzurro Kit - ma sto guardando un film o le mie solite serie tv? - me lo sono davvero goduto senza ritegno.
Belle le scenografie, che hanno dato corpo e vita a quanto mi ero raffigurata per tutta un'infanzia di letture; fantastici i costumi, ricchi e colorati; e meravigliosi e stra-riusciti gli effetti speciali, soprattutto nella scena della trasformazione della carrozza e dei suoi palafrenieri, prima e dopo la mezzanotte.
Ma quello che forse mi è piaciuto di più, vista la mia età, è stata la resa dei personaggi, per niente superficiale, come sarebbe potuta essere in una semplice fiaba (anche se poi non è per niente vero che le fiabe sono semplici).
Regia: Kenneth Branagh
E' normale che anche avendo varcato (e non da ieri) la soglia degli "anta" mi sia trovata a godermi questo film come se fossi stata una bimba davanti a un negozio di caramelle? Potenza delle fiabe, o - meglio - della maniera magistrale in cui Kenneth Branagh, nelle vesti di regista, ha trasposto questa versione in carne ed ossa della celeberrima storia di Perrault (prima) e di Disney (dopo).
In effetti molti degli aspetti visivi di questo film ricalcavano il cartone Disney. Confesso che io ho visto per la prima volta il cartone disneyano soltanto quando ero già cresciuta, ma da piccolina possedevo un libro Disney pieno di illustrazioni, con la storia di Cenerentola narrata come veniva sviluppata nel cartone, per cui ho finito per conoscerne le scene piuttosto bene. Il libro lo conservo tuttora gelosamente.Tornando al film, superato un attimo di disorientamento in cui mi sembrava di essere finita dentro Downton Abbey (sia Lily Rose/Cinderella che Sophie McShea/sorellastra recitano nella serie inglese) e il mini-shock nel ri-digerire il sempre amato (e pianto) King in the North Richard Madden nei panni del principe azzurro Kit - ma sto guardando un film o le mie solite serie tv? - me lo sono davvero goduto senza ritegno.
Belle le scenografie, che hanno dato corpo e vita a quanto mi ero raffigurata per tutta un'infanzia di letture; fantastici i costumi, ricchi e colorati; e meravigliosi e stra-riusciti gli effetti speciali, soprattutto nella scena della trasformazione della carrozza e dei suoi palafrenieri, prima e dopo la mezzanotte.
Ma quello che forse mi è piaciuto di più, vista la mia età, è stata la resa dei personaggi, per niente superficiale, come sarebbe potuta essere in una semplice fiaba (anche se poi non è per niente vero che le fiabe sono semplici).
martedì 14 luglio 2015
the scottish prisoner
I lettori della saga Outlander di Diana Gabaldon troveranno una parentesi di estremo interesse anche in "The Scottish prisoner", che non fa propriamente parte della serie, ma viene di solito inserito nella lista dei libri dedicati a Lord John Grey.
In effetti la figura in primo piano è Lord John, ma in questo titolo è co-protagonista a tutti gli effetti Jamie Fraser. E se siete lettori di Outlander non credo vi serva altro per spingervi alla lettura.
Cronologicamente, le vicende si svolgono nel 1760 (all'incirca da aprile a fine ottobre), verso la metà di "Voyager" ("Il cerchio di pietre" se fate riferimento alle edizioni italiane), quando Jamie vive a Helwater, come stalliere presso i Dunsany, sotto la responsabilità di Lord John. Il piccolo William è già nato, e ha circa un paio d'anni.
Per Jamie Fraser, rilasciato sulla parola nel remoto Lake District, la vita potrebbe anche andare peggio: non è stato esiliato nelle colonie occidentali a tagliare canna da zucchero, ed è abbastanza vicino al figlio che non può rivendicare come proprio. Ma la sua tranquilla esistenza sta per essere agitata, interrotta prima dai sogni della moglie perduta, Claire, poi dalla comparsa di Tobias Quinn, un irlandese ex-compagno delle sollevazioni giacobite.
Come molti giacobiti sopravvissuti, e non imprigionati, Quinn è ancora dedito alla Causa. Il suo ultimo piano riguarda un'antica reliquia che sarà in grado di radunare gli irlandesi.
Jamie non vuole più averci nulla a che fare - ha giurato di lasciar perdere la politica, la lotta e la guerra. Sino a quando Lord John Grey spunta con una richiesta che lo porterà di nuovo lontano da tutto ciò che ama.
Lord John - aristocratico, soldato e spia occasionale - si ritrova in possesso di un pacchetto di documenti esplosivi che denunciano un caso schiacciante di corruzione nei confronti di un ufficiale britannico. Ma alludono anche a un pericolo più insidioso. Il tempo è essenziale, man mano che l'indagine spinge Lord John verso l'Irlanda, con uno sconcertante messaggio in versi scritto in "Erse", la lingua degli Highlanders scozzesi. Lord John, che ha gestito dei prigionieri giacobiti quando era governatore del carcere di Ardsmuir, e il duca Hal, suo fratello, pensano che Jamie potrebbe essere in grado di tradurre - ma lui accetterà di farlo?
Presto Lord John e Jamie diventano compagni di indagine sulla strada per l'Irlanda, un paese i cui castelli nascondono segreti, e le cui paludi nascondono le ossa dei morti.
Un ritorno accattivante al mondo creato da Diana Gabaldon, un'altra storia epica che consiglio di procurarsi a tutti gli appassionati di Outlander.
(p.s. Nel momento in cui scrivo non mi risulta che il libro sia mai stato tradotto in italiano.)
In effetti la figura in primo piano è Lord John, ma in questo titolo è co-protagonista a tutti gli effetti Jamie Fraser. E se siete lettori di Outlander non credo vi serva altro per spingervi alla lettura.
Cronologicamente, le vicende si svolgono nel 1760 (all'incirca da aprile a fine ottobre), verso la metà di "Voyager" ("Il cerchio di pietre" se fate riferimento alle edizioni italiane), quando Jamie vive a Helwater, come stalliere presso i Dunsany, sotto la responsabilità di Lord John. Il piccolo William è già nato, e ha circa un paio d'anni.
Per Jamie Fraser, rilasciato sulla parola nel remoto Lake District, la vita potrebbe anche andare peggio: non è stato esiliato nelle colonie occidentali a tagliare canna da zucchero, ed è abbastanza vicino al figlio che non può rivendicare come proprio. Ma la sua tranquilla esistenza sta per essere agitata, interrotta prima dai sogni della moglie perduta, Claire, poi dalla comparsa di Tobias Quinn, un irlandese ex-compagno delle sollevazioni giacobite.
Come molti giacobiti sopravvissuti, e non imprigionati, Quinn è ancora dedito alla Causa. Il suo ultimo piano riguarda un'antica reliquia che sarà in grado di radunare gli irlandesi.
Jamie non vuole più averci nulla a che fare - ha giurato di lasciar perdere la politica, la lotta e la guerra. Sino a quando Lord John Grey spunta con una richiesta che lo porterà di nuovo lontano da tutto ciò che ama.
Lord John - aristocratico, soldato e spia occasionale - si ritrova in possesso di un pacchetto di documenti esplosivi che denunciano un caso schiacciante di corruzione nei confronti di un ufficiale britannico. Ma alludono anche a un pericolo più insidioso. Il tempo è essenziale, man mano che l'indagine spinge Lord John verso l'Irlanda, con uno sconcertante messaggio in versi scritto in "Erse", la lingua degli Highlanders scozzesi. Lord John, che ha gestito dei prigionieri giacobiti quando era governatore del carcere di Ardsmuir, e il duca Hal, suo fratello, pensano che Jamie potrebbe essere in grado di tradurre - ma lui accetterà di farlo?
Presto Lord John e Jamie diventano compagni di indagine sulla strada per l'Irlanda, un paese i cui castelli nascondono segreti, e le cui paludi nascondono le ossa dei morti.
Un ritorno accattivante al mondo creato da Diana Gabaldon, un'altra storia epica che consiglio di procurarsi a tutti gli appassionati di Outlander.
(p.s. Nel momento in cui scrivo non mi risulta che il libro sia mai stato tradotto in italiano.)
giovedì 9 luglio 2015
gli stemmi delle case praghesi
Camminare con il naso per aria nella Città Vecchia di Praga
permette di imbattersi, praticamente ad ogni portone, in deliziose (e
spesso curiose) decorazioni. Sul frontone di ogni vecchia casa ci sono
infatti stemmi, decorazioni e bassorilievi che in passato servivano
anche per identificare le varie abitazioni. Soprattutto la Via Nerudova, che sale al vecchio castello, ne è ricchissima.
Il sistema di numerazione civico praghese è passato attraverso vari mutamenti, tanto che ancora oggi la maggior parte degli edifici vecchi mantiene due numeri.
Uno è su placca blu, e rappresenta la numerazione moderna, sequenziale lungo la strada, con i pari da una parte e i dispari dall'altra, come siamo abituati ad usare anche noi. L'altro è su fondo rosso, e indica invece la posizione della casa rispetto al vecchio sistema di numerazione, introdotto a metà Settecento, e di solito non ha alcun collegamento con gli edifici immediatamente vicini.
Ma prima del Settecento la numerazione civica non esisteva proprio, per cui non stupisce che l'individuazione di un edificio avvenisse in maniera "empirica", usando dei riferimenti visivi chiari a tutti.
Spesso si indicavano le case con simboli che avevano attinenza con la professione di chi vi abitava, oppure con qualcosa di naturale o di religioso.
E così, ecco ad esempio, la casa dei tre violini, del calice d'oro, del grappolo d'uva, delle tre rose bianche, al luccio blu, della ruota d'oro e innumerevoli altre... basta avere il tempo di soffermarsi per notare i particolari.
Il sistema di numerazione civico praghese è passato attraverso vari mutamenti, tanto che ancora oggi la maggior parte degli edifici vecchi mantiene due numeri.
Uno è su placca blu, e rappresenta la numerazione moderna, sequenziale lungo la strada, con i pari da una parte e i dispari dall'altra, come siamo abituati ad usare anche noi. L'altro è su fondo rosso, e indica invece la posizione della casa rispetto al vecchio sistema di numerazione, introdotto a metà Settecento, e di solito non ha alcun collegamento con gli edifici immediatamente vicini.
Ma prima del Settecento la numerazione civica non esisteva proprio, per cui non stupisce che l'individuazione di un edificio avvenisse in maniera "empirica", usando dei riferimenti visivi chiari a tutti.
Spesso si indicavano le case con simboli che avevano attinenza con la professione di chi vi abitava, oppure con qualcosa di naturale o di religioso.
E così, ecco ad esempio, la casa dei tre violini, del calice d'oro, del grappolo d'uva, delle tre rose bianche, al luccio blu, della ruota d'oro e innumerevoli altre... basta avere il tempo di soffermarsi per notare i particolari.
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sabato 20 giugno 2015
morte a pemberley
Sono innumerevoli i seguiti di Orgoglio e pregiudizio usciti nel corso del tempo, soprattutto nel corso degli ultimi vent'anni. E anche i lavori che vi si ispirano apertamente. Di questi, alcuni sono arrivati (leggasi: sono stati tradotti) anche in Italia.
Alcuni li ho letti, come ad esempio la trilogia di Pamela Aidan che racconta O&P dal punto di vista di Mr. Darcy, oppure i libri di Carrie Bebris che trasformano i coniugi Elizabeth e Darcy in una specie di coppia detective. E mi sono anche piaciuti. Altri invece mi sono proprio rifiutata di considerarli, come i romanzi che proseguono la storia presentando Darcy nelle vesti di vampiro o di zombie, tsk tsk...
E Morte a Pemberley rientra in questa lunga lista di libri, ma con la particolarità di essere stato scritto non da un'illustre sconosciuta, bensì da P.D. James, che è stata una delle più famose gialliste inglesi. Non ho idea di come siano gli altri suoi libri, perché non li ho mai letti, ma Morte a Pemberley non l'ho apprezzato particolarmente. Non mi lamento della parte gialla, ma non mi è piaciuto come sono stati resi tutti i personaggi di O&P.
Tutti (e sottolineo "tutti") sono molto più scostanti, snob e sostenuti di quanto non fossero stati tratteggiati dalla Austen. La coppia sposata Elizabeth-Darcy manca di una sola scena dove si intraveda anche soltanto un minimo di trasporto e passione. Lo spirito indipendente e orgoglioso di Lizzie poi, in questo libro, è completamente inesistente: lei non sembra nemmeno più lo stesso personaggio, e ha veramente pochissimo spazio nella storia. Darcy invece è molto più presente, e tutto sommato non si allontana troppo dal suo carattere, così come lo conoscevamo. Però anche lui, ugualmente, non mi è piaciuto, mi è parso insipido, poco deciso...
Il colonnello Fitzwilliam invece, che in O&P mi era piuttosto simpatico, qui viene presentato davvero come un grandissimo snob, del tipo sono ufficiale ed erede di un titolo, faccio-io-comando-io. E Wickham viene presentato come un vero e proprio bastardo, un disgraziato fedifrago e approfittatore di fanciulle - a un livello che la Austen non si sarebbe mai sognata...
Non c'è un momento di allegria, di felicità. Le atmosfere, a partire dai boschi circostanti Pemberley, alle stanze e ai tribunali, mi sono sembrate piuttosto cupe, scure e fredde. Insomma, a parte i personaggi nuovi, inventati dalla James (come ad esempio il giovane avvocato Alverston, che corteggerà Georgiana), quelli austeniani mi sono parsi molto snaturati. O magari semplicemente troppo diversi da come me li sono sempre immaginati io.
Troppo diversi per farmi apprezzare questo libro.
Alcuni li ho letti, come ad esempio la trilogia di Pamela Aidan che racconta O&P dal punto di vista di Mr. Darcy, oppure i libri di Carrie Bebris che trasformano i coniugi Elizabeth e Darcy in una specie di coppia detective. E mi sono anche piaciuti. Altri invece mi sono proprio rifiutata di considerarli, come i romanzi che proseguono la storia presentando Darcy nelle vesti di vampiro o di zombie, tsk tsk...
E Morte a Pemberley rientra in questa lunga lista di libri, ma con la particolarità di essere stato scritto non da un'illustre sconosciuta, bensì da P.D. James, che è stata una delle più famose gialliste inglesi. Non ho idea di come siano gli altri suoi libri, perché non li ho mai letti, ma Morte a Pemberley non l'ho apprezzato particolarmente. Non mi lamento della parte gialla, ma non mi è piaciuto come sono stati resi tutti i personaggi di O&P.
Tutti (e sottolineo "tutti") sono molto più scostanti, snob e sostenuti di quanto non fossero stati tratteggiati dalla Austen. La coppia sposata Elizabeth-Darcy manca di una sola scena dove si intraveda anche soltanto un minimo di trasporto e passione. Lo spirito indipendente e orgoglioso di Lizzie poi, in questo libro, è completamente inesistente: lei non sembra nemmeno più lo stesso personaggio, e ha veramente pochissimo spazio nella storia. Darcy invece è molto più presente, e tutto sommato non si allontana troppo dal suo carattere, così come lo conoscevamo. Però anche lui, ugualmente, non mi è piaciuto, mi è parso insipido, poco deciso...
Il colonnello Fitzwilliam invece, che in O&P mi era piuttosto simpatico, qui viene presentato davvero come un grandissimo snob, del tipo sono ufficiale ed erede di un titolo, faccio-io-comando-io. E Wickham viene presentato come un vero e proprio bastardo, un disgraziato fedifrago e approfittatore di fanciulle - a un livello che la Austen non si sarebbe mai sognata...
Non c'è un momento di allegria, di felicità. Le atmosfere, a partire dai boschi circostanti Pemberley, alle stanze e ai tribunali, mi sono sembrate piuttosto cupe, scure e fredde. Insomma, a parte i personaggi nuovi, inventati dalla James (come ad esempio il giovane avvocato Alverston, che corteggerà Georgiana), quelli austeniani mi sono parsi molto snaturati. O magari semplicemente troppo diversi da come me li sono sempre immaginati io.
Troppo diversi per farmi apprezzare questo libro.
lunedì 1 giugno 2015
la reggia ritrovata della venaria reale
La Reggia della Venaria, insieme ai suoi giardini, è stata edificata nel Seicento dal duca Carlo Emanuele II di Savoia come residenza di caccia e di piacere a due passi da Torino, incastrata nel borgo circostante (che prese il nome anch'esso di Venaria Reale): una piccola Versailles. In quei secoli i Savoia si facevano costruire innumerevoli dimore e palazzetti di svago, nei quali si recavano soprattutto per andare a caccia con la corte. Quest'insieme di residenze prese il nome di corona di delizie, ed è un patrimonio che oggi rappresenta una ricchezza dal punto di vista turistico.
Anche la Venaria rientra nell'insieme, ma è tornata ai suoi antichi splendori soltanto da pochissimi anni.
Dopo l'epoca napoleonica, infatti, la Reggia venne trasformata in caserma, i maestosi giardini vennero spianati e trasformati in una piazza d'armi per le esercitazioni militari. Questa destinazione d'uso continuò a lungo sin dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quando venne tolto il presidio militare, durato quasi duecento anni, non era rimasto molto dentro al palazzo, grazie ai vandali che nel corso dei decenni (soprattutto dopo le guerre) avevano rubato quello che gli serviva.
Infatti, quando ero ragazzina io, mi ricordo così la Reggia, come un vecchio grande complesso di edifici chiuso e malandato, accanto al quale c'era la caserma dei militari col filo spinato tutto intorno.
Non avrei mai pensato che quel grande palazzone avesse al suo interno degli ambienti simili, ma soprattutto non mi sarei mai immaginata che tutt'intorno, una volta, ci fossero stati dei giardini così elaborati, con linee prospettiche e fontane. Dei giardini purtroppo non era rimasta traccia.
Ogni volta che mi torna alla mente lo stato della Venaria soltanto vent'anni fa, e lo paragono con quanto esiste oggi, mi rendo conto che in questo caso è stato compiuto davvero un piccolo grande miracolo.
I giardini al principio erano un po' spelacchiati, perché sono stati ricreati da capo, ma nel corso degli anni sono cresciuti. Pergolati con le rose, aiuole, siepi, orti e piante da frutto hanno di nuovo fatto capolino intorno al palazzo principale. E' stata ricreata una Peschiera, cioè un grande vascone dove durante l'estate i visitatori possono fare su e giù in gondola. E se vogliono girare comodamente nei giardini possono prendere dei calessini che li accompagnano.
E' una barca davvero meravigliosa, e la prima volta che l'ho vista da vicino sono rimasta ad ammirarla affascinata, in tutti i suoi dettagli, per quasi mezz'ora.
giovedì 21 maggio 2015
paddington
In quanto bimba italiana cresciuta negli anni Settanta non possiedo una conoscenza di prima mano dell'orsetto Paddington (se tralasciamo una canzoncina di un telefilm/cartone che non ricordo di aver mai visto, ma che avevo su una cassetta musicale), però da brava anglofila so chi è. E questo è tutto il background con cui mi sono apprestata a guardare "Paddington", l'altra sera.
Credevo che fosse principalmente un film per bambini, e invece ho avuto una bella sorpresa. Il film è davvero delizioso e tenero, molto British e ricco di situazioni esilaranti.
La storia è molto semplice. Un giovane orsetto perde quasi tutta la propria famiglia (e la sua casa nella foresta del Profondo Perù) in seguito a un terremoto. Decide così di andare a Londra, che lo zio Pastuzo gli aveva raccontato essere il luogo da cui tanto tempo prima era arrivato Lord Clyde, un esploratore che gli aveva detto che a "Londra sarebbero sempre stati i benvenuti".
E così l'orsetto parte, armato soltanto di una valigia piena di barattoli di marmellata d'arance, del cappello rosso dello zio, e con un cartellino intorno al collo che dice 'per favore prendetevi cura di questo orso'.
Una volta arrivato a Londra, però, l'orsetto scopre che non è facile trovare rifugio in una casa, e viene accolto (momentaneamente, nelle intenzioni del capofamiglia) dalla famiglia Brown - babbo, mamma e due ragazzini - che gli dà il nome Paddington, avendolo trovato proprio in quella stazione. A casa Brown, Paddington darà il via a una serie di piccoli esilaranti incidenti domestici.
Trovare traccia del vecchio esploratore non sarà facile, e per Paddington potrà anche rivelarsi più pericoloso del previsto...
mercoledì 13 maggio 2015
il negozio dei biscotti
Immaginate di entrare in un grande negozio dove vendono biscotti di varie forme e consistenze, un negozio dove siete letteralmente circondati da scaffali color giallo-sole che straripano di scatole di latta colorate, piccole e grandi. Immaginate che all'ingresso ci siano delle gentili signorine che vi chiedono se volete assaggiare pezzetti di biscotto, olives au chocolat, calissons (pasticcini/biscotti tipici provenzali), oppure bonbon ricoperti di cioccolato: sembra brutto dir loro di no, non credete?
Immaginate anche che se aguzzate la vista e guardate i prezzi vi viene un piccolo colpo, ma non curatevene troppo e proseguite il giro. Un paio di biscotti, belli pesanti, si possono senz'altro acquistare investendo qualche euro.
Sono entrata per la prima volta in un negozio come questo ad Aix-en-Provence, nella piazza davanti al municipio, credendo di essermi miracolosamente imbattuta in una versione provenzale del Bengodi.
Ma nei giorni successivi, durante il soggiorno in Provenza, mi sono resa conto che si trattava di una catena di negozi (La Cure Gourmande) presente in quasi tutte le cittadine della zona.
E una volta rientrata a casa mi sono documentata, e ho scoperto che in realtà questi negozi sono sparsi anche per il resto della Francia e in Belgio.
Naturalmente, in ogni posto dove lo trovavamo, io e le mie amiche ci facevamo tappa obbligata, ciondolando con nonchalance nel negozio e approfittando degli assaggini gentilmente messi a disposizione, in perfetto stile da turisti-scrocconi... A questo riguardo, ad Aix gli assaggini erano stati molto generosi (o forse si è trattato dell'entusiasmo della prima volta), mentre in altri posti sono stati decisamente microscopici, ma tant'è...
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