Torino, Via e Piazza Carlo Alberto
23-25 maggio 2014
Mostra-mercato del florovivaismo di qualità. Tre giorni di piante, giardini e ambiente nel centro di Torino.
La Mondadori ha lanciato, all'inizio di questo mese, una nuova collana di libri tascabili, che si leggono in verticale, dal basso verso l'alto. Si chiamano Flipback, misurano 12cm x 8cm, e nascono dal brevetto di un editore olandese, Jongbloed.
Già come prima impressione, ancora prima di vederli, questi Flipback mi attiravano poco. Il formato è troppo piccolo per l'età che avanza (e la vista che cala)... inoltre mi parevano più scomodi del taglio orizzontale e dell'ormai amato e-reader. Ero comunque pronta a cambiare idea una volta che me fosse capitato uno tra le mani, ma questo non è avvenuto, nonostante al Salone del Libro di Torino lo stand della Mondadori me ne abbia addirittura regalato uno (incredibile!) e quindi abbia potuto tenerlo fra le mani.
L'altra sera ero indecisa su cosa guardare in televisione, così mi sono
fatta ri-tentare dal DVD della miniserie su Jane Eyre della BBC, versione del 2006, e me la sono riguardata tutta,
praticamente quasi quattro ore di fila. Confesso che ho fatto
avanti veloce sulla parte iniziale (Lowood) e su quella con St.John
& sorelle... volevo soltanto Rochester e Jane. E mi sono di nuovo ritrovata con la lacrimuccia che stava lì lì per cadere, sulla dichiarazione di
Jane/Rochester, quella prima del matrimonio sfumato dove lei dice "solo
perché sono povera e insignificante non significa che non abbia un cuore
e non provi dei sentimenti..." e poi nel finale, quando Jane
ritrova Edward ferito.
L'idea dei neko cafe è nata diversi anni fa nell'isola di Taiwan, ma poi è piaciuta così tanto ai giapponesi che nel loro paese ne hanno aperti oltre un centinaio. L'anno scorso poi è sbarcata anche in Europa, a Vienna, e adesso è approdata a Torino, con ben due caffè, il MiaGola (aperto una decina di giorni fa) e il Neko Café (la cui apertura è prevista la prossima settimana, e che quindi non ho ancora potuto vedere di persona).
Alla vetrina del MiaGola sono scritte le regole del locale, come ad esempio non fare foto col flash ai gatti, oppure non svegliarli se dormono: regole dettate dal semplice buon senso e che dovrebbero già essere normali abitudini di chiunque ami gli animali. Il caffé collabora anche con alcune piccole eccellenze locali per quanto riguarda la somministrazione di cibo. Al MiaGola hanno trovato casa sei gatti - Romeo, Magda, Barney, Mia, Sissi, Fred - tre maschi e tre femmine, le cui "carte d'identità" sono raccontate sulle tovagliette dei tavoli.![]() | ![]() |
Dalla Tate Gallery di Londra arriveranno 70 opere a Torino: Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti, Ford Madox Brown, William Hunt, John Williams Waterhouse saranno in mostra per ricordarci cosa sia la bellezza, o meglio l’utopia della bellezza, con opere che esercitano oggi più di ieri un fascino irresistibile. La mostra è promossa dal Comune di Torino con il sostegno della Direzione Regionale Beni Culturali Piemonte, del Polo Reale e del Sole 24 Ore Cultura.
Nei disegni preparatori che sono conservati alla Tate Gallery di Londra, la musa più amata prima da Millais, che la ritrasse quasi fedelmente nell’Ophelia (1852) e poi da Dante Gabriel Rossetti, fu Elizabeth Siddal, una giovane sarta londinese, poi moglie del pittore. La donna, affetta da depressione, è la protagonista dei famosi Guggums (vezzeggiativo con cui l’artista la chiamava), in cui il volto si ripete ossessivamente abbozzati durante attimi di “noia vigile”, come l’avrebbe definita Baudelaire, in cui Rossetti riusciva a percepirne la malinconica bellezza, candida e fragile nello stesso tempo, ma il dono più alto che la vita potesse offrire all’umanità. La bellezza svela il lato oscuro nella decadenza. L’utopia è nella
purezza impossibile, sempre minacciata interiormente da un “verme
invisibile”, che la deturpa rendendola impura.
La Bella e la Bestia non cattura i sensi
Il regista Gans indeciso se parlare a grandi o piccini
di Alessandra Levantesi Kezich (fonte: La Stampa)
Se ne fa addirittura risalire l’origine ad Amore e Psiche di Apuleio, in ogni caso la fiaba La bella e la bestia circola in Europa da secoli: narrata davanti al fuoco, poi trascritta da Straparola e da Perrault prima che nel 1754 la dama Jeanne–Marie Leprince de Beaumont le desse la forma in cui è più nota. La giovane Bella chiede al padre di portarle da un viaggio il regalo di una rosa, questi la coglie nel giardino di un castello abitato dalla Bestia, creatura mostruosa che per punirlo del furto gli impone di scegliere: la morte o la figlia.
Più volte a questa storia hanno attinto teatranti e cineasti, ciascuno variando qui e là come ha fatto ora il regista Christophe Gans con un film male accolto a Berlino: dove sono fioccati paragoni in negativo sia rispetto all’esercizio allegorico/letterario firmato da Cocteau nel 1946, sia rispetto al delizioso cartone animato Disney. Una reazione eccessiva, come capita nei festival, e tuttavia in parte giustificata.
Siamo infatti di fronte a un fantasy sontuoso, girato a costi assai elevati per gli standard europei (circa 35 milioni di euro), che non è chiaro a chi sia destinato: si direbbe agli adulti, ma allora era necessario un affondo più deciso. In chiave di lettura simbolica, La bella e la Bestia si può interpretare in diversi modi: come un’affermazione della supremazia dello spirito sulla materia; o meglio, come un percorso di crescita femminile dove il rapporto con il maschio - all’inizio ritenuto «bestiale» in quanto sostitutivo del rapporto «puro» con il padre - trasforma una fanciulla in donna. Avendo a disposizione due attori dotati di fascino quale il tenebroso Vincent Cassel e la luminosa Léa Seydoux, Gans avrebbe dovuto puntare maggiormente sui fattori gioco di attrazione e risveglio dei sensi, piuttosto che infarcire la vicenda di personaggi di scarso interesse e di effetti speciali a uso del pubblico dei ragazzini.
Così del film si apprezzano gli scenari di ispirazione romantico-germanica e certi momenti suggestivi, per esempio l’inseguimento fra la Bestia e Bella su un lago ghiacciato; ha giusto risalto la figura paterna affidata ad André Dussolier; è condivisibile la trovata dei flashback per mostrare più del volto di Cassel senza il trucco peloso; e a noi non dispiace neppure la cornice intimista del finale «e vissero felici e contenti». Ma resta aperta la domanda: con le parole magiche «C’era una volta», Gant intendeva rivolgersi ai grandi o ai piccini?