giovedì 16 maggio 2013

la serra volante

Aéroflorale II in piazza Castello a Torino
dal 16 al 19 maggio 2013

E' atterrata in piazza Castello l'Aéroflorale II, imponente serra volante che fa parte di «Expédition Végétale»,  progetto teatral-scientifico realizzato da Nantes Métropole, città nominata nel 2013 Capitale Europea del Verde. La curiosa struttura, dopo aver fatto tappa a Bruxelles, arriva a Torino dove resterà fino a domenica, nell’ambito delle iniziative di "Torino Incontra la Francia".

Progettata dalla compagnia La Machine, pesa 8 tonnellate, è alta 15 metri e lunga quasi 11 per 7 di larghezza ed è sormontata da alcuni palloni aerostatici. Una sorta di monumento-impalcatura vagamente steam-punk dominata dalle piante e composta di diverse varietà di vegetali provenienti da tutto il mondo a dimostrazione della biodiversità dell’universo. Al suo interno, in mezzo a sbuffi di vapore, serpentine di rame e originali macchinari, l’equipaggio composto da 12 esperti, tra ingegneri, tecnici e specialisti effettuerà esperimenti coinvolgendo anche i presenti.

Per costruire Aéroflorale II c’è voluto un anno intero e al suo interno ci sono quasi 3.000 specie vegetali. Il macchinario offrirà al pubblico la possibilità di misurare la conducibilità elettrica di rami e foglie, di suonare con strumenti musicali vegetali, si parlerà di semi, di biocarburanti e di varietà vegetali locali, per imparare come la scienza sia spettacolare e come con la fantasia accompagnata da un pizzico di curiosità possa aiutare a vivere in pace con l’ambiente sfruttandone a pieno le potenzialità.
(articolo tratto da "La Stampa" - le foto invece sono mie)


martedì 14 maggio 2013

austenland

Jane Hayes lavora come grafica per una rivista a New York, e dopo varie scottature amorose si è ripromessa che, per fidanzato, non si accontenterà di niente di meno dell'equivalente di Mr Darcy di Orgoglio e Pregiudizio o, per meglio dire, del Darcy interpretato da Colin Firth nello sceneggiato della BBC che lei conosce ossessivamente a memoria.
La prozia di Jane scopre questo suo piccolo segreto, e le lascia come eredità una vacanza completamente pagata a Pembrook Park in Inghilterra, una specie di Austenland (sì proprio una specie di Disneyland declinata secondo le atmosfere austeniane) per donne ricche in cerca di un eroe da romanzo. Jane spera che questo posto le servirà come terapia, come un'ultima lussuosa full-immersion nella sua ossessione per Mr Darcy, prima di abbandonare le sue fantasie e tornare definitivamente nel mondo reale.

Però dentro Austenland capire che cosa è reale (e che cosa è stupendamente recitato) è anche più complicato delle regole del whist. Combattuta fra il sexy giardiniere e l'attore che interpreta il ruolo di Darcy, Jane si trova innanzitutto a confrontarsi con le regole dell'etichetta, e poi a godersi il ruolo che si è costruita di fanciulla più affascinante del ballo. Ma quando sarà ora di dire addio a Austenland, Jane riuscirà a lasciarsi dietro i propri sogni?

Al principio la storia del libro mi ispirava, altrimenti non l'avrei nemmeno cominciato... mi sembrava stuzzicante leggere una storia su persone contemporanee che, volontariamente, facevano finta di vivere in epoca Regency (avevo questo pensiero). Ma il libro non mi ha convinta del tutto, e in alcune parti ho pensato che fosse davvero ridicolo, così come le regole della casa (niente oggetti moderni, a pena di essere cacciati via!) La fine è abbastanza prevedibile, non ho mai dubitato per un istante che sarebbe andata così.

Invece giuro che non lo sapevo, l'ho appena scoperto consultando il sito dell'autrice: da questo libro hanno tratto anche un film, presentato al Sundance Film Festival di quest'anno (ma ahimé, nessuno dei personaggi maschili è come me li ero immaginati durante la lettura).

mercoledì 8 maggio 2013

84, charing cross road

Un librino delizioso e delicato, brillante e commovente, che consiglio a chi ama i libri, a chi ama Londra, e a chi si riconoscerà nelle sensazioni descritte da Helen. La storia e le lettere sono vere.
Il libro ha conosciuto anche una trasposizione filmica, nel 1986, interpretata da Anne Bancroft e Anthony Hopkins. Il film non l'ho ancora visto, ma cercherò di procurarmelo.
...è il più delizioso vecchio negozio uscito direttamente dalle pagine di Dickens che abbia mai visto....l'ambiente è scuro, percepisci l'odore della libreria prima di vederla, è un odore delizioso, non è facile descriversi ma è un misto di muffa, polvere, anni, pareti di legno e pavimenti anch'essi di legno.
84 Charing Cross Road è l'indirizzo di una piccola libreria antiquaria di Londra, Marks & Co., alla quale si rivolge epistolarmente la newyorkese Helene Hanff, scrittrice e sceneggiatrice squattrinata, per cercare vecchi libri di letteratura inglese che non costino una follia. Siamo nel 1949, immediatamente dopo la guerra. Frank Doel, uno dei librai del negozio, le risponde, e inizia così una corrispondenza - che al principio tratta soltanto di ricerche di opere e dei loro prezzi. All'inizio i londinesi sono ancora costretti ad una vita di sacrifici: c'è ancora il razionamento dei viveri, ed Helene, dalla ricca America, invia pacchi alimentari, destinati alla famiglia di Frank e al personale della libreria.
Ricordo che anni fa un tipo che conosco mi disse che la gente che va in Inghilterra trova esattamente quello che è andata a cercare. Io gli ho detto che sarei andata per veder l'Inghilterra della letteratura inglese, e lui, annuendo: "è là".

Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso[...]
Amo le dediche sulla prima pagina e le note a margine, mi piace il sentimento fraterno che si prova sfogliando pagine che qualcun altro ha già sfogliato. Leggendo passaggi che qualcun altro, magari da tempo scomparso, ha voluto segnalare alla mia attenzione.

Ogni primavera, faccio le pulizie generali alla mia libreria e elimino i libri che non rileggerò mai più, come elimino i vecchi vestiti che so non indosserò mai più. I miei amici sono strani con i libri. Leggono tutti i best seller, li divorano il più velocemente possibile, penso che saltino un sacco di pagine. E non rileggonno MAI nulla una seconda volta, di modo che un anno dopo non ne ricordano più una sola parola.Eppure, se mi vedono buttare un libro nel cestino o darlo via si scandalizzano profondamente. Secondo loro compri un libro, lo leggi, lo metti nella libreria, non lo riapri più per il resto dei tuoi giorni, ma NON LO BUTTI VIA! SOPRATTUTTO SE HA UNA COPERTINA RIGIDA! E perché mai? Personalmente non riesco a immaginare nulla di meno sacrosanto di un libro brutto o addirittura di un libro mediocre.
A poco a poco, il carteggio diventerà un rapporto sempre più confidenziale, solidale ed affettuoso, e si allargherà alla cerchia della famiglia e dei colleghi di Mr Doel, durando oltre 20 anni.
Negli anni Helene si ripropone più volte di recarsi a Londra, suo sogno da tempo, anche (ma non solo) per conoscere gli amici di Marks & Co., ma ogni volta che il traguardo sembra vicino, ecco che qualche spesa imprevista la costringe a rimandare il progetto. Riuscirà a fare l'agognato viaggio solo nel 1969, pochissimo tempo dopo che Frank è mancato prematuramente.

Nel 1970 anche la libreria chiuderà i battenti. Marks & Co. oggi non esiste più, al suo posto c'è un ristorante, per nulla tipico (vedere Streetview per rendersi conto). Una piccola targa ricorda però la libreria, resa famosa ed indimenticabile dalla pubblicazione del libro della Hanff.



A fine lettura sono rimasta con un senso di vuoto e di magone, così ho cercato di riempirlo andando a caccia di qualche informazione in più. Ho trovato questo interessante sito, che racconta la storia della libreria e delle persone che ci lavoravano, e riporta numerose fotografie in bianco e nero.

lunedì 6 maggio 2013

i film di audrey hepburn/3

Colazione da Tiffany (1961)
Trama: Holly Golightly è un'eccentrica ragazza di New York, si potrebbe definire una ragazza squillo, con tutte le implicazioni del caso, sofisticata e ingenua al tempo stesso... Vive insieme al suo gatto - di nome Gatto, per l'appunto - in un appartamento privo di mobili, senza un particolare senso di appartenenza a nulla, tra feste mondane e orari impossibili che la portano a fare colazione con una brioche nelle ore piccole della mattina, in piedi davanti alle vetrine di Tiffany, la gioielleria sulla Quinta Strada.

Paul Varjak è il suo nuovo vicino di casa, un giovane scrittore con pochi quattrini, mantenuto da una ricca ed opprimente signora. I due si conoscono e diventano amici, condividendo smarrimenti e gioie. Holly, dopo aver chiuso con un ex marito sposato da giovanissima, cerca di farsi sposare da un ricco milionario brasiliano, ma le cose non vanno come previsto e alla fine le resta soltanto Paul. Paul, che l'ama davvero e il cui amore forse lei deciderà di ricambiare, dopo aver finalmente scelto di accettare il legame di appartenenza nei confronti di un'altra persona.


La cosa principale che mi stupì di Colazione da Tiffany la prima volta che lo vidi fu la sua estrema modernità. Per essere un film del 1961 tratta con apparente leggerezza e soavità di ragazze squillo, di gigolò, di spaccio di droga... insomma, temi che probabilmente nell'America degli anni dell'innocenza non venivano messi così in rilievo, e ancor meno in un film brillante. Facevo anche un po' fatica a definire questo film come una commedia, perché nonostante le battute e il regista (Blake Edwards) è un film "serio", sicuramente privo di toni drammatici ma non per questo liquidabile come lieve e scanzonato.
Inoltre per me, 'che son stata ragazzina negli anni '80, vedere un George Peppard "inedito", in un ruolo diverso dal Colonnello di A-Team fu davvero una scoperta :-)

Holly Golightly è una "randagia", che non appartiene a nessuno e che, anzi, è sempre scappata dai legami. Una ribelle, un'anticonformista un po' matta; credo sicuramente uno dei primi personaggi cinematografici femminili rappresentati come indipendenti, senza giudizi didascalici o negativi. Forse anche per questa estrema modernità, l'iconografia del film è stata prepotentemente riscoperta nell'ultimo decennio come oggetto di merchandising (io stessa ho in casa un poster con la locandina del film, e una shopper con l'immagine di Holly e del suo gatto).
E poi c'è la canzone "Moon River", di Henry Mancini, diventata un tema famosissimo ed amatissimo: ogni volta che mi torna in mente mi rimane in testa e continuo a canticchiarla per giorni e giorni.



Due per la strada (1967)
L'architetto inglese Mark e sua moglie Joanna rievocano, durante un viaggio in auto verso il sud della Francia, i dodici anni del loro matrimonio. Ma nel cercare di comprendere la vera natura della loro relazione, entrambi si rendono conto che è necessario accettare tutti i cambiamenti degli ultimi anni, se vogliono ritrovare il sentimento originale che li ha uniti.

Non è proprio facilissimo star dietro allo svolgimento del film, il cui montaggio alterna continuamente scene che si svolgono in tre/quattro momenti temporali diversi. A partire da quando Joanna e Mark si incontrano per la prima volta; passando per un loro viaggio da giovani squattrinati nei primi anni di matrimonio; un altro viaggio insieme ad un'altra coppia ingessata con bambina inclusa; sino all'ultimo viaggio, quando la coppia ormai imborghesita si agita sull'orlo di una possibile separazione. Anni diversi e automobili diverse accompagnano i due coniugi attraverso i paesaggi francesi visitati e ri-visitati.
Il loro matrimonio è ormai sul punto della rottura, ma un serio ripensamento dei momenti significativi del loro passato li conduce a riconsiderare la loro vita e ad accorgersi di quanto forte sia il legame che li unisce.

Audrey Hepburn e Albert Finney ebbero davvero una relazione durante le riprese di questo film. La Hepburn era ancora sposata con Mel Ferrer, ma il loro rapporto ovviamente non funzionava più. Finney scelse comunque di farsi da parte per evitare che la Hepburn rischiasse di perdere la custodia del figlio.


sabato 20 aprile 2013

lover at last


At last. Finalmente. Noi lettrici della Ward era da tempo che aspettavamo il libro dedicato a Qhuinn e Blay, e la Ward aveva sempre detto che sarebbe arrivato. Eccolo infatti, ma per quanto mi riguarda è stata meglio l'attesa della sua lettura o, meglio, avevo preferito di gran lunga le scene Qhuinn-Blay centellinate e sparse nei libri precedenti. Molto più vibranti e cariche di aspettativa. Qui i due si prendono (fisicamente) per tutto il libro, ma sino alle ultime pagine non chiariscono fino in fondo i loro sentimenti, e questo mi ha fatto innervosire non poco: sembrava sempre che si fosse avviata una relazione, ma dopo poche pagine saltava fuori un dubbio, una pippa mentale di una delle parti, ed ecco che si doveva ricominciare. Troppo sesso e poco sentimento, per i miei gusti.

Durante la lettura mi sono anche trovata a provare un bel po' di fastidio nei confronti della Ward, perché 'sta donna, invece di dedicare un libro a ogni Brother e poi cercare di chiudere le fila della serie (cosa che mi aspetterei prima o poi!), sta infilando nei libri nuovi character in continuazione, gente a cui probabilmente dedicherà nuovi libri interi - senza contare che pare abbia intenzione di dedicarne nuovamente altri a coppie già viste (ad es. Wrath e Beth saranno la coppia su cui verterà The King, il prossimo libro, ma probabilmente non saranno gli unici). Fra parentesi, io mi chiedo ancora a cosa sia servito uno come Murhder, di cui la Ward ci ha fatto annusare la presenza qualche libro fa, ma che da allora sembra essere ri-diventato nuovamente un fantasma. Peccato, perché sembrava un personaggio con delle potenzialità.

In "Lover at last" ricompare "miracolosamente" anche Luchas, il fratello di Qhuinn, tenuto prigioniero in modalità very-very-gore... poverello, speriamo che la terribile esperienza non abbia intaccato troppo la sua natura vampirica; anche lui vittima della sua famiglia, anche se in modo diverso da Qhuinn. Spero di leggere ancora di lui.

Poi mi sono definitivamente convinta che la Ward ce l'abbia con Layla: cosa non sta facendo passare a 'sto personaggio? Perché non le può dare un hellren decente senza farla passare attraverso tutte queste incertezze e sofferenze? Ormai è chiaro che la sua controparte sarà Xcor, ma santo cielo: anche lui che si è fissato con una che ha appena visto una volta, e la considera "sua" senza nemmeno premurarsi di capire se lei è d'accordo, o se è già impegnata... tutto sommato mi ha stupito che accetti così tranquillamente che lei sia incinta di un altro... Comunque, nonostante queste mie piccole obiezioni, le parti che riguardavano loro due mi sono piaciute molto ma molto di più di quelle dedicate a Qhuinn e Blay :-) così come non ho disprezzato nemmeno le parti dedicate ad Assail e a Sola.
Bè, Assail è stato introdotto nel libro precedente, ma non l'avevo particolarmente notato... invece qui mi ha ricordato moltissimo il Rehvenge dei tempi andati - e di conseguenza l'ho apprezzato molto :-) Un po' troppo automatico e poco sviluppato il senso di attrazione che prova nei confronti dell'umana Sola, ma pazienza: non so come mai, ma ero comunque più interessata a loro che non ai soliti Qhuinn e Blay... Apro un'altra parentesi per auspicare che, nei prossimi mesi, i traduttori cambino del tutto il cognome di Sola nell'edizione italiana (ehm: Sola Morte non si può sentire!!! Che razza di appellativo è? Mi aspettavo che si trattasse di una letale cacciatrice delle creature della notte, invece mi pare una ladra che, per quanto abile, ha bisogno di affetto e protezione... e probabilmente Assail finirà per fornirglieli...)

Trez e iAm sono altri due personaggi in giro da diverso tempo, e in questo libro mi sono parsi più "umani" di quanto non lo fossero nei libri passati. Non sono mai riuscita a capire bene cosa fossero le Ombre, cosa avessero di più letale e pericoloso rispetto ai vampiri e ai sympath. Adesso Trez mi pare una sorta di Cenerentolo in fuga, dedito ad affogare le proprie pene fra le gambe di chi gli capita a tiro, tenuto d'occhio dal fratello più responsabile. Speriamo che la Ward tiri fuori qualcosa di meglio anche per la sua storia: ce n'è bisogno...

Chi resta ancora? Ah sì, la Band of Bastards. Mi aspettavo che da questo gruppo la Ward traesse "materiale" per i libri a venire, ma per ora - escludendo Xcor - nessuno di loro è stato messo in rilievo particolare. Aspettiamo decisioni della Ward anche su questo fronte (anche qui c'è del potenziale, ma va messo a frutto). Tutto sommato, forse, non devo poi lamentarmi troppo se la Ward continua ad allungare il brodo ;-)

giovedì 4 aprile 2013

insofferenze da metro

Due mattine fa mi sono fatta le mie consuete 14 fermate di metro con la tizia seduta davanti a me che ha parlato constantemente al cellulare per tutto il tempo. Stava parlando dei cazzi suoi con una sua amica, e lo faceva con una voce forte e profonda, che mi urtava non poco (sapete com'è, con 'ste sensazioni epidermiche di rifiuto non c'è molto da fare...). Il tutto mentre io tentavo miserevolmente di leggere il mio libro...
Stamattina di nuovo metro, e chi sale alla fermata successiva alla mia, e si viene a sedere nell'unico posto libero, esattamente di fianco a me? Ma di nuovo la stessa tizia, no? già dotata di cellulare all'orecchio e con la conversazione già in corso mentre entrava - tanto che l'ho riconosciuta non perché l'abbia guardata in faccia (stavo infatti già leggendo), ma dalla voce irritante. E ovviamente è di nuovo andata avanti per tuuuutto il tragitto a parlare, parlare e parlare di nuovo dei cavoli suoi ad alta voce. Dio che palle!

Ora, ci sono tre categorie di persone che ODIO trovarmi accanto sui mezzi, e ancor più al mattino (più o meno presto):
1) quelli che hanno gli auricolari infilati nelle orecchie e hanno il volume del loro tunz-tunz come se fossero in discoteca (tanto che si sente 'sto rumore sino al fondo della carrozza), normalmente si tratta di ragazzotti;
2) quelli che parlano per un'eternità al cellulare a voce alta, rendendo edotti tutti coloro che li circondano delle loro vicende (e qui la categoria è molto ampia, uomini o donne, giovani o vecchi indifferentemente) - quando me ne trovo uno di fianco maledico sempre la Metro torinese che consente di parlare al cellulare anche a bordo dei treni, in galleria...
3) quelli che entrano e ti si piazzano accanto dopo aver fumato: mi basta una quantità millesimale di fumo per sgamarli, mi sento un piccolo beagle nel riconoscerli. Non posso farci niente, l'odore mi dà fastidio, e sono stra-certa che venga passato anche ai miei abiti e a miei capelli, stando accanto a loro.


mercoledì 3 aprile 2013

robert capa

Robert Capa. Retrospettiva
Palazzo Reale, Torino
(15 marzo - 14 luglio 2013)
Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, 1943

Raid aereo sopra Barcellona, 1939

Morte di un miliziano lealista, Spagna, inizio settembre 1936

Tè in un rifugio antiaereo, Londra, 1941

Uomo e gatto in attesa dei raid aerei, Londra, 1941

Soldati americani feriti in un ospedale di fortuna nella chiesa di Maiori, Italia, 1943

Ufficiale tedesco perquisito da un soldato americano, Francia, 1944

Donna con testa rasata per aver avuto un bambino con un soldato tedesco, Chartres, agosto 1944

Uno degli ultimi soldati a morire colpito da un cecchino, Lipsia, maggio 1945

Una donna porta i suoi bagagli accompagnata da un bambino, Haifa, Israele, 1949-50

L'esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in bianco e nero, raggruppate in undici sezioni: Leon Trotsky (1932), France (1936-1939), Spain (1936-1939), China (1938), Britain & Italy (1941-1944), France (1944), Germany (1945), Eastern Europe (1947-1949), Israel (1948-1950), Indochina (1954), Friends.

Articolo sulla mostra tratto da "La Stampa":

Robert Capa in mostra a Torino, la guerra con la Leica in tasca

di Rocco Moliterni
Si può partire da quell’ultima immagine che diventa quasi simbolica: come nella scena finale di un film due motociclisti sembrano andarsene tra la polvere, in Vietnam, sulla strada che porta da Nam Dinh a Tahai Binh. È il 25 maggio del 1954, di lì a poco su quella stessa strada una mina farà saltare in aria, a soli 40 anni, l’autore di quello scatto: Robert Capa, uno dei più grandi fotografi del Novecento, fondatore tra l’altro, con Henri Cartier-Bresson, dell’Agenzia Magnum.

A rilanciare l’epopea di Capa, nel centenario della nascita, è da oggi a Palazzo Reale di Torino, la retrospettiva curata da Lorenza Bravetta, responsabile Europa della Magnum, e organizzata da Silvana editoriale in collaborazione con la stessa Magnum e con il patrocinio del Comune di Torino. La mostra ripercorre la breve e intensa carriera di Capa, proponendo 97 immagini in undici sezioni. Si parte così con le celebri foto di Trotsky, realizzate da Capa nel 1932 quando all’anagrafe faceva ancora Endre Ernö Friedmann ed era un giovane ungherese riparato a Berlino. Qui si arrangiava facendo l’assistente in camera oscura all’agenzia Dephot. Fu il suo primo grande scoop: il rivoluzionario sovietico doveva parlare allo stadio di Copenhagen, ma non voleva essere fotografato. Così i fotoreporter di tutto il mondo arrivati nella capitale danese con le loro voluminose apparecchiature vennero bloccati all’ingresso. «Io - racconterà anni dopo Capa - portavo in tasca una piccola Leica, quindi a nessuno venne in mente che fossi un fotografo. Quando arrivarono gli operai che dovevano portare lunghi tubi di acciaio nella sala, mi unii a loro e con la mia Leica, andai alla ricerca di Trotsky».

Ma l’avvento del nazismo costringe il giovane ungherese di origine ebraica a lasciare Berlino per approdare a Parigi. Qui si innamora non solo della città ma anche di Gerda Taro, una fotografa tedesca che prima gli consiglia di cambiare il nome in Capa e poi lo aiuta vendere le foto nelle agenzie parigine. Di quel periodo in mostra vediamo Leon Blum e i sostenitori del Fronte Popolare, leader sindacali sul palco e bambini con il pugno chiuso. Poi verrà la guerra di Spagna e qui Capa perderà la sua compagna Gerda Tara in un incidente sotto un attacco aereo tedesco, ma nel settembre del 1936 realizzerà il Miliziano che muore, una fotografia che diventa ben presto non solo l’icona della guerra di Spagna ma una delle più famose immagini del Novecento.
La rivediamo accanto a foto di gente che corre a Bilbao verso i rifugi e di profughi repubblicani nei campi francesi quando ormai la Repubblica è sconfitta, nel 1939. Nel frattempo Capa è riuscito anche ad andare in Cina, realizzando un reportage in cui ci sono tanto Chang Kai-shek quanto la moglie, spettacoli di propaganda e un’immagine di bambini che giocano nella neve con i loro cappotti lunghi che oggi ci colpisce perché sembra anticipare i pretini di Giacomelli.

Poi sarà la volta, tra il 1941 e il 1944, dei grandi reportage della Gran Bretagna sotto i bombardamenti e dell’Italia dove sono appena sbarcati gli americani:  Capa fotografa il contadino siciliano che indica la strada a un marine americano, le donne di Cassino con le ceste in testa, e (bellissima) i soldati americani feriti che fumano in una chiesa di Maiori trasformata in ospedale da campo. Poi il 6 giugno del 1944 Capa, cui non manca certo il coraggio, sbarca con gli alleati a Omaha Beach in quello che passerà alla storia come il D-Day. «Le pallottole aprivano buchi nell’acqua intorno a me», scrisse. «Era molto presto e la luce era molto grigia per scattare buone fotografie, ma l’acqua e il cielo grigi rendevano di grande effetto quegli omini che si barcamenavano fra i piani surreali della squadra hitleriana anti-invasione».

Capa scatta quattro rullini da 36 foto e ritorna in Gran Bretagna perché possano essere sviluppate al più presto: «Quando - raccontava ieri alla presentazione della mostra il 94 enne John Morris, che fu amico di Capa, nonchè direttore di Magnum e che all’epoca lavorava per «Time» a Londra - arrivarono nei nostri studi li mandammo subito in camera oscura. Ma un giovane assistente preso dall’ansia sbagliò qualcosa e venne da me costernato a dirmi che tutti i rullini erano inutilizzabili. Andai a vedere, era un disastro, ma nel quarto rullino riuscimmo a salvare 11 scatti». Sono quelli, in parte mossi e sfocati, che fecero il giro del mondo e che ancora adesso sono immagini simbolo della Seconda guerra mondiale. Dalla Normandia Capa segue le truppe alleate a Parigi e racconta la liberazione della città, con il generale De Gaulle in parata e le giovani collaborazioniste dalla testa rasata. Di qui si sposta in Germania a documentare le distruzioni di Berlino (e c’è una foto che sembra quasi, non fosse per quegli uomini in bicicletta, una Beirut di Basilico). Nel dopoguerra la curiosità spinge Capa in Ucraina dove ci restituisce contadine sorridenti e famiglie che mangiano in fattorie collettive e coppie che danzano a piedi nudi.

C’è ancora il tempo di andare in Israele, anche qui bambini in campi per immigrati e donne sfollate che portano pesanti valigie sulla testa. Poi ci sarà l’Indocina e il «finale di partita». Capa non è stato però solo un fotografo di guerra, ma un uomo di grande sensibilità e ironia (come si intuisce dal ritratto che gli fa Ruth Ohkin): amava la vita, gli amici e le donne. Per cui l’ultima sezione sfodera celebri immagini di Hemingway, Picasso, Faulkner, Truman Capote e lo splendido collo di Ingrid Bergman, con cui ebbe una travolgente e sfortunata storia d’amore, iniziata con un bigliettino fatto passare sotto la porta della stanza d’hotel dell’attrice. Per sintetizzare la sua grandezza val la pena ricorrere a quanto scrisse il suo amico John Steinbeck: «Capa sapeva che non si può fotografare la guerra, perché si tratta per lo più di un’emozione: Ma lui riuscì a catturare quell’emozione scattando accanto ad essa. Era in grado di mostrare l’orrore patito da un intero popolo sul volto di un bambino». 

martedì 26 marzo 2013

la barca sublime

La Barca Sublime
Reggia di Venaria Reale, Torino

Credo che non molti sappiano che a Torino c'è l'ultima imbarcazione veneziana originale del Settecento esistente al mondo. Si tratta della Peota Reale, o Bucintoro dei Savoia.

La storia - Il Bucintoro torinese è una sontuosa imbarcazione da parata per la navigazione fluviale ed ebbe una funzione fondamentale come strumento di comunicazione del potere regio, figurando come "palcoscenico" sulle acque nei momenti più rappresentativi del cerimoniale di corte. Definibile per tipologia come "Peota" (dalla particolare conformazione a scafo piatto per la navigazione in acque basse e ad unico ponte), fu ordinato nel 1729 da Vittorio Amedeo II di Savoia quale Reggia sull’acqua, un prestigioso simbolo "di moda" nelle corti dell’epoca (oltre ai Savoia, ne possedettero Francesco I Re di Francia, gli Estensi e i Gonzaga).
La Peota venne realizzata a Venezia negli "squeri", o cantieri navali, dove si costruivano e riparavano le barche di piccole dimensioni come le gondole e altri natanti tipici della tradizione navale veneziana (il Bucintoro dei Dogi veniva invece costruito nei cantieri dell’Arsenale della Serenissima). La barca torinese rimane oggi l’unico grande esempio dell’eccellenza dell’arte veneziana di epoca moderna per le barche da parata e per la loro decorazione scultorea e pittorica, dato che l’ultimo Bucintoro dei Dogi venne distrutto dal fuoco nel 1798.

La Peota dei Savoia è lunga quasi 16 metri e larga circa 2,60 con albero di 12,20 metri; il ricco progetto decorativo si deve al veneziano Matteo Calderoni e reca a prua un gruppo scultoreo intagliato e dorato raffigurante Narciso affiancato da sagome di vecchi barbuti simboleggianti i fiumi Adige e Po. A poppa vi è un altro gruppo dorato con due cavalli marini con al centro il timone a barra in forma di drago, mentre un fregio dorato in altorilievo corre lungo tutto il corpo dello scafo, con raffigurazioni di neredi, tritoni e divinità marine.
Il tiemo, cioè il padiglione coperto per gli ospiti, è lungo circa 5 metri, con tetto in legno sostenuto da 12 pilastrini che formano 9 finestre chiuse da cristallo e da scuri lignei decorati. È munita di panche destinate alla corte, ma in origine conteneva anche due piccoli troni, non più esistenti, e una tavola dorata per i sovrani.  Alle estremità del padiglione è presente lo stemma sabaudo tra due leoni e sorretto da cariatidi, i rilievi sono decorati con aquile, conchiglie e cartigli. Le fiancate sono dotate di otto scalmi, forcole, ai quali si aggiungono altri due di cui non c’è la sede.

Il Bucintoro sabaudo venne pagato dall’amministrazione piemontese oltre 34.000 lire del Piemonte, ovvero circa 3 milioni di euro attuali, una cifra altissima. Altri confronti significativi sul valore attribuito all’imbarcazione: la somma totale pagata equivaleva a 15 anni di stipendio assegnato al medico del Re, o addirittura a 100 anni di quello riconosciuto al grande ebanista di corte Pietro Piffetti.

La Peota dei Savoia giunse a Torino dopo un viaggio a traino animale sul Po di 32 giorni: il 4 settembre 1731 fu consegnata al concierge del Castello del Valentino, accompagnata da una gondola e da una burchiella, imbarcazione da carico che trasportava le decorazioni e l’armatura della barca smontate.
La Peota fu 'protagonista' del primo viaggio in Italia via fiume effettuato dal re nel 1734; delle celebrazioni torinesi del matrimonio tra Carlo Emanuele IV e Maria Clotilde di Borbone nel 1776 e dei matrimoni di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide nel 1842 e di Amedeo d’Aosta con Maria dal Pozzo della Cisterna nel 1867.

Vittorio Emanuele II donò il Bucintoro alla città di Torino, che nel 1873 lo destinò al suo Museo Civico. La Peota lasciò quindi la sede della rimessa del Valentino sulla riva destra del Po, e giunse in seguito a Palazzo Madama dove rimase fino al 2000, quando venne trasferita al Laboratorio Nicola Restauri ad Aramengo d’Asti; nel settembre del 2011 arriva al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale per essere sottoposta a complessi interventi di recupero, preliminari alla sua esposizione.

La mostra - Alla Reggia di Venaria la Peota viene esposta in una delle scuderie juvarriane, con un allestimento teatral-multimediale. L’idea portante è l’immersione della barca nell’architettura monumentale della scuderia, e la creazione di un autentico Teatro della Memoria barocco, spazio fisico, ma anche luogo dei sogni dove mettere in scena l’imbarcazione. Arie musicali settecentesche di Antonio Vivaldi, contemporanee alla Barca Sublime, e immagini avvolgenti e oniriche costituiscono lo spettacolo.

La visita (guidata) avviene a gruppi, e dura circa 40 minuti. All'inizio del giro ci sono due schermi che illustrano sinteticamente le operazioni di restauro (questa è una parte che invece mi sarebbe piaciuto fosse più ampia ed approfondita). Il percorso prosegue poi davanti a uno schermo che, tramite un sapiente morphing che gioca con gli effetti dell’acqua, porta dalla Venezia del Canaletto alla Torino dipinta da Bellotto, fino ad arrivare ai Murazzi contemporanei. Si passa poi nell'ambiente successivo, dove si guarda verso l'alto e si vede planare nell'acqua l'ombra della gondola come se si stesse camminando nella profondità del canale, e si arriva nel "teatro della memoria", un ambiente a metà fra un teatro settecentesco e la stiva di una nave. Qui ci sono proiezioni e voci di personaggi storici e di fantasia, collegati alla Peota, che narrano aneddoti sulla sua realizzazione. E infine si arriva sul "palcoscenico", nell'ambiente in fondo alla galleria dove è stata sistemata la Peota, su un "fiume" di specchi. Si può girare intorno al barcone e rimirarlo da ogni lato. Nel frattempo, sul soffitto vengono proiettati filmati con personaggi in costume del Settecento, come se fossero gli atti di una rappresentazione teatrale.
L'allestimento scenografico è alquanto suggestivo, ma per quanto mi riguarda ho trovato la "barca sublime" talmente affascinante che me ne sarei rimasta a contemplarla per ore anche senza le musiche e gli orpelli di sottofondo. Ad ogni buon conto le musiche (Vivaldi) sono pienamente adeguate e contribuiscono ad accrescere l'atmosfera. Invece le proiezioni sul soffitto non mi hanno fatta impazzire, le ho trovate un po' fuori contesto e credo che tendano a distogliere l'attenzione dall'oggetto magnifico che invece si staglia davanti agli occhi del visitatore, e che è il vero protagonista della sala.

La peota prima dei restauri

La peota trasportata su un tirLa peota spostata con la gru

lunedì 25 marzo 2013

gli abiti di capucci

Ho approfittato del sabato piovoso per andare alla Reggia di Venaria a visitare alcune mostre in corso, fra cui quella della Peota Reale (che ero curiosissima di vedere) e quella sulle creazioni di Capucci, appena cominciata.

Roberto Capucci. La ricerca della regalità
Reggia di Venaria Reale, Torino
(23 marzo 2013 - 8 settembre 2013 prorogata al 2 febbraio 2014)

Ho qualche difficoltà a definire Capucci uno stilista, perché i suoi non sono abiti normali, ma creazioni del tutto particolari. Un vestito serve a proteggere dal freddo, in origine, e successivamente ad indicare uno status, o a valorizzare la figura e la persona chi lo porta, uomo o donna che sia. In questo quindi un abito ha una funzione, primordiale oppure ornamentale, che comunque valorizza chi lo porta.

Ma gli abiti disegnati da Capucci vanno oltre, sono esagerati e, molto spesso, direi che sono quasi fini a se stessi, delle vere e proprie opere d'arte, delle sculture di stoffa che talvolta sfidano le leggi della fisica. Sono coloratissimi, sorprendenti e geniali, ti lasciano a bocca aperta e sono bellissimi. Ma sono molto difficili da portare, e secondo me alcuni modelli fagocitano addirittura chi li indossa.  Per questo non riesco a definire Capucci come uno stilista, ma oso indicarlo come un artista. Uno stilista si muove con un'ispirazione diversa, ma Capucci no, tant'è vero che - se ho capito bene - ormai da diversi anni non realizza più i propri lavori affinché questi siano indossati, ma proprio perché siano esposti nella sua Fondazione e nelle varie mostre che vengono organizzate in giro per il mondo.


La mostra alla Venaria espone una cinquantina di abiti, creati dagli anni Cinquanta ad oggi, insieme a diversi bozzetti, fotografie e filmati sulle celebrità che hanno indossato queste creazioni. La prima sala propone sette vestiti da sposa, realmente indossati da signore dell'alta società, tutti con strascichi lunghissimi ed esagerati (provate a guardare gli abiti da dietro, dal fondo dello strascico... Ce n'è uno in georgette per cui sono stati usati 120 metri di stoffa per la sua lavorazione! In fondo allo strascico di un abito addirittura si vedono ancora le macchie d'acqua nel quale probabilmente è passato... è difficile portare in tintoria questi capi).
In una sala successiva è esposto il vestito in velluto con cui Rita Levi Montalcini presenziò alla cerimonia con cui ricevette il premio Nobel nel 1986; a differenza di tutti gli altri, le linee di quest'abito risultano decisamente semplici e severe.
Più avanti ci sono altri "esperimenti" in stoffa: alcuni che ricalcano le linee architettoniche, tanto da ricordare delle vere e proprie colonne, doriche e corinzie; altri che si ispirano agli elementi della natura, come il vestito rosso che vuole raffigurare la fiamma, oppure quelli ispirati ai fiori e alle orchidee. Per ultimo, è esposto un vestito di scena usato da Maria Callas.

Ho trovato questa mostra molto interessante: un percorso di grande fascino che attraversa la seconda metà del Novecento sul tema della moda, ricostruendo l’itinerario creativo di uno dei maestri della moda mondiale.