domenica 14 agosto 2016

lady oscar, il film


Una serata estiva ha favorito il recupero (e la visione) di un altro vecchio film. Si tratta di Lady Oscar, il film (1978) nella versione con attori in carne e ossa, per la regia di Jacques Demy.
Specifichiamo subito che il film è antecedente rispetto all'anime - il cartone animato venne trasmesso per la prima volta in Giappone fra 1979 e 1980 - e quindi, nel bene e nel male, non può esservisi volutamente ispirato, nè viceversa, allontanatosi.

Ora, premetto che io sono cresciuta col cartone animato, già dai tempi della prima sigla cantata dai Cavalieri del Re, e non so nemmeno più io quante volte l'ho visto. Per me quel cartone è un mito. Detto ciò, per me come per chiunque altro della mia generazione, il film di Demy è francamente imbarazzante: manca del tutto di approfondimento dei personaggi, il casting è talvolta ridicolo, la storia è caotica.
Ho cercato però di giudicarlo tenendo presente che il film è uscito prima del cartone, e che si basa soltanto sul manga, non sul cartone. Anche in quel caso è però molto difficile averne una buona impressione. Più che una trasposizione, direi che il film è solo "ispirato" al manga.

Innanzitutto la protagonista, Caitriona MacColl, non è molto adatta al ruolo di Oscar. E' bassa, una specie di piccola bambolina anni luce distante dall'alto profilo androgino di Oscar. Nelle scene di combattimento e quando sale a cavallo è talvolta ridicola, sembra una ragazzina goffa. E la sua recitazione non è davvero migliore. Già questi aspetti tolgono molta credibilità all'intero film.

Con un'attrice così, ad esempio, il fatto che Fersen non si accorga da subito che si tratti di una donna, e che poi la scambi per una presunta cugina durante il ballo dove lei è vestita in abiti femminili, va davvero oltre la finzione scenica e sfiora proprio il ridicolo.



Nel film lo svolgimento temporale è scandito dagli anni mostrati in sovraimpressione. Ho trovato abbastanza forzato, cronologicamente, il fatto di aver collocato già al principio del film, nel 1775, una Maria Antonietta tutta presa dalla sua amicizia con Madame de Polignac e dalla sua relazione col conte di Fersen. In realtà era passata dal ruolo di Delfina a quello di Regina da pochissimo, ed è probabile che gli errori che avrebbe poi commesso non si fossero ancora presentati.

Rispetto al cartone e al manga, in questo film Maria Antonietta è ritratta davvero come un'oca senza preoccupazioni serie, il cui unico pensiero è divertirsi sempre e comunque, e passare tempo nel suo Trianon e a progettare il Petit Hameau. Anche la sua relazione con Fersen è presentata in maniera troppo aperta ed ostentata.

Il povero Girodelle, che chiede Oscar in moglie, viene dipinto come una specie di pervertito, ammiratore del marchese De Sade, quando invece sia nel manga che nell'anime sembra una persona per bene e sensibile.



E poi il finale è tirato via con l'accetta. Non soltanto è molto affrettato, ma modifica anche la storia originale.
Oltre al fatto che i cittadini che vanno all'assalto della Bastiglia sembrano tante comparse di un musical, più che dei rivoluzionari, non è accettabile che dopo che Andrè viene colpito dalla fucilata di un soldato, Oscar, ignara, vaghi a vuoto per le strade cercandolo e urlando il suo nome.
E il film si chiude così, con la Bastiglia che si arrende in neanche tre minuti (e non si capisce come mai) e Oscar che sopravvive!


Uno dei pochi aspetti positivi di questo film è che le riprese vennero davvero effettuate nei luoghi reali, vale a dire il castello e il parco di Versailles. Questa è davvero l'unica cosa che riesco a salvare.
Ah, un'altra chicca: Oscar bambina, nei primi minuti del film, è interpretata da una Patsy Kensit ragazzina.

Il film esiste in italiano in DVD, ma se, comprensibilmente, non volete investirci dei soldini, potete fare come me e guardarvelo su YouTube (io ne ho trovata una versione in inglese con sottotitoli in francese).

mercoledì 10 agosto 2016

attenti a quei due


Ho riempito queste ultime serate estive con un binge watching discretamente vintage. Mi è passata per le mani l'unica stagione di "Attenti a quei due" (The Persuaders) e non me la sono fatta sfuggire. Ero sicura di averne visto delle puntate sparse qua e là, nel corso della mia vita, ma ero sicurissima di non averla mai guardata per intero.

Il telefilm, una delle serie cult di tutti i tempi, di cui venne per l'appunto prodotta un'unica stagione di 24 puntate, fra 1970 e 1971 (in Italia venne trasmesso solo dal 1974) vede come protagonisti Roger Moore e Tony Curtis, nei rispettivi panni di Brett Sinclair, lord inglese, e di Danny Wilde, uomo d'affari americano nato nel Bronx.

Nel primo episodio i due, dopo essersi casualmente sfidati in una corsa automobilistica sulla Costa Azzurra, vengono ingaggiati (con una specie di ricatto) dall'ex giudice Fulton per un'indagine.
Per la cronaca, le automobili dei due sono una Aston Martin arancione-gialla DBS V8 per Brett Sinclair e una Ferrari Dino 246 GT, naturalmente rossa, per Danny Wilde.


A parte la prima, tutte le puntate successive non seguono alcun filo conduttore, e possono essere viste in qualsiasi ordine. E meno male, poiché l'ordine in cui sono disposti i miei episodi è differente rispetto a quello riportato da Wikipedia & co...

Una serie di enigmi gialli e intrighi internazionali scandisce le giornate di Brett e Danny, tra feste, belle donne, manieri di campagna e macchine fuoriserie. Il tutto sullo sfondo dei colori, dei tratti e del design della Swinging London, di inizio anni Settanta.

Le puntate si svolgono soprattutto in Inghilterra e sulla Riviera francese, con alcune incursioni in Spagna, Italia e Svezia.In numerosi episodi Danny viene scambiato per un'altra persona, e per questo motivo rapito o fatto oggetto di minacce. In altre puntate i guai maggiori li vive lord Sinclair, alle prese con una presunta moglie oppure con una serie di incidenti mortali nella propria famiglia.


Danny e Brett vengono coinvolti in situazioni pericolose ma sempre pervase di un sottile umorismo. Fra loro e il giudice Fulton si viene poi a creare un legame di amicizia. Proprio il rapporto fra Danny e Brett diventa uno degli aspetti più divertenti del telefilm. In pratica, i due rappresentano i due diversi stereotipi: quello raffinato inglese della vecchia Europa e quello rozzo e arricchito statunitense.

A tutti e due piace il lusso, ma lo intendono in maniera diversa, e la cosa è evidente, per esempio, paragonando l'abbigliamento sportivo ma chiassoso di Wilde, contrapposto alla ricercata eleganza di Lord Sinclair, i cui abiti di scena (foulard compresi) furono disegnati dallo stesso Roger Moore.



La serie non ha un episodio conclusivo vero e proprio. Nonostante il successo dell'epoca, non venne proseguita, forse anche perché Roger Moore avrebbe cominciato a vestire i panni di James Bond di lì a brevissimo.

Una curiosità: i capelli di Tony Curtis sono neri negli episodi che vennero girati per primi, mentre si ingrigiscono un sacco, fino a diventare quasi bianchi, nelle puntate finali. Considerando che le riprese debbono essere state fatte nell'arco di non più di un anno è davvero una trasformazione notevole...

Il motivo musicale della sigla d'apertura venne scritto da John Barry, autore delle musiche del film di 007, e all'epoca dell'uscita del telefilm ebbe molto successo.


sabato 6 agosto 2016

non è la fine del mondo

Alessia Gazzola, Non è la fine del mondo ovvero La tenace stagista ovvero Una favola d'oggi

Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre).
Residenza: Roma. Per il momento – ma solo per il momento – insieme alla madre.
Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia sempre quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta.  Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo della zitella, solo l’allergia ai gatti.
Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo.
Avvilita e depressa, dopo molti colloqui fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove finisce per essere presa come assistente. E così tutto cambia.
Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista.
Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov’è, in quel piccolo paradiso di tulle e colori pastello? E perché il famoso scrittore che aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica per il suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell’affascinante produttore che per qualche ragione continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?

La trama del libro è tutta qua, e parte da una situazione comunissima al giorno d'oggi: un lavoro e un'esistenza precaria. Ma lungi dall'avere toni drammatici, i romanzi della Gazzola sono intelligenti, deliziosi e sbarazzini.
Dopo la serie dedicata ad Alice Allevi, questo è il primo "esperimento" con cui la Gazzola si cimenta con tematiche e un personaggio diversi, più vicine all'ironia e alla commedia - d'altronde aveva già espresso questo suo desiderio in un'intervista dell'anno scorso.

Emma mi è piaciuta, così come tutte le figure di contorno, delineate intorno a lei: sia il suo nucleo familiare, sia la signora del negozio di vestiti per bambini, Osvaldo incluso. Ben tratteggiati, con soave delicatezza.
Forse avrei preferito un finale più preciso e "concluso", ma facciamo finta che, anche se l'autrice non ce l'ha detto esplicitamente, ci sia una vera relazione a distanza tra Pietro ed Emma, che magari si potrà trasformare a breve in qualcosa di più "vicino". Sulla falsariga di un romanzo regency, ci immaginiamo che ci sia per forza un lieto fine classico.

venerdì 24 giugno 2016

brexit

La prima cosa che ho fatto stamattina, ancor prima di infilarmi gli occhiali, è stata collegarmi a un quotidiano on-line per vedere il risultato del referendum inglese. E ho dovuto leggere due volte il titolo perché mi sembrava impossibile che avesse vinto la Brexit. Non ci credevo.
Ancora ieri sembrava che i sondaggi non la dessero prevalente. Sembrava un'eventualità possibile, ma tutto sommato non credevo (e come me tanti altri) che si sarebbe verificata. E invece mai dire mai. Non siamo più in un'epoca in cui si possa sperare nella lungimiranza e nell'intelligenza degli elettori. Non parlo soltanto dei britannici, che sia chiaro... purtroppo ormai si vota di pancia, e non più con il cervello.


E' tutto il giorno che sto provando ad immaginarmi che cosa cambierà, ma la verità è che nessuno lo sa. Visti i risultati ottenuti delle varie zone del Regno Unito, è altamente probabile che adesso la Scozia e l'Irlanda del Nord cercheranno di ottenere la loro, di indipendenza.
And so farewell to the "United" Kindgom, too!
Cameron può davvero essere fiero di sé: oltre ad essere causa dell'uscita dall'UE (perché nessuno l'ha costretto - pistola alla tempia né tantomeno obblighi legislativi - a indire questo referendum), probabilmente sarà anche ricordato come colui che ha dato l'avvio allo sfascio del Regno Unito stesso. E dopo aver blaterato che lui non si sarebbe dimesso, qualsiasi fosse stato il risultato, ecco che ad inizio mattinata rassegna le dimissioni e lascia che tra 3 mesi sia qualcun altro a gestire la patata bollente della ridiscussione dei rapporti con l'Unione Europea.
Bravo mister Cameron, davvero un leader su cui fare affidamento! E certo che se anche quelli del resto d'Europa sono della stessa pasta, non ci troviamo davvero in buone acque.

La Gran Bretagna tutto sommato ha sempre goduto di uno status molto specifico in Europa: c'era sì, ma non ci stava pienamente. Oltre a non avere adottato l'euro, non era nemmeno nell'area Schengen e tutto sommato ha sempre mantenuto una propria identità autonoma: era Europa, certo, ma prima di tutto era sempre Gran Bretagna. Nonostante a livello personale mi dispiaccia molto rendermi conto che la maggioranza degli inglesi non si sentiva "europea" (mentre io adoro la loro cultura e il loro paese), il problema grande per l'Europa forse non sarà il fatto che abbia deciso di andarsene.
Il forte rischio adesso è che ci sia un effetto domino, e che questa voglia di "uscire" contagi anche altri paesi. Allo stato attuale delle cose nessun paese ne è immune, e ormai non ho più la tranquillità di pensare che in giro ci sia sufficiente intelligenza per evitare la disgregazione, nemmeno fra chi siede nei parlamenti e nei governi d'Europa.

Solo fino a pochi anni fa io speravo davvero che nel giro di qualche anno ci saremmo trasformati negli Stati Uniti d'Europa, speravo davvero che ci sarebbe stata una naturale evoluzione dell'Unione Europea in senso federale. Mi sembrava un passo naturale e scontato. Ma ormai penso che sia diventato impossibile.
L'uomo non impara mai davvero nulla dalla sua storia.

mercoledì 15 giugno 2016

elisabetta, l'ultima regina


Il 10 dicembre del 1936 Edoardo VIII rinuncia al trono d’Inghilterra per amore dell’americana Wallis Simpson. Il nuovo sovrano è suo fratello “Bertie”, Giorgio VI, padre di Elisabetta e Margaret. In quei giorni la piccola Margaret, che ha solo sei anni, chiede alla sorella maggiore: «Questo significa che poi diventerai regina anche tu?». «Suppongo di sì», risponde Elisabetta, improvvisamente molto seria. E Margaret commenta, candida: «Povera te». Quasi ottant’anni dopo, il 9 settembre 2015, la regina Elisabetta II ha superato il record del regno di Vittoria, durato 63 anni e 217 giorni, divenendo il sovrano che ha regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna.

Vittorio Sabadin racconta la straordinaria vita di Elisabetta: la lunga storia d’amore con Filippo di Grecia, dal loro primo incontro, a bordo dello yacht reale, quando lui era soltanto un giovane allievo ufficiale della Marina e lei aveva appena tredici anni, sino ai festeggiamenti per le loro nozze di diamante (unici reali nella storia inglese a raggiungere il traguardo); il complesso rapporto con il figlio Carlo e con “la principessa del popolo”, Diana; le relazioni, non sempre facili, con i capi di Stato stranieri e con i premier inglesi – memorabili i contrasti con Margaret Thatcher e Tony Blair.

Una biografia curiosa e documentata, che intreccia con abilità i grandi eventi storici e gli aneddoti più intimi e personali, restituendo un ritratto spesso sorprendente della Regina: Sabadin ci rivela risvolti inediti della ben nota passione di Elisabetta per i cavalli e i cani corgi, ci spiega i segreti del suo inconfondibile stile e ci conduce persino a bordo del Britannia, l’amato Royal Yacht su cui la Regina ha trascorso molti dei suoi rari momenti di riposo.

Ultima rappresentante di un modo di concepire la regalità come servizio e dovere, fortemente convinta dell’imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta divisione tra la sfera pubblica e istituzionale e quella privata, Elisabetta II è riuscita a diventare nel tempo un’icona per generazioni distanti e molto diverse tra loro: nessuno, per quanti secoli possa ancora durare la monarchia britannica, sarà più come Elisabetta, l’ultima regina.

Festeggiamenti per i 90 anni della Regina, giugno 2016

In concomitanza con i festeggiamenti per i 90 anni della Regina Elisabetta (e i 95 del principe Filippo) ho letto in maniera alquanto scorrevole quest'ennesima biografia della sovrana. La coincidenza non è stata voluta, me ne sono resa conto soltanto mentre leggevo. Il libro è abbastanza recente, è uscito soltanto l'anno scorso, ma non bisogna aspettarsi niente di sostanzialmente nuovo. Visto che la regina non concede mai interviste, ciò che viene scritto su di lei si basa sulle scarse fonti disponibili.

Ad ogni modo quello che ho apprezzato molto del libro è che non vira mai sul gossip, ma resta ancorato a un'atmosfera sobria. I capitoli di cui si compone il libro sono abbastanza sganciati fra loro, e nonostante rispettino l'ordine cronologico degli avvenimenti, potrebbero addirittura essere letti in maniera autonoma senza provocare difficoltà. A volte si divaga forse un po' troppo su storie terze, come quella di Edoardo VIII e Wallis Simpson, Diana e Carlo... ma anche queste, in fondo, appartengono alla biografia di Elisabetta, e quindi è opportuno citarle.

Leggendo, si viene portati a rivalutare le figure di Carlo e del principe Filippo, che anni di gossip ci hanno sempre ritratto come fedifraghi insensibili e vecchi babbioni, mentre forse avrebbero meritato di essere trattati diversamente. E forse le figure che i media ci hanno sempre presentato sotto una luce dorata (come Diana) non lo meritavano poi troppo...

Forse, come pare sostenere l'ultimo capitolo, Elisabetta sarà davvero "l'ultima regina" della Gran Bretagna. Viene ipotizzato che Carlo, quando sarà finalmente re, apporterà cambiamenti importanti alla Corona, cambiamenti che, insieme allo spirito dei tempi che soffia, forse le daranno uno scossone quasi letale, o comunque molto grave. Vedremo. Anche se non mi stupirei di avere almeno ancora un intero altro decennio "elisabettiano" (la Queen Mother Elizabeth superò brillamente il traguardo dei cent'anni, e si dice che il sangue non sia acqua).

martedì 7 giugno 2016

la costanza di scrivere

Non è che non avrei avuto cose da scrivere. Non è che non abbia letto libri, visto film (anzi, soprattutto telefilm) per i quali avrei potuto spendere due righe di commento. Ci sarebbero stati.
Però non riesco a trovare il tempo - forse soprattutto la voglia - per farlo...
Spero di ritrovarli a breve.

domenica 1 maggio 2016

giardinaggio

Una simpatica foto dal web, di manodopera (anzi "zampadopera") in giardino.

mercoledì 27 aprile 2016

l'usignolo

La narrazione comincia negli Stati Uniti, anni Novanta, con un'anziana signora, malata, che sta lasciando la propria casa per l'ultima volta per essere accompagnata dal figlio Julian in una casa di riposo. Il suo stato d'animo è di tranquilla rassegnazione, ma di fronte a scatole di vecchi cimeli tornano a farsi strada i ricordi.

L'ambientazione passa in Francia, primi anni Quaranta. Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Vianne non avrebbe mai creduto che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma in breve tempo si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti (vicino a Carriveau c'è un aeroporto militare).
Ora che la Francia e il suo villaggio sono stati invasi, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: un capitano tedesco alloggia da lei. Da quel momento ogni suo movimento diventa difficile, e lei e sua figlia Sophie sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, Vianne si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime.

Isabelle Rossignol, la sorella più giovane di Vianne, è una diciottenne ribelle - appena buttata fuori dall'ennesimo collegio - in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Il padre di Vianne e Isabelle, che vive a Parigi, è rimasto vedovo anni prima, non ha molto tempo da dedicare alle figlie, e anzi sembra particolarmente distaccato nei loro riguardi: dopo la morte della moglie sembra essere diventato un'altra persona.

Mentre Isabelle sta lasciando Parigi insieme a migliaia di persone, per scappare dai tedeschi in avanzata nella capitale e andare dalla sorella, incontra il misterioso Gaëtan, un giovane partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti.
Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro.


L'autrice, sorretta da una documentazione molto accurata, si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà. 

Il libro ha ricevuto recensioni entusiaste su Goodreads ("Choice Award 2015" dei lettori nella categoria Historical fiction) e su Amazon. Premetto che ormai io diffido come la peste dei libri incensati su vari siti, o sui cataloghi degli editori: il più delle volte si tratta di giudizi fatti a tavolino, semplicemente per vendere. Però la trama di questo libro mi attirava, mi attirava tanto, e non mi sono per niente pentita di averlo cominciato. Già dall'inizio mi ha presa, mi ha coinvolta a più livelli: durante la lettura mi sembrava davvero di essere dentro alle pagine, di star "vedendo" la storia da vicino, e ogni volta che lo posavo non vedevo l'ora di riprenderlo per andare avanti e vedere cosa succedeva.
Ti chiedi ben presto chi sia la signora conosciuta in apertura del libro: dev'essere sicuramente una delle figure femminili raccontate. Potrebbe essere Vianne, oppure Isabelle, o addirittura Sophie. Ma non voglio rovinare la sorpresa a chi di voi deciderà di leggere L'usignolo. La sorpresa (e lo choc) per me è stato Julian.


Per cui stavolta i giudizi stra-positivi sul romanzo sono veramente meritati. Il libro secondo me è bellissimo. Le vicende raccontate sono drammatiche (e quando pensi che la guerra si avvicini quasi alla fine, gli eventi per le sorelle Rossignol precipitano ulteriormente). Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.

domenica 10 aprile 2016

the painter's daughter

Sophie Dupont, figlia di un ritrattista, aiuta il padre nel suo studio, tenendo celati alla gente i propri lavori. Lo studio si trova in una piccola cittadina nel Devonshire, e spesso Sophie si trova a passeggiare per i sentieri della scogliera lungo la costa, un luogo molto popolare fra gli artisti e i poeti. E' proprio qui che Sophie incontra l'affascinante Wesley Overtree, il primo uomo a dirle che è bella.

Il capitano Stephen Overtree invece è abituato a prendersi in carico i doveri lasciati perdere dal fratello. A casa in licenza, viene inviato a recuperare Wesley. Sapendo che suo fratello ha affittato un cottage da un amico, il capitano si reca nel Devonshire e incontra miss Dupont, la figlia del pittore. La riconosce immediatamente da un ritratto in miniatura che porta con sé - una delle opere fatte (e abbandonate) dal fratello.

Ma il suo senso di felicità si spegne quando si rende conto che Wesley ha lasciato miss Dupont in attesa di un figlio, e se n'è andato in Italia in cerca di una nuova musa. Dato che Stephen ha intenzione di fare qualcosa di utile con la propria vita, propone a Sophie di sposarlo. Non le offre amore, e nemmeno un futuro insieme (è infatti convinto che, a causa di un'oscura predizione, sia destinato a morire presto in battaglia), ma può salvarla dallo scandalo. Se morirà in battaglia, lei sarà una vedova rispettabile, con la protezione della famiglia di lui.

Alla disperata ricerca di una via per sfuggire alla propria infelice situazione, Sophie acconsente a sposare quello straniero, e a viaggiare con lui verso la tenuta della sua famiglia. Ma a Overtree Hall, i suoi problemi saranno soltanto al principio.
Si pentirà di aver sposato il capitano Overtree, quando Wesley, pentito, farà ritorno? Oppure si troverà combattuta tra il padre del suo bambino e il suo crescente affetto per il marito che conosceva a malapena, e che nel frattempo è stato richiamato in servizio e si trova a Waterloo?

giovedì 24 marzo 2016

da poussin agli impressionisti

Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall'Ermitage
Torino, Palazzo Madama
11 marzo - 4 luglio 2016

Dopo infiniti rinvii di data, si è finalmente aperta a Palazzo Madama una grande mostra dedicata alla storia dell’arte francese. Capolavori straordinari che rispecchiano l’evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l’arte francese, e al contempo testimoniano l’amore per l’Italia di molti dei pittori in mostra.
Una selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia) per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell’Ottocento, dall’avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti.

L’esposizione intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna – dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere – e delinea la storia della fortuna dell’arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all’impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell’Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre.

Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all’antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Croot e all’affermazione dell’Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all’apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.

venerdì 11 marzo 2016

meme libri 2015

Ogni anno si fa più grande il ritardo con cui arrivo a postare questo breve riepilogo delle mie letture nell'anno precedente. E per fortuna esiste Goodreads, altrimenti sarei persa...

Quanti libri hai letto nel 2015?
Affidandomi all'ormai indispensabile Goodreads, rilevo che sono 71. Esattamente come l'anno precedente.

Quanti erano fiction e quanti no?
La fiction prevale: circa 63 titoli.

Il miglior libro letto?
Due libri della Gabaldon, legati alla serie  Outlander: l'ultimo uscito "Written in my own heart's lood" e "The Scottish prisoner". Ho trovato piuttosto avvincente anche "Pleasured" di Candace Camp: bei personaggi.

E il più brutto?
Mi sono pentita di aver acquistato "Il canto del deserto" di Alice Vieri Castellano (che invece avevo tanto apprezzato in un paio di suoi titoli precedenti): stavolta sono stati soldi che potevo risparmiarmi. Poi un altro libro in cui mi sono imbattuta, e che ho trovato molto scialbo, è stato "Il castello di Edimburgo" di Caroline Barnes.

Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "La mummia" di Anne Rice, e "Innocenza e seduzione" di Anne Stuart.

I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Diana Gabaldon, Anne Stuart, Mary Jo Putney, Mary Balogh, Lisa Kleypas, Lucinda Brant.

Quanti libri scritti da autori italiani?
8.

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Dei libri letti quanti erano ebook?
Faccio prima a dire quanti erano libri "tradizionali": 17. Invece tutti gli altri in formato e-book.

Il libro più vecchio che hai letto?
Forse "La svastica sul sole" di Philip K. Dick

Quale il libro col titolo più lungo?
"Métronome : l'histoire de France au rythme du métro parisien" di Lorant Deutsch.

E quello col titolo più corto?
"Tempesta" di Lilli Gruber.