sabato 22 aprile 2017

le spettacolari gorges du fier

In Alta Savoia, a un tiro di schioppo da Annecy, si trovano le pittoresche Gorges du Fier, un lungo canyon stretto e profondo scavato dall'erosione dovuta al passaggio continuo delle acque correnti del sottostante fiume Fier.

La visita si svolge su una passerella in legno lunga quasi 300 metri, fissata ovviamente alla parete rocciosa mediante una struttura portante in ferro, a circa 25 metri dalle acque minacciose del torrente.


Già dopo qualche passo dall'inizio del percorso ci si addentra nella stretta faglia delle Gole, dove, in caso di forti piogge, l'acqua può salire di 26 metri in poche ore. Dopo di che, la gola si restringe. Una volta verde attenua la luce, attraverso le fronde degli alberi che si trovano in cima, conferendo alle rocce aspetti imprevedibili, mentre in basso il Fier scorre silenzioso o con fragore attraverso cumuli di blocchi di roccia dalle forme più svariate. Alcuni fanno pensare a enormi fossili di animali preistorici. altri sembrano dei visi.



In caso di piene, il livello dell'acqua fa presto a salire. A sinistra del percorso c'è un punto dove si trova un pannello verticale (a mo' di termometro) che mostra il livello raggiunto dalle acque nel corso delle piene degli ultimi 100 anni. 
In periodo di magra, la portata del Fier è di circa 3 mcubi/sec, ma durante le piene, la portata aumenta considerevolmente, da 30 a 500 mcub/sec.
In passato è successo alcune volte che le acque salissero addirittura sopra al livello della passerella stessa, e non di poco... Ho visto le foto recentissime della piena del maggio 2015, e vi assicuro che tutti i passaggi in legno sono stati completamente rifatti (era rimasto ben poco di integro).



Più avanti, si vede l'arcata di un ponte stradale, e poco oltre, quella di un ponte ferroviario. Dopo si lasciano le passerelle e, varcato un cancelletto in ferro, bastano pochi passi per accedere a un sentiero.

Sui pannelli informativi, si scopre una presentazione generale del sito e della sua geologia, spiegazioni su tutte le curiosità della visita. Il sentiero si prolunga per aprire la vista sulla Mer des Rochers, una sorta di labirinto di blocchi di roccia fra le cui incrinature scorre discreto il Fier, bagnando ogni canale. Dopo una pausa in questo labirinto, il fiume riprende il suo corso.

Per tornare indietro, si imboccano nuovamente le vertiginose passerelle. Dopo il tornello dell'uscita, in una stanza allestita, sono presentati (dal 1860 ad oggi) gli eventi che hanno segnato questa regione e le fotografie delle grandi piene, che hanno lasciato il segno in questo sito.



Nonostante la visita si svolga in assoluta sicurezza, devo confessare che la passerella (e soprattutto aver sbirciato "prima" della visita le fotografie della piena dell'anno precedente) mi ha generato un briciolo di timore, soprattutto perché in molti punti del percorso il legno era bagnato a causa della pioggia dei giorni precedenti, e questa cosa, unita all'altezza della passerella, mi ha suscitato un'irrazionale paura che il legno potesse essere marcio. Insomma, mi spiace un po' ma per questa mia piccola fobia non mi sono goduta la visita come avrei voluto. Mai sbirciare prima le foto che si sarebbero dovute vedere soltanto a fine giro.


Comunque tra i visitatori c'erano anche moltissimi bambini, e anche i pannelli didascalici nella parte finale del percorso erano mirati esplicitamente a un target infantile, segno che quindi il luogo è considerato sicuro e adatto anche a loro. Di più, ho addirittura visto alcuni visitatori col proprio cane al guinzaglio.

I gestori delle gole hanno saputo far leva sugli aspetti fiabeschi e magici del luogo per arricchire la visita, non soltanto dei bambini. Hanno predisposto pannelli che fanno notare ai visitatori i punti in cui le rocce, scolpite dall'erosione, assomigliano a volti o ad animali mitici come i draghi. Ad un'estremità del percorso, sul "Mer des roches" dove ci sono curiosità geologiche che assomigliano ad impronte, hanno rievocato le leggende dei cavalieri medievali e di un'infelice contessa che viveva nel vicino castello di Montrottier.

La leggenda
Secondo la leggenda, il conte di Montrottier nutriva dei sospetti sulla fedeltà di sua moglie, la contessa Diane. Incaricò quindi un giovanotto, un paggio, di sorvegliarla. Il ragazzo, innamorato segretamente della donna, si mise quindi a spiare ogni suo minimo gesto, e la sorprese in un abbraccio appassionato con il conte di Pontverre, il rivale del suo legittimo sposo.
L'amore che il paggio nutriva per la contessa si tramutò velocemente in odio, e per vendicarsi avvertì il conte di Montrottier, il quale organizzò una messinscena per sorprendere i due amanti. Smascherato e spaventato, il conte di Pontverre fuggì a cavallo. Il paggio, determinato a prenderlo, si attaccò alla coda del destriero per rallentarlo, ma il conte lo trascinò sino all'altezza del Fier e poi tagliò la coda al cavallo con un fendente di spada. Il ragazzo precipitò e sparì nel punto dove si formarono le Gorges. Da allora, gli abitanti del luogo a volte sentono dei gemiti lontani innalzarsi dalla gola. Alcuni dicono che si tratti dei lamenti del paggio che ricorda il suo amore perduto.


mercoledì 12 aprile 2017

vicious



Vicious
è una serie comedy inglese composta da solo due brevissime stagioni (quattordici episodi in tutto), e non mi risulta che sia mai stata trasmessa in italiano.
Mi ci sono imbattuta per caso (la potete trovare anche su YouTube) e mi è piaciuta molto, proprio per il suo carattere dissacrante e poco politically correct, ma molto divertente.

I protagonisti sono Freddie e Stuart (interpretati da Ian McKellen e Derek Jacobi), due anziani gay impegnati da quasi cinquant'anni in un rapporto di amore/odio e visibilmente innamorati l'uno dell'altro, malgrado i diversi insulti che si scambiano ogni giorno.


Ogni episodio è impostato come se fosse una scena di teatro, e segue una struttura più o meno fissa, con varianti minime.
Se non sono impegnati a punzecchiarsi a vicenda, Freddie e Stuart passano le giornate a spettegolare insieme all'amica Violet (Frances De La Tour), sempre molto sfortunata in amore, e con il giovane vicino del piano di sopra Ash (Iwan Rheon, in un ruolo diversissimo dal Ramsay di Game of Thrones), trasferitosi lì da poco.
Altri personaggi che ogni tanto fanno la loro comparsa sono Mason, fratello di Freddie, e Penelope, una svagata vecchietta smemorata che spesso fraintende completamente ciò che la circonda. 
Freddie e Stuart possiedono anche un vecchissimo cane, Balthazar, che (soprav)vive dormendo perennemente nella sua cuccia in cucina. Ogni tanto i due verificano che sia ancora vivo...

Tra gli argomenti ricorrenti c'è la carriera altalenante di Freddie, attore squattrinato costretto ad interpretare piccoli ruoli - che lui spaccia per grandi opportunità - in serie di successo (come Downton Abbey dove viene chiamato a ricoprire il ruolo di un vice-maggiordomo con una sola battuta).

Stuart invece faceva il barista e aveva conosciuto Freddie nel bar in cui lavorava. Ha un rapporto telefonico giornaliero con la madre, alla quale in cinquant'anni non ha mai confessato di avere una relazione con il suo coinquilino, temendo la sua reazione. Al termine della seconda stagione, Freddie e Stuart finalmente si sposano.


sabato 1 aprile 2017

visita alla mostra Titanic

Ho visitato Titanic. The artifact exhibition, la mostra sul Titanic attualmente in svolgimento a Torino, unica tappa italiana.

Palazzina Promotrice delle Belle Arti

L'impressione nel complesso è stata positiva e toccante, ma non tutte le aspettative che nutrivo sono state soddisfatte, e adesso cercherò di spiegare il motivo, man mano che vi racconto la visita. Innanzitutto, avevo letto sul web recensioni di persone che avevano visitato l'esposizione altrove, a Las Vegas, Copenaghen, Bruxelles, etc, e avevano detto che il biglietto d'ingresso veniva accompagnato da un talloncino a mo' di carta d'imbarco, con un nominativo di uno dei veri passeggeri, e che a fine del percorso si sarebbe visto se questo nome era fra i sopravvissuti o fra i morti. Un semplice giochino a costo quasi zero, ma che aiutava il visitatore a immedesimarsi nei passeggeri del Titanic. A me qui a Torino non è stato dato nulla, e nemmeno alle altre persone entrate subito prima di me: prima delusione...

Subito dopo l'ingresso c'è poi la possibilità - se ho capito bene - di posare per la famosa foto in stile DiCaprio-Winslet sulla prua della nave, che si può scegliere di acquistare a fine percorso. Non ne sono certa perché non ho visto indicazioni scritte in corrispondenza di quel punto, e quando sono passata io i ragazzi dello staff stavano allegramente chiacchierando dei fatti loro e non ci hanno spiegato nulla, né tantomeno invitato a fare lo scatto.
Accanto ai ragazzi dello staff ho intravisto le audioguide, ma non ho capito se erano comprese o no nel biglietto, già salato di per sé (16 euro). Io in quel momento ero ancora perplessa per la mancanza della "carta d'imbarco", per cui ho proseguito senza audioguida, sperando che girando l'angolo mi avrebbero dato 'sto benedetto talloncino, cosa che però non è avvenuta.
Quindi, appena entrata, mi sono già imbattuta in un'imperdonabile mancanza di informazioni e di non corrispondenza a quanto mi aspettavo di trovare (la carta d'imbarco).

Nella prima saletta espositiva si tratta dell'utilizzo dei rivetti nella costruzione dello scafo. Non tutti furono montati con mezzi automatici, ma nei punti più difficili da raggiungere si fece ricorso all'intervento manuale di uomini e ragazzi. Questa osservazione sembra quasi voler implicare che il lavoro potesse non essere stato fatto bene, ma in realtà il Titanic andrò incontro al suo destino per tutta una serie di sfortune e coincidenze accumulatesi le une sulle altre... non penso che i rivetti da soli siano stati così determinanti.
Successivamente si vedono parte dei progetti e delle mappe dei ponti della grande nave e due modellini in scala, che riproducono con precisione il grande transatlantico.

In una saletta sulla sinistra (altra mancanza che ho notato sono le frecce che indicano il percorso di visita da seguire - per visitare questa saletta son dovuta tornare indietro ) ci sono le storie degli italiani del Titanic. A bordo del bastimento c'erano infatti 37 italiani, di cui soltanto 3 si salvarono. La maggior parte erano camerieri - moltissimi i piemontesi, liguri e lombardi - che erano stati assunti da Luigi Gatti, italiano emigrato in UK; non erano stati registrati come lavoratori sulla nave perché non c'era stato tempo, così Gatti, che non sopravvisse, diede una lettera con tutti i loro nomi a una passeggera che stava salendo su una scialuppa, affinché i loro parenti potessero essere informati della loro fine. C'è la copia de "La Stampa" del 18 aprile 1912, con un paginone contenente le prime notizie che erano arrivate.
Sui pannelli al muro ci sono le storie di molti dei passeggeri italiani, come quella di Sebastiano e Argese, marito e moglie da un paio di mesi e che stavano andando in America: lui non sopravvisse, lei era incinta e nel novembre diede alla luce una piccola che chiamò Maria Salvata. Storie così, come quella dei ragazzini e dei camerieri. Una fotografia che ritrae tutto lo staff dei camerieri insieme al loro coordinatore e al figlioletto di quest'ultimo, scattata al porto di Southampton prima di partire, e portata con sé a terra dal bambino che naturalmente scese prima che la nave salpasse.

corridoio di prima classe
Non volevo riprendere la famigliola nella mia foto, ma non si schiodavano più dal corridoio e io dovevo assolutamente scattare prima che passasse qualche persona dello staff, e non potessi più farla..

Si ritorna nella sala precedente e ci si imbarca in senso figurato transitando su una piccola passerella, poi si passa attraverso quella che è la ricostruzione in scala reale del corridoio con le cabine di prima classe. Storie di persone comuni, ma anche di persone ricche e famose, perché il Titanic non risparmiò nessuno: fra le vittime ci furono milionari come Benjamin Guggenheim, John Jacob Astor IV, Isidor Straus (fondatore del grande magazzino Macy's). La moglie di quest'ultimo decise di condividerne il destino e di non salire sulla scialuppa di salvataggio per stare vicino al marito.

Le scialuppe furono uno dei grandi punti deboli del Titanic. Durante i lavori per la costruzione ne erano state previste 32, ma poi si decise di utilizzare lo spazio disponibile sul ponte in maniera diversa, e ne rimasero soltanto 16, più 4 pieghevoli di tela. A quell'epoca non esisteva una normativa che imponesse una dotazione sufficiente di scialuppe. Le 20 scialuppe esistenti avrebbero avuto una capienza di soltanto 1178 posti, ma in ogni modo le prime vennero calate in acqua con pochissime persone rispetto a quelle che sarebbero potute starci. Ad esempio nelle prime 7 c'erano soltanto 160 persone, su una disponibilità di spazio per 430. Questo anche perché il Titanic era ritenuto così "inaffondabile" che al principio le persone non capirono la gravità della situazione, e preferirono restare a bordo in attesa, piuttosto che sfidare il mare su delle fragili e insicure scialuppe, decisione che si rivelò poi sbagliata, come sappiamo.

Sono esposte diverse banconote recuperate nelle casseforti della nave. Prima del 1912 negli Stati Uniti la moneta veniva emessa sia dal governo federale sia da banche private, e sono stati recuperati esemplari di entrambe le tipologie.

Ponte della nave


Si arriva poi alla ricostruzione di una cabina di prima classe: ampia, spaziosa, con un lettone molto comodo. Nelle teche si vedono rubinetti, lavandini, tappi dei lavelli, e piastrelle dei bagni di bordo.
Nella sala successiva si possono vedere piatti, caraffe, tazze e posate dei diversi servizi disponibili a bordo, differenziati per le varie classi. Ad esempio c'è una coppa di cristallo con il logo White Star Lines usata in prima classe, e poi una caraffa più semplice in vetro usata nella terza classe.

E' sorprendente pensare che questi oggetti così fragili siano sopravvissuti al momento del naufragio rimanendo integri, e che poi abbiano trascorso decenni nelle profonde acque dell'oceano. A vedere alcuni di questi si direbbe che siano nuovi, invece su altri si nota bene la patina del tempo e degli avvenimenti. A parte il logo della White Star, la scritta Titanic non compariva mai su questi oggetti, e questo permetteva di poter riutilizzare le suppellettili su altre navi della compagnia, in caso di necessità. In altre teche ci sono piatti e ciotole a motivi floreali, non facenti parte dei servizi di bordo, ma probabilmente trasportati da qualche passeggero, dei pettini e delle ciotolette porta-cipria o porta-balsami.

Menu dell'ultimo giorno di navigazione
Il menu per la cena dell'ultima sera, nelle sale da pranzo delle diverse classi

Proseguiamo nella visita e arriviamo alle riproduzioni fotografiche della sala fumatori, destinata agli uomini della prima classe, e la sala di lettura, destinata alle donne sempre della prima classe. Si scende nella saletta in basso e, nonostante il dislivello sia naturalmente presente nello spazio espositivo della Palazzina della Promotrice, qui non è stata riprodotto il famoso scalone del Titanic. Ci sono soltanto una foto e due teche con un pezzo di un lampadario e una sputacchiera.
Se, come avevo letto, lo scalone era invece presente nelle mostre all'estero (su Google ne trovate anche diverse foto), non mi spiego perché qui a Torino non abbiano voluto riproporlo: penso che lo spazio ci fosse e comunque i progettisti del percorso potevano sicuramente inventarsi qualcosa. Invece niente, e questa è un'altra delusione.

Proseguiamo per un altro stretto spazio, ed ecco la riproduzione del corridoio di terza classe con una cabina. La sistemazione è spartana rispetto a quanto visto sino a qui, con due letti tipo a castello e una mensola, ma comunque sembrava confortevole. Nel corso della mia vita mi è capitato di dormire in ostelli che avevano un aspetto ben peggiore.

Cabina di terza classe
Riproduzione della cabina di terza classe

Il costo del biglietto per una cabina di prima classe era di 2500 $ (pari a circa 57.000 $ di oggi). Le due suites esistenti costavano addirittura 4500 $ (circa 103.000 $ odierni). Prezzi davvero da capogiro.
I servizi presenti per i passeggeri di seconda classe del Titanic erano comunque analoghi a quelli della prima classe di altre compagnie. Le cabine avevano mobilio in mogano, legno bianco smaltato e piastrelle in linoleum; fra i servizi c'erano l'ascensore, la sala lettura, la biblioteca e la possibilità di fare passeggiate sul ponte. La sala da pranzo di seconda classe aveva 394 posti, per cui si dovevano fare i turni.
Anche le cabine di terza classe erano relativamente care, se rapportate ai costi odierni. Il biglietto costava 40 $ (circa 900 $ ai prezzi odierni) e ci si poteva trovare a viaggiare con altri passeggeri sconosciuti, poiché nella cabina il posto era per quattro persone. Sul soffitto potevano trovarsi tubi e travi, e di sicuro si sentivano rumori e vibrazioni provenienti dalle sale macchine. Però lo standard della White Star Lines era comunque alto rispetto ad altre compagnie, e ad esempio anche in terza classe c'erano materassi veri, e non quelli di paglia. Le vasche da bagno erano soltanto due, per circa 700 passeggeri di terza classe, ma ai tempi erano sufficienti perché in genere si faceva il bagno una volta alla settimana.

Abbandoniamo lo sfarzo dei ponti superiori e nella sala successiva vediamo qual era l'anima della nave, la sala macchine con le fornaci per il carbone. Il Titanic aveva 159 caldaie/fornaci e consumava la quantità folle di 850 tonnellate di carbone al giorno, pari a circa 1,5 kg. di carbone per metro percorso. Considerando quant'era lunga la traversata dell'Atlantico, non riesco nemmeno a fare il conto... Vediamo le fotografie e i nomi di alcuni dei ragazzini che portavano il carbone (trimmers) e di alcuni fuochisti. Il loro lavoro doveva essere davvero infernale.

Dadi di supporto delle gru per le scialuppe di salvataggio
Dadi e bulloni delle gru che sostenevano le scialuppe

Passiamo poi in un corridoio dove veniamo allertati da vari messaggi di altri bastimenti che nel corso della giornata del 14 aprile 1912 segnalavano la presenza di banchi di ghiaccio nella zona. Pare che le vedette del Titanic non disponessero nemmeno dei binocoli, perché nella fretta non erano stati caricati a bordo. La temperatura, sia dell'acqua che dell'aria, verso sera era scesa di molto.

Nell'esposizione il momento dell'impatto laterale con l'iceberg è riprodotto solo da un filmato simulato, che mostra come, dei 15 compartimenti stagni trasversali, 6 siano stati aperti dallo squarcio di 91 metri derivante dall'impatto, e poco alla volta la nave si sia spezzata in due tronconi e sia affondata. Passando oltre, si può toccare con mano una parete di vero ghiaccio, che ci fa rendere conto del gelo di quei momenti. Buona parte delle persone non morirono infatti per annegamento, quanto per assideramento.

Oggetti recuperati del Titanic


In sostanza la mostra non si focalizza particolarmente sul momento drammatico dell'affondamento, ma sugli oggetti ritrovati e recuperati, nonché sulle storie di molti passeggeri.

Nella penultima sala sono esposti oggetti recuperati nei bauli dei passeggeri, come ad esempio banconote, spartiti musicali, un flauto, colletti di camicie da uomo, bretelle, pantaloni, addirittura delle boccette di un fabbricante di profumi di Manchester che fu tra i superstiti: chissà quale fragranza contengono mai oggi!

Panchina - foto tratta da pagina Facebook della mostra
Foto tratta dalla pagina Facebook della mostra, raffigurante una parte delle panchine del ponte
Nell'ultima sala ci sono i pannelli con tutti quanti i nomi dei superstiti e delle vittime, divisi secondo le tre classi. Mi sono presa appunti, e questo è quanto riportano:
Prima classe: 200 salvi e 125 vittime
Seconda classe: 120 salvi e 160 vittime
Terza classe: 180 salvi e 530 vittime
equipaggo: 210 salvi e 690 vittime

I totali però non combaciano con quanto indicava un altro pannello nel corso dell'esposizione, che indicava 705 superstiti e 1523 vittime totali. Addirittura su Google ho trovato una foto di questo pannello (Memorial Wall) in una tappa estera della mostra e questi stessi numeri sono diversi, e non di poco. Com'è possibile? Questo è un altro motivo di lamentela sulla mostra, perché almeno le informazioni fornite sarebbero dovute essere precise, o perlomeno ri-controllate. Sui pannelli qualche errore c'è, non soltanto di grammatica, evidentemente. Nella sala dedicata al carbone un pannello è scritto soltanto in inglese e non in italiano. Più spesso ho notato l'inverso, vale a dire che non sempre c'era la traduzione in inglese.

Piatti ritrovati in un cassone
Piatti disposti in fila, così come sono stati ritrovati in fondo al mare (erano probabilmente impilati in qualche credenza e sono rimasti così per decenni)

E per finire c'è il bookshop, dove non ci sono molti articoli. Da una mostra che sta girando il mondo mi aspettavo un pochino più di scelta. Ci sono t-shirt a 15 euro con due soli soggetti, la planimetria dei ponti oppure la fantomatica carta d'imbarco che qui in mostra non ci hanno dato. Ci sono cuscini allo stesso prezzo, e con riprodotta la solita carta d'imbarco. Ci sono alcuni (pochi) libri a tema Titanic, e uno smilzo catalogo della mostra, di cui non c'è nemmeno scritto il prezzo. Poi ci sono alcuni magneti e portachiavi vari che costano decisamente troppo (dai 7 euro in su). L'unica cosa simpatica che ho visto è la riproduzione di uno dei portacreme/portaciprie che erano esposti.

Il relitto del Titanic è rimasto celato per ben 73 anni, a circa 2 miglia dalla superficie (quasi 4000 mt di profondità), a 400 atmosfere di pressione. E' collocato a 740 km a sud est di Terranova, con la poppa a circa 600 metri dalla prua. Nel 1985 ci fu la prima spedizione di recupero, seguita da molte altre nel corso degli anni. Gli oggetti recuperati erano rimasti per decenni in condizioni di poco ossigeno, nessuna luce, 4000 atmosfere. Sono stati stabilizzati dopo il recupero per evitare la loro degradazione: sono stati desalinizzati, asciugati, e sottoposti a protezione e manutenzione, ovviamente in funzione del determinato tipo di materiale di cui sono fatti. I reperti recuperati ad oggi sono circa 5500. Tutti gli oggetti esposti in questa mostra erano conservati in apposite teche vetrate, con particolari condizioni di umidità (circa 32%) e temperatura (circa 65° F)

Però per la nave, lo scafo che rimane in fondo all'oceano, non si può fare niente, perché viene costantemente erosa da batteri che si nutrono di ferro. Il relitto è ricoperto da rustiches, ghiaccioli di ruggine che sono habitat di batteri e funghi. Gli scienziati calcolano che fra 40-90 anni lo scafo crollerà su se stesso.

P.S. Lungo tutto il percorso espositivo vi è costante divieto di fare fotografie e/o filmati. Ovviamente tutti i visitatori avevano il telefonino e ho visto che praticamente quasi tutti ogni tanto "rubavano" qualche immagine. L'ho fatto anch'io, con risultati qualitativamente non eccelsi. Con un biglietto così caro trovo assurdo il divieto di foto non ad uso professionale.

mostra Titanic a Torino


Titanic. The artifact exhibition
Torino, Palazzina Promotrice delle Belle Arti
18 marzo 2017 - 25 giugno 2017


In mostra pezzi autentici della nave, oggetti originali di proprietà dei passeggeri, la ricostruzione in scala reale di una cabina di prima classe e una di terza classe, il celebre ponte principale, reperti e filmati dell'epoca.
Oggi quegli oggetti compongono l'essenza di una mostra itinerante che ha commosso e continua a commuovere tutto il mondo. Uno straordinario successo che ha già affascinato oltre 25 milioni di visitatori e che per la primissima volta in assoluto arriva in Italia, con la produzione di Dimensione Eventi, su licenza Premier Exhibitions.
Si sentirà il rombo delle caldaie della nave e una parete reale di ghiaccio farà comprendere le condizioni di freddo delle prime ore del mattino del 15 aprile 1912. Le audioguide racconteranno la collisione con l'iceberg e l'affondamento della nave dei sogni. Il percorso museale terminerà con il Memorial Wall e l'elenco di tutti i passeggeri, tra dispersi e salvati, nel viaggio del Titanic.


In un post successivo vi racconto la mia visita. Sappiate che se cercate informazioni su Google relativamente alle precedenti tappe di questa mostra (ad esempio a Las Vegas, Copenaghen o Bruxelles) potrete vedere foto o sentir raccontare di parti della mostra che qui a Torino non sono state allestite. La versione torinese è molto più ridotta (nonostante il biglietto non lo sia).

martedì 28 marzo 2017

chenonceau: il castello delle dame


Le cittadine francesi disseminate lungo la Loira custodiscono alcuni castelli meravigliosi, che rappresentano la meta di numerosi itinerari turistici.
Le rive della Valle della Loira conobbero il loro periodo d'oro dal Quattrocento al Seicento, da Carlo VII che vi stabilì la capitale, a Luigi XIV che la riportò ai fasti di Parigi. In mezzo ci fu un periodo in cui i sovrani francesi, grandi signori e ministri costruirono e acquistarono molteplici castelli nell'area.


Fu un intendente delle Finanze del re Francesco I, Thomas Bohier, a far sorgere quell'autentico gioiello che è il castello di Chenonceau, affacciato sullo Cher come un diamante su uno specchio che lo riflette.
Lo chiamano "castello delle dame", un po' per la grazia femminile dell'insieme, ma soprattutto perché nella sua storia la presenza femminile rappresenta un filo rosso continuo.


Fu una giovane donna, la moglie di Bohier, a seguire con cura i lavori di costruzione - il cui gusto riflette l'ispirazione rinascimentale italiana del periodo - mentre il marito era impegnato nelle campagne in Italia.

Il castello venne poi regalato nel 1547 dal re Enrico II alla sua favorita, Diana di Poitiers, che lo arricchì di vigne, giardini e campi coltivati, e lo prolungò con un ponte a cavallo dello Cher per romperne l'isolamento.
Ma quando il re rimase ucciso durante un torneo nel 1559, la vedova Caterina de' Medici sottrasse il castello all'eterna rivale e lo riportò fra le proprietà della Corona, trasformandolo in sua residenza e organizzandovi sontuose feste. Caterina vi trascorse diverso tempo in qualità di reggente, e fece sormontare il ponte da una galleria che oggi costituisce uno degli ambienti più visitati del castello.


Nei decenni successivi Chenonceau passò a svariati figli reali legittimati.
Durante il Settecento, Louise Dupin tenne nel castello un salotto filosofico, a cui partecipavano personaggi come Montesquieu, Voltaire e Rousseau.
Oggi la tenuta è di proprietà della famiglia Menier, industriali francesi del cioccolato.


Alcune fotografie del castello e del parco di Chenonceau.

Oltre al delizioso castello, a Chenonceau c'è anche un vasto e curato parco di circa 70 ettari, nel quale si può passeggiare e trascorrere un po' di tempo in tranquillità.
Nella parte più vicina al fiume e alla costruzione principale, si ritrovano i due giardini alla francese voluti dalle due "rivali". A sinistra il giardino di Diana di Poitiers, su terrazze sopraelevate, con otto grandi triangoli di prato, aiuole e una fontana centrale. Sulla destra il giardino voluto da Caterina de' Medici, più piccolo e intimo, con cinque pannelli verdi raggruppati intorno a un bacino circolare, il tutto circondato da cespugli, rose e lavanda.



Oltre a questi, nel parco è presente una fattoria del XVI secolo con le scuderie, un orto accessibile al pubblico (dove vengono coltivati fiori, rose, verdure e frutta), delle serre, un ampio boschetto e un labirinto di piante di tasso.

mercoledì 15 febbraio 2017

un pianoforte in stazione

Alla stazione di Torino Porta Nuova da diversi mesi c'è un pianoforte collocato nel grande atrio della nuova galleria commerciale.
Lo sgabello è incatenato alla gamba del piano, perché altrimenti - tempo pochi minuti - qualcuno se lo porterebbe via. E in qualche modo sono certa che anche lo strumento sia imbullonato a terra, o qualcosa del genere, perché se no si porterebbero via anche quello.

Chiunque può sedersi e suonare. Ogni volta che passo di lì c'è sempre qualcuno che sta suonando, nonché un piccolo pubblico di gente che si ferma, fa capannello e ascolta, nonostante la fretta che di solito regna nell'ambiente della stazione ferroviaria. E ogni volta mi stupisco sempre di quanta gente sia capace di tirare fuori delle bellissime note dal pianoforte: signori anziani, ragazzi giovani, personaggi incravattati... Mi è già capitato di vedere le persone più disparate che lo suonano.



giovedì 9 febbraio 2017

le porte dipinte di valloria


Valloria si trova nell'entroterra di Imperia, a circa diciassette chilometri dalla costa. Ma la breve distanza che separa il villaggio dal mare si dimentica man mano che si percorre la strada e ci si arrampica fra curve tornantuose circondate da ulivi.
In uno degli ultimi tornanti prima di arrivare al paese si viene sorpresi da uno strepitoso panorama del paesello sul lato sinistro della strada, da dove si gode la vista di uno skyline di casette colorate - gialle, rosse e rosa - che si arrampicano una dietro l'altra sino a giungere alla chiesa. 

E' difficile trovare un punto per fermare l'auto senza ostruire la circolazione, ma se in quel momento non c'è molto traffico fermatevi un momento e tirate giù il finestrino perché il colpo d'occhio merita davvero.


Le origini di Valloria sono molto antiche, come dimostra il suo impianto urbanistico. La vita scorre ancora in maniera tranquilla, secondo i ritmi dettati dalla natura, ai margini dei grandi flussi turistici. Vi sono distese di uliveti, silenziosi e quieti, che invitano a compiere passeggiate durante le quali si incontrano piloni e chiesupole di campagna.


Valloria deve però la sua fama recente al fatto di essere il "paese delle porte dipinte".

L'idea di dipingere le vecchie porte che si affacciano sui numerosi carrugi del piccolo abitato ha generato una notorietà che è andata ben oltre i confini locali. Circa un centinaio di artisti, ciascuno col proprio stile, una diversa tecnica, un differente tema, hanno dipinto ed interpretato altrettante porte per realizzare un vero e proprio museo aperto.



Il percorso è segnalato con vari pannelli, ed è sempre visitabile. Abbiamo letto che c'è un impianto di illuminazione che consente anche delle visite in notturna, ma su questo non posso garantire poiché noi ci siamo stati soltanto durante il giorno.


Le porte di Valloria sono diventate delle opere d'arte, e simbolicamente si aprono, inviando un messaggio di ospitalità ai visitatori.

sabato 28 gennaio 2017

meme libri 2016


Come d'abitudine, a inizio del nuovo anno arriva un post riepilogativo delle letture dell'anno precedente. Non che debba interessare a qualcuno in particolare, ma serve a me come punto della situazione.

Quanti libri hai letto nel 2016?
Quest'anno sono 69 (e grazie al caro Goodreads che mi dà una mano nel conteggio).

Quanti erano fiction e quanti no?
Almeno una quarantina erano fiction, titolo più titolo meno...

Il miglior libro letto?
Ne indico tre. Innanzitutto "L'usignolo" di Kristin Hannah e "Tutta la luce che non vediamo" di Anthony Doerr, entrambi, per coincidenza, ambientati negli anni della seconda guerra mondiale, in Francia. E poi ho apprezzato molto anche "Dentro soffia il vento" della giovane Francesca Diotallevi. Se dovessi indicare soltanto un titolo probabilmente direi "L'usignolo", perché è stato quello che mi ha tenuta sospesa sino alla fine.

E il più brutto?
Non mi è piaciuto "Una città o l'altra" di Bill Bryson, e infatti l'ho mollato dopo un paio di capitoli. E' stato deludente perché mi è sembrato pieno di lamentele basate su luoghi comuni, e questo mi ha stupito poiché ritenevo che Bryson, essendo uno scrittore di viaggio, fosse dotato di imparzialità e apertura mentale.

Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "L'amuleto d'ambra" e "Il ritorno" della Gabaldon, per rinfrescarmi la memoria subito prima della serie televisiva (e poter valutare bene le differenze).

Quanti libri scritti da autori italiani?
16.

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Dei libri letti quanti erano ebook?
Rovescio la questione, 17 erano libri "di carta", il resto ebook.

Il libro più vecchio che hai letto?
Forse uno dei due romanzi di Sylvia Thorpe, ma non so di preciso se risale agli anni Sessanta o Settanta.

giovedì 26 gennaio 2017

la fanfara delle oche


Avete presente la favola del pifferaio magico di Hamelin, che incanta i bambini del villaggio con la musica del suo flauto e se li porta via, per punire la cittadinanza del mancato pagamento che gli spettava per aver ripulito il paesello dai topi?
L'immagine che viene in mente è quella di un tizio, vestito in modo più o meno stravagante, che suona il suo piffero mentre davanti a lui sfilano meccanicamente vari pargoli, con uno sguardo sognante e ipnotizzato, mentre lo seguono.



Si tratta di una fiaba, certo, ma non ho potuto fare a meno di riportarla ben chiara alla mente quando ho assistito a questa scena in un parco olandese, alcune estati fa.

Il parco di Hoge Veluwe è un'ampia area naturale recintata, di oltre 5000 ettari, all'interno della quale si trovano anche un importante museo d'arte (con opere di VanGogh, Picasso e moltri altri) e un centro didattico-espositivo sulla storia naturale/geologica della zona.

Ovviamente si deve lasciare l'auto fuori dal parco, ma nel biglietto d'ingresso è compreso l'utilizzo del bike-sharing, per cui si possono adoperare le efficientissime (e solide) biciclette bianche messe a disposizione dal parco per girarlo in lungo e in largo.
Oppure, come abbiamo fatto noi, per arrivare al museo, visitarlo per benino e poi svaccarci nel giardino circostante, brulicante di sculture, per riposarci un po'...



Ebbene, mentre eravamo lì che riprendevamo le forze, abbiamo assistito a questa scena che è stata davvero simpatica e tenera, anche se surreale. Due tizi in tenuta da banda musicale, con tanto di cilindro in testa e naso rosso da pagliaccio, suonavano la loro fanfara, mentre una quindicina di oche grigie marciavano a tempo, stando in fila quasi perfetta fra di loro.

Tutti i bambini che erano là guardavano rapiti la scena (anche noi eravamo affascinati!), mentre molti di loro si accodavano e seguivano il corteo.



Facendo un minimo di ricerca a posteriori, però ho scoperto che non si trattava di un'attrazione fissa del parco.
Abbiamo infatti avuto la fortuna di imbatterci in un'esibizione itinerante della Ganzen Fanfare.

giovedì 19 gennaio 2017

biscotti svedesi

I pepparkakor sono dei profumatissimi biscotti speziati svedesi allo zenzero e cannella. Probabilmente li avrete già visti anche nella Bottega svedese dell'Ikea.

La scatola ritratta nelle foto arriva però direttamente dalla Svezia, apprezzato souvenir della mia amica Giuly che ci è stata, facendosi un bel giro. Sulla confezione non c'è nemmeno mezza parola scritta in inglese, per cui non ho modo di capire niente sugli ingredienti, se non basandomi sulla foto dello zenzero e della cannella, così me li sto mangiando "al buio", ah ah :-)

Però in giro ho trovato la ricetta, così quando terminerò la scatola potrò correre ai ripari. O forse sarà meglio - viste le mie competenze culinarie - correre all'Ikea e comprarli là, sperando che siano buoni come quelli della scatola rossa.


Ingredienti:
- 520 gr. circa di farina
- 2 cucchiaini di zenzero macinato
- 1 cucchiaino di cannella macinata
- mezzo cucchiaino di chiodi di garofano macinati
- 2 cucchiaini di lievito per dolci
- 180 gr. di burro morbido
- 120 gr. di zucchero
- 50 gr. di zucchero semolato (chi mi spiega la differenza tra zucchero "semplice" e semolato?)
- 140 ml. di miele
- 180 ml. di acqua
- 1 cucchiaino di buccia d'arancia grattugiata

Scaldate l'acqua insieme al miele, lo zucchero e le spezie, e portate ad ebollizione.
Spegnete  il fuoco, aggiungete il burro a pezzetti e mescolate fino a che non sia del tutto fuso.
In una ciotola capiente, versate la farina e il lievito, mescolate e aggiungete a filo il composto al miele ancora caldo. Mescolate bene finché l'impasto è omogeneo, coprite e conservate in frigorifero per una notte.
Staccate dei pezzi di impasto e stendeteli su un piatto leggermente infarinato (più fate i biscotti sottili e più verranno croccanti). Ritagliate i biscotti con un tagliabiscotto e disponeteli su una teglia ricoperta da carta da forno.
Fate cuocere a 170° per una decina di minuti e lasciate raffreddare su una griglia.
Conservateli poi in una scatola (se non ve li siete mangiati tutti).


lunedì 16 gennaio 2017

every breath you take

Judith McNaught, Every breath you take, Ballantine Books, 2006

Gli ingredienti dei libri della McNaught sono sempre gli stessi: lui ricco e potente, lei giovane e tendenzialmente innocente, spesso c'è un cane fra i comprimari, e poi - immancabile - c'è il grande fraintendimento, un misunderstanding che tiene lontani i due protagonisti prima di arrivare al lieto fine.
E anche stavolta è così, ma per amore dei vecchi tempi (la McNaught è una fra le prime autrici romance che ho letto da ragazzina) avrei anche potuto passarci sopra e dare un voto più alto al libro, invece di attribuirgli tre stelline su cinque. Però non lo faccio, perché dopo una prima metà del libro che ho trovato molto buona, la seconda metà mi ha delusa.

A partire dai tempi della narrazione: la prima metà racconta lo svolgimento di due soli giorni nella vicenda, la seconda invece mette l'acceleratore e arriva quasi a tre anni dopo, in maniera poco armonica e sbilanciata.
Senza contare che il grande fraintendimento è davvero idiota e futile (sarebbe bastata una telefonata per evitarlo: è impossibile pensare che al giorno d'oggi, e anche nell'anno 2005 in cui è stato pubblicato il libro, due che stanno insieme per due giorni non si scambino i rispettivi numeri di cellulare) e trascinato troppo a lungo.

Sembra quasi che le due metà della storia siano state scritte da due mani diverse, o che la seconda metà sia stata scritta in maniera più sciolta giusto perché c'era bisogno di finire il libro. E nemmeno la parte thriller è ben amalgata col resto.

giovedì 12 gennaio 2017

il dinosauro dippy va in tour


Al Natural History Museum di Londra è in corso un radicale intervento sulla sala di ingresso principale, la Hintze Hall. Dippy, lo scheletro di dinosauro (in gesso) conosciuto da tutti i visitatori del museo, abbandonerà la sala dopo quasi 120 anni.

Al posto di Dippy verrà collocato lo scheletro (vero) di una balena azzurra, lungo più di 25 metri e pesante circa 4 tonnellate e mezza. La balena non è una new entry vera e propria, poiché era già esposta nel Natural History Museum, nell'ala dedicata agli animali marini. Venne trovata spiaggiata nel 1891 sulle coste irlandesi, e al momento non si sa ancora quale nomignolo le verrà dato.

Invece Dippy è una riproduzione fedele dello scheletro di diplodoco (una particolare specie di dinosauro) scoperto  nel 1898 nel parco di Yellowstone, negli Stati Uniti.


Venne esposto a partire dal 1905, e dal 1949 collocato nel prestigioso posto della Hintze Hall. Nel corso di un secolo è diventato una vera e propria mascotte per tutti i bambini (e non solo) che hanno visitato il museo.
Spostarlo non sarà una passeggiata. Lungo 21 metri e alto 4,25 metri, composto da 292 ossa, Dippy verrà smantellato pezzo a pezzo e impacchettato in dodici scatoloni. Ci vorrà circa un mese affinché il team dedicato a questo lavoro lo porti a termine.



Ma poi che fine farà Dippy? Dal 2018 al 2020 girerà il Regno Unito facendo diverse tappe espositive. Una volta terminato il tour, tornerà nel museo londinese, dove verrà studiata per lui una diversa collocazione. O magari tornerà nel suo posto d'onore, chissa?

Le tappe previste sono le seguenti:

- Febbraio - Maggio 2018: Dorset County Museum, Dorchester
- Maggio - Settembre 2018: Birmingham Museum and Art Gallery (UK)
- Settembre 2018 - Gennaio 2019: Ulster Museum, Belfast
- Gennaio - Maggio 2019: Kelvingrove Art Gallery & Museum, Glasgow
- Maggio - Ottobre 2019: Great North Museum: Hancock, Newcastle
- Ottobre 2019 - Gennaio 2020: The National Assembly for Wales, Cardiff
- Febbraio - Giugno 2020: Number One Riverside, Rochdale (Rochdale Borough Council)
- Giugno - Ottobre 2020: Norwich Cathedral



Per cui dal 5 gennaio sino a quest'estate la Hintze Hall verrà chiusa, per consentire lo smontaggio di Dippy e predisporre il nuovo allestimento. Per i visitatori, invece che da qui, gli ingressi al museo avverranno soltanto da Queen's Gate oppure da Exhibition Road.

E' davvero un peccato, soprattutto se avete in programma una visita a Londra in questa prima parte dell'anno, e non avete mai visitato il Natural History Museum.
Io ci sono stata un'unica volta (una visita veloce perché non avevo molto tempo), ma ricordo bene che la Hintze Hall è davvero stupefacente, una vera e propria cattedrale dedicata alle scienze naturali, un piccolo grande gioiello di architettura. Il fatto che resti chiusa per diversi mesi priva davvero i visitatori di una parte importante della visita.
Beh, meno male che hanno stabilito un termine indicativo per la riapertura, e trattandosi di un museo inglese e non di uno italiano, dovrebbe essere rispettato senza troppi ritardi.

martedì 10 gennaio 2017

considerazioni sui saldi

Rieccoci al solito rito collettivo dei saldi. Quest'anno lo guardo in maniera abbastanza distaccata: non c'è niente di particolare che mi serva, e preferisco tenermi da parte i soldini vista l'imminente fine del mio contratto di lavoro.

In ogni caso, ho fatto comunque un veloce giro di ricognizione, giusto per vedere se m'imbattevo in qualcosa di interessante, o in qualche "offerta" imperdibile.

Una cosa che trovo ridicola è che, già dai primissimi giorni, le merci soggette a saldo siano una parte molto limitata dell'assortimento. Tu entri in un negozio di abbigliamento, e vedi soltanto qualche scaffale sormontato dai cartelli colorati "in saldo". Per la maggior parte del locale è invece tutto un fiorire di "nuova collezione" qui e "nuova collezione" là. Ovviamente quest'ultima non è soggetta a sconti, nonostante in genere si tratti sempre di roba invernale (in questo periodo).

Quest'anno, ad esempio, Mango mi ha particolarmente delusa. Nel corso degli ultimi saldi (quelli estivi) ricordo che tutto l'assortimento era proposto al 50% già dal principio delle promozioni. Stavolta invece qualcosina è al 50%, ma molto di più soltanto al 30% o al 20%. Ben di più non è nemmeno scontato.
Mi sono imbattuta nell'assurdità di un giaccone che avevo comprato scontato al 30% durante il Black Friday: sono passata a controllare se adesso veniva proposto a metà prezzo (per curiosità), ma invece ho visto che era scontato solo al 25%. In pratica ho pagato di meno questo capo a novembre,  quando era appena uscito, di quanto non lo pagherei oggi, in pieni saldi!